Music Armed To The Teeth

Franco Micalizzi

Con la sua musica, Franco Micalizzi ha caratterizzato alcuni dei film più popolari del nostro cinema, spaziando tra western, poliziesco, lacrima movie, horror e commedie. I suoi primi cinquant’anni di attività l’occasione per aprire il cassetto dei ricordi.

La chitarra, i Robby’s, il contratto con la Ricordi, la collaborazione con Gino Paoli, concerti in Italia e all’estero. Che ricordi ha di quei giorni spensierati?

È stata un’epoca molto particolare, c’erano i primi ‘fuochi’ di quello che sarebbe stato il mondo della musica del domani, numerosi cantautori cominciavano a essere sulla cresta dell’onda o che, letteralmente, iniziavano la loro carriera: è il caso di Luigi Tenco, di Giorgio Gaber, di Enzo Jannacci. C’erano anche diversi fermenti che lasciavano presagire un cambiamento musicale, si passava da canzoni come Grazie Dei Fiori di Nilla Pizzi a brani più moderni. Robby Poitevin, poi, era un grande pianista e un bravo jazzista, con l’orecchio assoluto, da lui ho imparato tanto. Era un musicista raffinato, con un istinto musicale forte e consistente, o un tesoro da cui rubare ‘perle’.

Il 1965 è un anno particolare: nasce suo figlio Alessandro Micalizzi, oggi consulente e produttore musicale, e si sviluppa il centro di produzione della RCA a via Tiburtina.

Nel 1965, non potevo più vagabondare tra un locale e l’altro, il giorno prima in Svizzera e il giorno dopo in Turchia, così come avevo fatto nel recente passato. Ero stanco di quella vita, avevo bisogno di trovare un po’ di stabilità, soprattutto perché diventavo padre e dovevo assumermi le mie responsabilità. Inoltre, avevo l’impressione che il periodo del mio girovagare si fosse ormai esaurito, avvertivo la necessità di fare un passo avanti, di raggiungere un livello superiore. Lavorare per la RCA è stato molto importante. Un’esperienza non meno formativa delle precedenti. Lì, a via Tiburtina, nasceva un’altra realtà, destinata a consolidarsi in breve tempo, con i cantautori già formati: la musica pop italiana prendeva forma, modificava la propria impostazione. Frequentare la RCA mi ha permesso d’imparare tanto, così come di essere a contatto con compositori quali Ennio Morricone e Luis Bacalov, che erano più esperti di me e lavoravano già in ambiti diversi. Ho compreso qual era il modo di ragionare di un musicista, specie quando si trovava a dover risolvere alcuni problemi, allo scrivere per un cantante, per un film o a seconda di altre situazioni ancora. E, con quei capiscuola, non è stato difficile, è stato un po’ come frequentare una ‘bottega’. Naturalmente, non sono stato il solo a formarmi in quel periodo, tanti altri hanno compiuto il proprio percorso in modo analogo, facendo riferimento a questi maestri. Tra i corridoi della RCA era facile incontrare non solo le ‘stelle nascenti’, cantanti come Patti Pravo o Sergio Endrigo, ma anche Armando Trovaioli, Carlo Rustichelli e Angelo Francesco Lavagnino. Quest’ultimo, esponente della ‘vecchia guardia’, mi confidò un giorno che la musica di un film è come l’aria: “non funziona soltanto in due casi, te ne accorgi quando è assente o cattiva”. I grandi di allora erano ben disposti nei confronti dei giovani. Io ero assetato di conoscenze, m’interessava apprendere la professione ed esercitarla nella misura più efficace.

È stato un momento cruciale per la sua carriera perché, in concomitanza con la nascita del secondogenito Cristiano Micalizzi, batterista di fama internazionale, compie un ulteriore passaggio, dalla RCA alle Edizioni Curci, e inizia la lunga avventura all’interno del magico mondo del cinema.

