Music In Different Shapes

Maurizio Majorana

Da Bologna a Roma, dalla Dr. Chick Dixieland Orchestra alla Second Roman New Orleans Jazz Band, un attimo prima di lanciarsi con I Marc 4, un gruppo eccentrico nel pieno di un periodo musicale assai fecondo. La carriera di Maurizio Majorana è stata lunghissima. Dal jazz al pop, ha suonato in numerosi gruppi e con centinaia di artisti, senza dimenticare Chet Baker, Lucio Dalla e Fabrizio De André. Ha collaborato anche con un altro gigante delle colonne sonore e delle librerie musicali quale Piero Umiliani ma, poco prima, era stato tra i musicisti dell’orchestra della Rai.

In ambito soundtrack, con I Marc 4, ha accompagnato anche un altro compositore, Armando Trovajoli. Un passaggio importante. Il quartetto composto da Antonello Vannucchi, Roberto Podio e Carlo Pes è ricorso sia agli strumenti tradizionali che a quelli etnici, fino ai sintetizzatori di prima generazione. Un dato riscontrabile, ad esempio, tra le pieghe delle ristampe della Sonor Music Editions. Easy listening, bossa nova, funk i generi d’importazione praticati da un gruppo incline alla psichedelia. Doppia la chiave di lettura del loro successo: contaminazione e professionalità.

Tutto è cominciato con un corso di violoncello presso il Conservatorio di Bologna poi, dopo cinque anni, il passaggio al contrabbasso.

Ho seguito un corso al conservatorio con un grande violoncellista che si chiamava Camillo Oblach. A quattordici anni decisi di interrompere gli studi. Non ce la facevo. Non potevo continuare a fare due scuole. Ero anche iscritto a ragioneria. Erano due scuole diverse, ma complete. In ogni caso, mi è rimasta una cultura violoncellistica. Una volta diplomato, la passione per la musica è rimasta. Mi sono, infatti, avvicinato al contrabbasso, alla musica leggera. I contrabbassisti di allora suonavano abbastanza male e proprio quei rimandi al violoncello sono tornati utili. Da subito, fui notato e contattato dai jazzisti di Bologna. C’era una bella atmosfera in città. E, soprattutto, c’era un grande musicista Amedeo Tommasi. Lui abitava di fronte casa mia. Trascorrevo dei gran pomeriggi a suonare con lui. Questi sono stati i miei inizi.

Scoprii anche che erano gli universitari a portare queste situazioni locali, con le prime orchestre di genere dixieland, ad esempio, la Doctor Dixie Jazz Band fondata da Nando Giardina. Studenti appassionati della musica jazz dei primi anni del Novecento. Dopodiché, c’era anche il compianto Alberto Alberti, amante del jazz moderno. Lui aveva un piccolo negozio di dischi nel centro cittadino, il Disclub, meta di pellegrinaggio di numerosi jazzisti a caccia di novità d’oltreoceano. Un luogo molto frequentato che lo lanciò anche come organizzatore di concerti, tra cui il Festival Internazionale del Jazz. Il suo socio AntonioCicciForesti era, invece, più interessato alle sonorità dixieland.

La fine degli anni Cinquanta è stata molto importante per la mia formazione: a Bologna si fermavano tutti i jazzisti in circolazione o, semplicemente, erano invitati a prendere parte ad alcuni eventi in loco. Altri ancora si sono stabiliti in città per periodi più o meno lunghi. Tante le personalità di spicco. C’era passione. La stessa animava un dentista ‘mecenate’ come Francesco Lo Bianco, che attrezzò la sua cantina con le migliori strumentazioni dell’epoca. Fece arrivare dall’estero le prime casse JBL ed era divertente ascoltare e farsi travolgere dal rumore di un rotore d’aereo. La sua cantina era un ritrovo serale per molti appassionati jazz. Si bussava con i piedi. Una tradizione che è andata avanti per anni e, al contempo, la cantina ha ospitato esibizioni di personaggi illustri.

Quando ha iniziato a lavorare davvero come musicista?

