Murcof – Cosmos

Murcof – 'Cosmos' (2007)

Il cielo è stellato sopra Tijuana. Murcof è un nome d’arte, dietro cui si cela Fernando Corona, messicano di nascita, ma residente in Spagna. Professione: musicista. Laureato in Analisi dei Sistemi e Programmazione, Murcof si è formato tra pianoforte e violoncello: dal padre poli-strumentista ha ereditato una sconfinata passione per la musica classica. E, quindi, ai primi computer ha affiancato sintetizzatori e molto altro ancora per estrapolarne note e toni. Così ha inizio la sua strabiliante carriera, che si fonda sulle visioni di Arvo Pärt e Henrik Gorecki, elaborando un creativo mix di sonorità elettroniche, tra ambient, minimal e inserti glitch. Al pari delle opere dei suoi maestri, le produzioni di Fernando Corona sono lente ma evocative, tanto cinematiche quanto suggestive. Le differenze sono, però, numerose.

Murcof ricorre a campionamenti di strumenti acustici recuperati da registrazioni di musica classica o contemporanea a cui sovrappone polverose armonie elettroniche, ritmi disturbati e schegge di violoncello, organi a canne, per un qualcosa di indecifrabile a parole che risulta, oltre che originale, davvero affascinante. Una pioggia di gocce acustiche, frammentate in un mare elettronico, cadono al di sopra di un contesto, serio e piacevole, ai confini del sacrale e, forse, maggiormente vicino ai profani. L’equilibrio tra le varie parti della composizione, la precisione da autodidatta e la cura ossessiva dei dettagli, l’atmosfera sonora dolce o maestosa e il complesso equilibrio tra silenzi e campionamenti, rendono, senza ombra di dubbio, Murcof una delle figure più apprezzate e influenti della musica contemporanea.

Nonostante ciò, è il silenzio a ricevere in dote il compito di traghettare l’ascoltatore verso l’essenza delle composizioni firmate dal messicano e ne riveste anche il ruolo di massimo comune denominatore delle sue produzioni anteriori: “Martes” (2002), “Utopia” (2004) e “Remembranza” (2005). Quest’ultimo titolo – ispirato al tema della memoria, trascritto mediante vari registri espressivi – ha rappresentato, almeno sin qui, il suo apice creativo, poiché sfoggiava un beat appena marcato, gli immancabili vuoti d’aria e le improvvise ripartenze di strumenti classici, ricercando profondità immaginifiche, in cui i violoncelli emergevano per manciate di secondi, rilasciando poi il proprio eco tra rumori di fondo. Come in una gelida stanza vuota. E affatto fredde furono le celebrazioni per questo visionario e poliedrico progetto.

Fuori dal precedente schema, “Cosmos” (2007) dimostra, invece, di poter scavalcare l’unione di sintetici beat generati da un laptop e da sample di musica classica. Rispetto agli scorsi album, qui c’è molto più materiale armonico e, in generale, una maggiore apertura verso drone e tappeti sonori a scapito dell’attenzione che Fernando Corona ha rivolto a quei suoi tipici ritmi distorti – realizzati utilizzando frammenti noise – ma ciò non rende affatto la sua creatività meno interessante, , introducendo nuovi colori sulla sua tavolozza musicale riesce a essere più vario e ugualmente capace di avvolgere e trascinare l’ascoltatore nel suo piccolo mondo. La ricerca si sposta allo spazio, a quel cosmo che, superficialmente, potrebbe essere retorico, ma che tra le mani di Fernando Corona disorienta, a tratti, per la sua connotazione intimistica.

“Cosmos” è un’evoluzione logica rispetto a ciò che volevo esprimere in questo nuovo lavoro: sapevo che le strutture usate in precedenza non erano pienamente adatte e ho ridotto la parte ritmata, concentrandomi di più su armonia e texture. Questa volta ho attinto maggiormente dalle strutture musicali classiche piuttosto che dall’elettronica, perché tutti i miei dischi riflettono un periodo preciso della mia vita. Per esempio, il primo disco corrisponde ala nascita di mio figlio, il secondo è legato alla morte di mia mamma, questo quarto disco riflette il mio spostamento da un continente all’altro, dato che mi sono recentemente trasferito a Barcellona e la mia interpretazione della vita è cambiata. “Cosmos” è una celebrazione della nostra esistenza, dell’universo: bisogna guardare al di là dei palazzi che ci circondano, bisogna guardare in alto, le stelle e il cielo.

Contatto con gli elementi terreni e la natura, oltre che con la tecnologia: ecco le caratteristiche dell’ultimo lavoro di Murcof, pubblicato su Leaf. Una simile formula può sembrare trita e ritrita, ma il flusso di note è denso, frutto di un tocco perfezionista, tale da conferire all’indiretto suono di pianeti e stelle uno spessore e una veemenza unica nel suo genere. A un primo ascolto, infatti, si corre persino il rischio di sottovalutare il rapporto tra il vuoto – che nelle sibilanti estensioni rinviene la sua foggia sonora più adeguata – e il senso di tormentata trasformazione che, spettrale, appare fugacemente. Eppure il silenzio che può essere riempito. È questo il rarefatto tema che fa da base al climax di Cuerpo Celeste. Un climax sommesso, cupo, ma che riecheggia tremante nei suoi quasi dieci minuti di crescita, fino a far vibrare le casse con la sola forza del nulla.

Le pulsazioni più elettroniche compaiono a partire dalla seconda traccia dell’album, Cielo, che fa sì che si possa ammirare l’arte di Fernando Corona dal volto più familiare, capace di elaborare un campionamento vocale in maniera così toccante da far credere che sia un lamento ai margini dell’universo. Le due title-track, Cosmos I e Cosmos II, confermano la sensazione di un continuo avvicinarsi all’ambient, alla ricerca di nuove soluzioni per allontanarsi dalla contingenza: nessun ritmo, soltanto meri suoni e basse frequenze pronte a far collassare i padiglioni auricolari, lasciando la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di primordiale e oscuro. A separare le due quasi omonime tracce si innestano i battiti sintetici di Cometa, che fa il paio con Cielo nel suo rimandare ai trascorsi del passato, eguagliandone in parte la forza emotiva.

Si dischiudono così illusorie vie di fuga da silenzi ancora più incombenti, laddove la natura e l’artificio sono nient’altro che bagliori sovrapposti all’orizzonte. Infine, Oort, caratterizzata da improvvise deflagrazioni sonore: un tentativo di pura e nuda avanguardia, per una conclusione che riduce al minimo l’utilizzo di una componente elettronica, affiancata da un sottofondo privo dei soliti strumenti classici. I saliscendi emozionali della suite si alternano tra dolci strepiti ,che lambiscono il silenzio, e lancinanti esplosioni corali. “Cosmos”, in definitiva, è la colonna sonora dell’immensità degli abissi celesti, un lavoro in sei brani che desta improvvisa e nuova vita nel silenzio del vuoto astrale, prevalendo sull’assoluta mancanza di atmosfera e di materia. Uno di quei dischi che non si dimenticano facilmente.

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