Lavorare per il cinema è coinciso proprio con l’applicare quelle conoscenze apprese in precedenza, cominciavo ad avere più contatti con produttori, frequentavo le produzioni e, proprio con le Edizioni Curci, saltò fuori l’opportunità di comporre le musiche per un ‘filmino’, “Lo Chiamavano Trinità” (1970) di Enzo Barboni, in arte E. B. Clucher. Un progetto che giaceva nei loro cassetti e che, specie negli anni del grande western all’italiana, nessuno era intenzionato a finalizzare. Le pellicole di Sergio Leone non erano per nulla comiche, ma costruite mediante un montaggio lento e ragionato, in scia ad altre atmosfere, con annessi morti in sceneggiatura, e un contenuto finanche politico. “Lo Chiamavano Trinità”, invece, era l’esatto opposto, si trattava di un film d’azione ma, in fondo, leggero, divertente, con le sue numerose scazzottate della grande coppia formata da Bud Spencer e Terence Hill. Fu così che a Enzo Barboni, alla prima regia dopo i trascorsi come direttore della fotografia, ‘assegnarono’ Franco Micalizzi. Il regista, tra l’altro, non era neppure nelle condizioni di rifiutare. Il nostro rapporto di lavoro fu ottimo sin da subito, lui era molto disponibile, sorridente, aveva una grande capacità di costruire situazioni ‘spiritose’ e questo suo feeling è arrivato agli spettatori in platea. Quando il film uscì nelle sale, il successo fu immediato, furono letteralmente prese d’assalto. Inoltre, “Lo Chiamavano Trinità” non è stato premiato solo dal pubblico di cinquant’anni fa, ma anche da quello televisivo, divenendo campione d’ascolti a ogni passaggio in tv. È stato riproposto così tante volte che tutti conoscono le battute.

Non tutti ricordano una certa ‘coincidenza’: “Lo Chiamavano Trinità” debuttò nei cinema dieci giorni prima del Natale 1970, in concomitanza con il suo compleanno.

Sì, sono orgoglioso di far parte di questa storia, tanto dinamica quanto dinamitarda, la pellicola la conoscono tutti, le musiche idem, lo stesso Quentin Tarantino ha utilizzato i titoli di testa come finale del suo “Django Unchained” (2012), magari tutti gli altri film avessero tagliato gli stessi traguardi. Un brano tratto da una colonna sonora, come Trinity: Titoli è stato a lungo in classifica in tutto il mondo, divenendo qualcosa di unico, forse irripetibile, malgrado all’inizio il produttore Italo Zingarelli avesse in mente di richiedermi un altro tipo di tema, molto meno energico, quasi una ninna nanna. Io, invece, avevo compreso bene il mood di “Lo Chiamavano Trinità”. Per in titoli di testa, la mia musica si avvaleva del testo di Lally Stott, cantautore britannico allora in voga, prematuramente deceduto in un incidente d’auto. Anche lui aveva avuto le mie stesse impressioni in merito alle immagini girate da Enzo Barboni e le sue parole erano perfette per le mie note. Il regista, però, faceva ‘il tifo’ per la mia soluzione, che fu poi adottata. La voce di Trinity: Titoli è quella di Annibale Giannarelli un cantante ‘di passaggio’, figlio di italiani precedentemente emigrati in Australia. Lui si era appena trasferito in Italia in cerca di fortuna, un po’ un azzardo, e non era affatto consapevole, così come noi, di cantare un brano destinato a essere leggendario e ricordato attraverso cinque decenni. In seguito, ho provato a introdurlo nel mondo della musica, con alcune audizioni, ma senza particolari riscontri perché, paradossalmente, era considerato ‘troppo bravo’.

A volte, certi lavori del passato sono stati realizzati con grande leggerezza.

La professione t’impone di fare qualcosa di buono, che sia congeniale al film e, se dovesse arrivare anche il successo, tanto meglio. Il desiderio di ogni compositore è cercare di fare qualcosa in più. La prima regola resta, però, il ‘servire’ le immagini.

Il sodalizio con Enzo Barboni, Bud Spencer e Terence Hill è proseguito con un dittico di celebri film, “Nati Con La Camicia” (1983) e “Non C’È Due Senza Quattro” (1984).

Bud Spencer e Terence Hill erano ormai personaggi affermati e, al di là del genere, qualsiasi film avessero girato, sarebbe stato un successo. Il pubblico li amava moltissimo e, anche in quelle due occasioni, ho realizzato qualche brano ad hoc per le immagini, ad esempio la samba per “Non C’È Due Senza Quattro”. Inoltre, con Enzo Barboni ho sempre lavorato bene e, oggi, sono amico di suo figlio, che ha spesso seguito il padre sul set. Sono, poi, legato anche al figlio di Bud Spencer. A dicembre 2019, c’è stata la mostra multimediale al Palazzo Reale di Napoli a lui dedicata, che ho visitato all’inaugurazione, e fa piacere avvertire tanto affetto nei confronti di quell’attore.