Ero un ragioniere con la passione del jazz. Avevo alle spalle concerti con Amedeo Tommasi. Avevo partecipato alla Coppa del Jazz e formato l’orchestrina con Pupi Avati e un clarinettista come Lucio Dalla. Quest’ultimo l’ho conosciuto quando era bambino, mia madre gli insegnava pianoforte e fisarmonica. Dopodiché, Amedeo Tommasi fu chiamato come pianista moderno per la stagione estiva a La Bussola di Viareggio. Il locale toscano annovera anche la simultanea presenza di Peppino Di Capri al piano di sotto che, al bussolotto, della Second Roman New Orleans Jazz Band, allora composta da Roberto Podio, Peppino De Luca, Gianni Sanjust, Pietro Saraceni, Carlo Loffredo, Pietro Saraceni, e Mario Cantini, futuro direttore delle edizioni della RCA Italiana.

Anche Chet Baker e Romano Mussolini erano, spesso, tra gli ospiti de La Bussola. Chet Baker era già famoso, ricco e drogato. Dopo tanti racconti, Amedeo Tommasi mi invitò a seguirlo per non più di quarantotto ore. Il locale era alla ricerca di un bassista. E fu così che rimasi lì tutta l’estate! Anziché tornare a Bologna, magari per cominciare l’università, fui convinto da Peppino De Luca e Piero Saraceni a raggiungerli a Roma. Pronto! Biglietto del treno di terza classe ed eccomi nella capitale. Mi fermai a casa del primo.

La Second Roman New Orleans Jazz Band era un’ottima orchestra che, paradossalmente, faceva poche serate, ma a prezzi alti. Guadagnavamo qualcosa come centomila lire a testa dopo ogni esibizione, laddove un comune impiegato ne intascava circa settantamila al mese. Frequentavamo locali importanti ed eravamo elegantissimi tra i pariolini a colli alti. A me, però, interessava di più cominciare a lavorare in modo serio e continuo. Le giornate sembravano non passare mai. Andavamo al cinema a oltranza, la mattina ci trovavi da ‘Cannolicchio‘ a via Basento, dove ci facevamo lucidare le scarpe. Erano modi per ingannare il lento scorrere del tempo.

Quali sono state le sue prime esperienze da bassista?

In quel periodo, c’erano poche occasioni per suonare. E i soldi, prima o poi, finivano. Avevo voglia di mettermi in mostra. Quando il clarinettista Gianni Sanjust andò via, ci raggiunse Lucio Dalla, già allievo di mia madre in passato. L’esperienza con la Second Roman New Orleans Jazz Band era, però, destinata a concludersi. Ognuno di noi prese la propria strada. Io fui contattato dai musicisti dell’orchestra di Armando Trovajoli per una serie di turni. Il loro bassista era Berto Pisano. Siccome era impegnato anche con la composizione di colonne sonore, toccò a me sostituirlo.

La colonna sonora della commedia musicale “Ciao Rudy” (1966) fu l’occasione per cominciare a suonare con il compositore romano. Armando Trovajoli era già molto esperto e, forse, nutriva qualche dubbio nei miei confronti, ma dopo una mia rapida esibizione riuscii a convincerlo al punto che mi fece i complimenti. Da quel momento in poi, non ho più lasciato Armando Trovajoli, seguendolo durante la sua carriera per la settima arte e, contemporaneamente, ho effettuato turni per tanti maestri.

Inoltre, avevo acquistato il basso elettrico, fui il primo ad averlo a Roma. Lo devo a Bobby Solo, conosciuto durante uno di questi turni. Fu lui a consigliarmelo. Poco dopo, ebbi l’occasione di suonare con Bobby Solo durante una trasmissione Rai. Avevo il basso elettrico nuovo di zecca tra le mani e non sapevo usarlo! L’introduzione di questo nuovo strumento giovò alle mie sorti perché, ufficialmente, Berto Pisano conservava il posto di bassista ‘titolare’ nell’orchestra e il sottoscritto il ‘sostituto’ con il basso elettrico. Berto Pisano, così come il fratello Franco Pisano, era un grande musicista, avevo un ottimo rapporto con lui. Fino all’inizio degli anni Settanta, è andata così.

Com’è cambiata la sua vita di allora?