Dopo “Lo Chiamavano Trinità”, il compito di scrivere un’ulteriore partitura per un altro western, il meno celebre “Sei Jellato Amico, Hai Incontrato Sacramento” (1972) di Giorgio Cristallini. In che modo scelse di differenziarla dalla precedente?

Anche in quel caso la mia musica è al servizio del film. Non riscosse chissà quale successo, ne sono consapevole, era una pellicola western come tante di quel periodo, ma credo di averla caratterizzata nel modo opportuno. Ho continuato nel solco tracciato in precedenza, finalizzando una partitura briosa, colorata e, soprattutto, ironica, in linea con il lungo e particolare titolo dell’opera. Ripetere i fasti di “Lo Chiamavano Trinità” era, però, impossibile e non mi riferisco alla colonna sonora ma, ad esempio, alla sceneggiatura, agli attori e via dicendo. Tutti elementi che hanno un grande peso.

Nel frattempo, con le interessanti musiche de “I Due Volti Della Paura” (1972), un singolare mix tra giallo e poliziesco diretto da Tullio De Micheli, ebbe inizio la sua non meno lunga carriera all’interno del c.d. ‘cinema dei mondi neri’.

Film carino, ebbe un discreto riscontro al botteghino, complice anche la sequenza di una vera operazione cardiaca, a cui avevo associato un solenne brano per organo liturgico, Con La Mente A Dio, su misura per rimarcare quel confine che separa la vita dalla morte. Era necessaria una certa drammaticità per quella scena e i suoni dell’organo erano perfetti. Sembra un po’ una preghiera. Uno dei brani dello score mi è stato poi richiesto dall’Inghilterra per essere campionato persino da un rapper.

Il tema del melodramma “L’Ultima Neve Di Primavera” (1973) di Ovidio G. Assonitis un altro momento chiave della sua carriera. Un brano come Criança, una perla.

C’è poco da dire, si tratta di un tema che, in linea con la trama della pellicola, non poteva non commuovere gli spettatori. Ciò che mi sorprese fu la reazione in lacrime anche dei critici che assistettero alle proiezioni precedenti all’uscita del film nelle sale, perché la morte del giovane protagonista, ammalato di leucemia, fu un duro colpo per tutti. Nonostante ciò, tra le pieghe della commovente colonna sonora, ho inserito la bossa nova Criança, con testo scritto da Sergio Bardotti, che testimonia la mia grande passione per il Brasile. Mi piaceva molto comporre questo tipo di musica.

Gli anni immediatamente successivi a “L’Ultima Neve Di Primavera” sono quelli della commedia sexy all’italiana e di un coacervo di prodotti pruriginosi. Le colonne sonore di “Lucrezia Giovane” (1974) di Luciano Ercoli, “Alla Mia Cara Mamma Nel Giorno Del Suo Compleanno” (1974) di Luciano Salce e di “Lezioni Private” (1975), di Vittorio De Sisti annoverano tutte la sua firma, eppure il nome di Franco Micalizzi non è mai stato associato a quello degli altri compositori di quel filone.

Durante quel periodo, la sensualità è stata al centro di numerose sceneggiature e, a conti fatti, mi sono divertito nel realizzare score per film genericamente ‘sexy’, non ho mai avuto problemi. Nello specifico, “Alla Mia Cara Mamma Nel Giorno Del Suo Compleanno” non lo inserirei tra questi, era la storia di un figlio complessato, interpretato da Paolo Villaggio, e della sua madre possessiva, era più una commedia e, al netto della sua sfumatura sensuale, lo ricordo con piacere, avevo registrato delle musiche vivaci, figlie di quel periodo spensierato. In fondo, quando un compositore scrive note per il cinema, deve cambiare spesso registro a seconda dei generi ed è necessario avere e maturare una certa sensibilità nell’approcciarti anche ad alcune novità. Un musicista che frequenta gli ambienti cinematografici non può fossilizzarsi nel proporre un solo tipo di musica, deve variare di continuo. Io credo e spero di esserci riuscito, poiché questo tipo di pellicole mi stimolavano a essere creativo.

Le colonne sonore di “Adolescenza Perversa” (1974) e di “Hold Up – Istantanea Di Una Rapina” (1974), due collaborazioni italo-spagnole a cura di José Benazeraf e Germàn Lorente, coincidono, invece, con un primo utilizzo di uno dei suoi strumenti ‘feticcio’, il clavinet: è stato l’inizio del sound della stagione dei ‘poliziotteschi’?

Sì, perché, nel frattempo, ero stato negli Stati Uniti e avevo ‘scoperto’ questo strumento a tastiera. Una volta rientrato in Italia, andai a cercarne uno presso il negozio di fiducia. Alla mia domanda se ne avessero uno, il personale non era al corrente di che cosa fosse. Cominciai a cercarlo dappertutto e, quando scoprii che lo produceva la compagnia Hohner in Germania, ne ordinai uno. Trascorsi un paio di giorni e mi ritrovai davanti a questo strumento così particolari e, in anticipo sui tempi, divenni il primo a utilizzarlo in Italia. Mi piaceva il suo sound ‘ossessivo’, aveva un’immediata connessione con le immagini di un film d’azione. Non a caso, continuo a utilizzarlo ancora oggi.

Registrare negli Stati Uniti le musiche di “Chi Sei?” (1975), un film horror diretto da Ovidio G. Assonitis, un’altra esperienza indimenticabile da ricordare con piacere. Soul, funk e jazz caratterizzano un insolito commento musicale.

Era la prima volta che registravo negli Stati Uniti ed ero circondato da professionisti davvero favolosi. Scrissi i brani di quella colonna sonora, praticamente, per loro. Se le musiche fossero state registrate in Italia, sarebbero state, di certo, diverse, avrebbero avuto un’altra resa sonora. Una volta sul posto, ho un po’ ‘forzato’ la mano in termini musicali verso uno o più generi vicini o congeniali a quei musicisti.

Anche lo score di “Stridulum” (1978), sempre di Ovidio G. Assonitis, fu registrato oltreoceano, con un’ottima sezione archi, in cui figurava Giovanni Malignaggi.

Si faceva chiamare Joe Malin, ma era un genovese, un bravo violinista. Gli italiani che ho incontrato all’estero sono sempre stati dotati di talento. Quando c’è bisogno di fantasia e arte, senza dimenticare il gusto, gli italiani sono tra i protagonisti.

C’è un nome che ricorre, quello di Ovidio G. Assonitis. Com’è andata con lui?

Era un produttore, oltre che regista e sceneggiatore, emergente a metà degli anni Settanta. Un personaggio singolare, che provava di continuo a fare il ‘colpo della vita’. Di notte, era solito inventare storie e, pur di avere successo, avrebbe trasposto una di queste su pellicola. La fantasia non gli mancava affatto, era alla continua ricerca di qualcosa che colpisse l’immaginario dello spettatore. A posteriori, forse, un colpo gli è riuscito sul serio, perché “L’Ultima Neve Di Primavera” fu una sua produzione. Anche i film successivi non sono andati male al botteghino, ma non hanno replicato quel boom. La musica che ho scritto per il suo cinema, e Ovidio G. Assonitis era un regista che avvertiva sul serio l’importanza che rivestiva, è sempre stata di buona fattura perciò, come nel caso di “Stridulum”, sopravvive alla grande, ha ancora tanti ascoltatori.

Un altro film in cui mette lo zampino Ovidio G. Assonitis, come produttore, è “Laure” (1975), diretto da Louis-Jacques Rollet-Andriane e da Roberto D’Ettorre Piazzoli.

Anche quel film era figlio dei tempi di allora, con un soggetto mutuato dall’omonimo romanzo di Jacques Rollet-Andriane, che raccontava la storia di una disinibita diciassettenne che viveva a Manila, nelle Filippine. Io, ovviamente, feci la mia parte, con Tony Esposito alle percussioni e la voce di Emanuelle Arsan.

Il nome di Franco Micalizzi era, è e sarà sempre legato a quello di Umberto Lenzi e alla decina di partiture per i suoi poliziotteschi. Il primo è uno dei più originali, “Il Giustiziere Sfida La Città” (1975), il cui protagonista è Rambo, un ex criminale.

Ho avuto lunghi trascorsi con Umberto Lenzi, mi sono trovato benissimo con lui, è stato un regista molto attento ma anche disponibile, mi lasciava lavorare con una certa autonomia e poi ascoltava i miei temi. I suoi film hanno ottenuto incassi stratosferici, ad esempio con lo spettacolare “Napoli Violenta” (1976), e dispiace che, oggi, non sia più con noi a godersi non solo questo revival. Nel caso, poi, de “Il Giustiziere Sfida La Città”, cominciai a sperimentare questo nuovo commento che è piaciuto davvero a tutti, non solo a Quentin Tarantino che, per il finale di “Grindhouse (Death Proof)” (2007), recupera un altro celebre tema, quello di “Italia A Mano Armata” (1976). Musica che si presta a sequenza movimentate, influenzata anche dalla tradizione napoletana. È impossibile ignorare i colori di Napoli, lo certifico in Folk And Violence, questa sorta di tarantella dai rimandi rock. Nonostante l’avvento dei sintetizzatori, ho cercato di circoscrivere la mia musica all’interno di una dimensione da orchestra, con una precisa dinamica.