Quando ho cominciato a suonare, c’erano maestri dalle poche indicazioni e altri che, addirittura, scrivevano la mia parte nota per nota. Dall’orchestra della Rai, ad esempio, ho imparato tantissimo. Suonavo qualsiasi genere. Le esperienze nel mondo del cinema e in quello della televisione sono state importanti. Sono stato a contatto con musicisti e compositori di grandissima bravura, poi destinati a fare carriera, è il caso di Ennio Morricone o Piero Umiliani. In certi casi, andavo in studio di mattina e mi ritrovavo con un pacco di trenta pagine con i brani da suonare. Ovviamente, il mio primo pensiero era andare a cercare l’eventuale ‘rogna’ tra le parti. Sarebbe stata una pessima figura sbagliare in pubblico, specie nei confronti di chi dirigeva, costringendolo a ricominciare da capo, e senza cambiare nastro, fino all’ennesimo take.

Lì si imparava tanto. Oggi non c’è più questo tipo di scuola. Non finiva mai. E neppure perdonava. Ad esempio, chi suonava tromba o trombone era, spesso, criticato. Non mancavano musicisti bravi, ma non era ancora possibile replicare una certa tecnica. In Italia c’era una diversa ‘tradizione’ in termini di acuti rispetto agli Stati Uniti. Un compositore come Ennio Morricone, diplomato in tromba, li bacchettava tutti. Piero Umiliani, invece, amava quei musicisti capaci di inventare ‘qualcosa’ e, non a caso, al Sound Workshop si è circondato dei migliori jazzisti.

Che ricordi ha di un altro personaggio con cui ha collaborato quale Enrico Simonetti?

Ho un bellissimo ricordo. Quando si trasferì in Italia, sono stato il primo ad avere contatti con lui. Carlo Pes, il nostro amico comune, mi disse che era tornato dal Brasile, dopo diverse esperienze musicali e, addirittura, televisive. Inizialmente, la mia incredulità era giustificata. Andai all’appuntamento organizzato dallo stesso Carlo Pes e mi trovai di fronte un personaggio un po’ spaesato, seduto su una panchina a Villa Borghese. Una scena singolare. Era lo stesso che conduceva il ‘suo’ Simonetti Show, l’equivalente di Studio Uno, in Brasile? Enrico Simonetti è stato, soprattutto, un uomo molto simpatico, volenterosa con grandi capacità e molte idee. Ad attenderlo, però, c’era il deserto. Per fortuna, poco dopo, trovò impiego in Rai come direttore d’orchestra.

Maurizio (Majorana), Antonello (Vannucchi), Roberto (Podio), Carlo (Pes): I Marc 4, probabilmente, l’acrostico più famoso degli anni Sessanta. La band ha all’attivo una ventina di album, spesso omonimi, in catalogo, molti pubblicati a brevissima distanza temporale l’uno dall’altro. Sono state solo ‘librerie musicali’?

I Marc 4 sono nati un po’ per combinazione. Noi eravamo dei bravi musicisti. La nostra musica fu notata dalla dirigenza della Sermi Film, che aveva l’appalto dei cinegiornali e di altre cose. All’epoca, la cultura di un ‘sottofondo’ musicale ritmico non c’era e, poco alla volta, si è imposto durante la trasmissione un servizio televisivo o un’intervista. Di certo, sarebbe stata inadatto quel sottofondo simil colonna sonora da grande orchestra di fine anni Sessanta. Quelli della Sermi Film affittarono la sala della FonoRoma e li registrammo i primi due dischi dei Marc 4.

I brani di entrambi furono parecchio utilizzati e intascammo un po’ sorpresi i primi soldi che, da buoni amici, ci dividemmo. Da quel momento in poi, avviamo anche le nostre edizioni musicali. Tra di noi, Antonello Vannucchi era il più creativo. Scriveva sia i temi che le armonie, meno che i riff di basso e di chitarra sul fronte delle colonne sonore. Altri nostri lavori sono stati, letteralmente, su ‘ordinazione’ di vari committenti, erano abbastanza standard in termini grafici, servivano come sonorizzazioni, non erano destinati alla vendita. Noi siamo stati un gruppo di veri professionisti.

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