Clavinet e sintetizzatori fondamentali per la resa delle sue composizioni.

Ho avuto un buon rapporto con l’elettronica e con strumenti del genere, mi sono trovato bene perché, talvolta, basta seguire ciò che succede nel mondo della musica e ‘armonizzare’ il proprio gusto in scia alle nuove possibilità offerte dalla tecnologia e alle tendenze in voga. I musicisti non dovrebbero mai chiudersi, ma proseguire con le proprie idee. Tutto ciò che c’è di nuovo oggigiorno, e che suscita in me un certo interesse, lo inserisco all’interno del pentagramma. Non ho nessuna difficoltà di approccio. Sono sempre favorevole alle novità e stimolato nel fare qualcosa di diverso.

Il sound così ‘rocambolesco’ dei poliziotteschi lo associamo, però, anche agli ottoni.

Sì, sono cruciali, al centro della mia big band, con una ritmica martellante.

L’intensa stagione dei poliziotteschi è segnata non solo dal ciclo delle c.d. ‘città violente’: “Italia A Mano Armata”, girato da Franco Martinelli, è tra i cult del filone con il commissario Betti (Maurizio Merli) pronto a fronteggiare il boss Jean Albertelli (John Saxon) tra Torino, Milano e Genova, sulle note della sua vibrante musica, a partire dalla meravigliosa canzone A Man Before Your Time.

Sfortunatamente, non è stato tra quei brani che hanno ottenuto un immediato successo, mi aspettavo una risposta ancora più forte. Era il lato melodico sia di “Italia A Mano Armata” che di “Napoli Violenta”, un brano scritto su misura per il secondo film e riproposto anche nella tracklist dello score del primo, i cui interpreti erano i Bulldogs. Una canzone moderna, che mi piace riascoltare, in contrasto con la drammatica e, ovviamente, più tradizionale Tira ‘A Rezza Oj Piscatore, cantata da Raoul.

L’oscuro “Genova A Mano Armata” (1976) di Mario Lanfranchi, girato in economia, sorprende, invece, per la colonna sonora che presenta diversi arrangiamenti del tema principale e, soprattutto, per i diversi momenti atmosferici di suspense.

Anche io non rivedo “Genova A Mano Armata” da parecchio tempo. Quanto alla colonna sonora, così come in altri casi, ho cercato, e spero di esserci talvolta riuscito, di fare un passo avanti, proiettando la mia musica in un futuro vicino, dilatando sia la scrittura che la composizione, sperimentando sempre nuove soluzioni o, semplicemente, facendo leva sull’esperienza. Ecco il ‘segreto’ di quel tipo di commento.

Un anno dopo, “La Banda Del Gobbo” (1977) e “Il Cinico L’Infame Il Violento” (1977) elevano a potenza il binomio composto da Umberto Lenzi e Franco Micalizzi tra spettacolari inseguimenti, truci sparatorie, spietate esecuzioni, improvvise sfuriate di violenza, criminali ed eroi, Tomas Milian contro Maurizio Merli.

Film del genere erano perfetti, Umberto Lenzi li girava con grande maestria, era diventato facile tenere il suo passo. E, secondo me, avrebbe potuto continuare a fare ancora cinema in ambito ‘poliziesco’. Il problema è che, in questo Paese, prodotti del genere non sono stati ben recepiti e, in seguito, un regista come Umberto Lenzi era ritenuto, a torto, troppo avanti con l’età, bisognava lasciare spazio ai giovani. C’è, però, un dato incontrovertibile: non c’è confronto tra i suoi poliziotteschi e i prodotti di oggi, sia cinematografici che televisivi, probabilmente, eccetto “Gomorra – La Serie” (2014-). Non mi è dispiaciuto neanche un film sui generis come “Lo Chiamavano Jeeg Robot” (2015) di Gabriele Mainetti che, a modo suo, recupera proprio quei tratti caratteristici del cinema di Umberto Lenzi che il carattere di Tomas Milian ma, per il resto, la situazione attuale non riserva particolari spunti. I poliziotteschi avevano una forte presa sul pubblico perché erano girati in strada, erano violenti ma erano veri. Quel tratto realistico rappresentava un punto di contatto con la stagione del neorealismo.

Dal cinema alla televisione, il passo è stato essere breve. La partecipazione a “Domenica In”, su invito di Stefano Jurgens e come direttore dell’orchestra, è stata la sua prima esperienza all’interno del piccolo schermo. Era il 1978: Paese la sigla, con la voce di Drupi. Che ricordi ha di quell’annata e di Corrado Mantoni?

Un bel ricordo, le esperienze nuove mi piacciono tanto, mi divertono e mi mettono costantemente alla prova. Con il conduttore, sono stato benissimo, Corrado Mantoni era di una bravura eccelsa. Siccome, però, ho un timbro di voce un po’ alto, mi chiese di moderarlo durante le nostre conversazioni in studio, altrimenti rischiavo di coprirlo.

All’alba degli anni Ottanta, l’ennesima colonna sonora diversa dalle altre, quella per “L’Ultimo Cacciatore” (1980), di Antonio Margheriti, film in scia a “Il Cacciatore” (1978) e “Apocalypse Now” (1979). Ha subito qualche condizionamento?

No, lì ho cercato di adottare un commento ‘misto’, con brani da film di guerra, ‘pulp music’, oltre a qualche altra invenzione data la natura ‘ibrida’ di quel tipo di progetto.

Gli anni Ottanta sono anche quelli della commedia e del connubio con Bruno Corbucci per “Il Ficcanaso” (1980), “Delitto A Porta Romana” (1980), “Delitto Sull’Autostrada” (1982) e “Rimini Rimini – Un Anno Dopo” (1987), film girato anche da Giorgio Capitani.

Un altro regista di grandissima esperienza, Bruno Corbucci è stato un caro amico, oltre che un autore molto colorito, vivace, che ha legato la sua comicità, come nel caso di alcuni di questi film, al popolo e alla strada. Le mie musiche hanno così incarnato un’anima più ironica e, al contempo, hanno conservato anche il loro carattere vibrante, talvolta aggressivo. Il commento di “Rimini Rimini – Un Anno Dopo” presenta, invece, una dimensione ‘da discoteca’, con brani sia strumentali che cantati che, forse, non sfigurerebbero neanche oggi, ma affido ai posteri l’ardua sentenza.

Prima di uno stop, tre partiture per film di Umberto Lenzi: “Demoni 3” (1991), “Caccia Allo Scorpione D’Oro” (1991) e “Hornsby E Rodriguez – Sfida Criminale” (1992).

Nonostante fosse cambiato il pubblico, Umberto Lenzi continuava a essere in grado di spingersi costantemente oltre i generi. Come un musicista, lui sapeva affrontare, da regista, qualsiasi situazione e, soprattutto, era capace di farla propria. Era un grande professionista e questo ultimo trittico di film, diversi dai precedenti, è l’ennesima testimonianza delle sue grandi competenze e capacità.

L’ultimo capitolo in ordine di tempo della sua carriera è l’album “Solisti” (2020).

La figura del solista ha perso oggi l’importanza che aveva una volta, eppure il solista da tantissimo al pubblico durante la sua performance, gli dona la sua anima di continuo, perché deve riuscire a comunicargli qualcosa senza ricorrere alle parole, che sono proprie del cantante. Ecco perché mi è venuta voglia di fare e dedicare un disco ai solisti, ai grandi interpreti che potevo coinvolgere nell’ambito di questo progetto, uno di questi è, ad esempio, Enrico Pieranunzi, turnista di particolare valore durante il periodo dei poliziotteschi e poi apprezzato jazzista. Ci siamo risentiti a distanza di cinquant’anni e, per l’apertura di “Solisti”, gli ho affidato il tema di “Italia A Mano Armata”, mentre a mio figlio batterista ho chiesto di esibirsi in una serie di assoli specifici. Oltre a Mariella Nava, voce per La Camera Blu, un’altra solista d’occasione è Orietta Berti, che canta la sigla di “Lupin”. C’è di tutto, i generi sono tanti e i solisti almeno una quindicina. In fondo, questo è un modo per far per lasciare più spazio a chi valorizza la mia musica con la propria interpretazione: è necessaria grande preparazione, concentrazione e capacità di trasmettere un certo linguaggio. Caratteristiche comuni ai solisti che fanno parte del mio nuovo album e che spero gli ascoltatori sapranno cogliere.