Massive Attack – Mezzanine

Massive Attack – 'Mezzanine' (1998)

Crepuscolare e, a tratti, gotico, “Mezzanine” (1998) è più di un disco: è il battito cupo di Bristol e del trip hop, tra i generi più interessanti della scena britannica, divenuto poi, almeno per qualche tempo, prima che nuove ‘ossessioni’ conquistassero radio e stampa musicale, il simbolo delle sonorità di fine millennio. Un periodo dominato dalla presenza dei Massive Attack, impegnati nella costruzione di un’inquietante colonna sonora legata alla vita metropolitana. La città di Bristol, nel sud dell’Inghilterra, è stato uno dei suoi laboratorio musicali più fertili. I Massive Attack una delle sue creature. Qui è nato un movimento che annovera tra le sue fila artisti come Portishead, Tricky e, più di recente, Goldfrapp, capaci di destreggiarsi tra dub e hip hop. Nelle note del trio sono incluse, però, anche reminiscenze reggae, una vena psichedelica e un’attitudine punk.

La gestazione di “Mezzanine” ha avuto termine al culmine di un lunghissimo periodo che ha visto Daddy G (Grant Marshall), Mushroom (Andrew Vowles) e 3D (Robert Del Naja) impegnati in altri progetti, consapevoli di aver già dato molto con “Blue Lines” (1991) e “Protection” (1994), pietre miliari del trip hop. L’idea comune era che la band fosse ormai fiaccata dal successo, se non a corto di idee. E, invece, l’album si è rivelato tanto intenso quanto curato in ogni suo dettaglio. L’attesa è stata lunga, ma ripagata a pieno. La novità apparente è che la musica sembra molto più ‘suonata’ rispetto ai lavori precedenti: chitarre e batterie rubano spesso il posto che era stato di alcuni famigerati sample. I tre continuano il loro percorso d’esplorazione tra generi, abbastanza incuranti di classificazioni di sorta o altri paragoni, senza rinunciare a certi campionamenti ad hoc.

Il sound dei Massive Attack ha subito un cambiamento. È più corposo, intenso, profondo, complici giri di basso nero pece e archi meno pronunciati. Una condizione riscontrabile in Angel, intrisa di una clima da depressione esistenziale, e nell’onirica Dissolved Girl cantata dalla sconosciuta Sara Jay, ascoltabile durante “The Matrix” (1999), ma non inserita nella sua colonna sonora, mentre il protagonista Neo dorme sulla tastiera e il suo pc provvede a svegliarlo con una coppia di frasi leggendarie quali “The Matrix has you” e “Follow the white rabbit”. Melodie soul e duri break. Le chitarre gridano vendetta. Un geniale eccesso heavy per alchimie sonore da brividi. “Mezzanine”, rilasciato per conto dalle Wild Bunch Records e Circa in orbita Virgin, la svolta ‘rock’ dei Massive Attack? Di sicuro, nonostante la breve carriera, è già l’album della maturità.

Noi facciamo musica per noi stessi, è un’attività egoistica e, finché quello che produciamo suona fresco alle nostre orecchie, va bene così. Abbiamo puntato su profondità e prospettiva, l’album dà la sensazione del viaggio e lo si può ascoltare su vari livelli di coinvolgimento: se il volume è alto, acquista in immediatezza; se lo si abbassa, diventa imprevedibile. “Mezzanine” è quel particolare punto del tempo in cui la sensazione della notte prima si trasforma in quella del mattino dopo.

Un passo avanti. Le atmosfere di “Blue Lines” e “Protection”, in bilico tra dub e lounge, sono state sostituite da un umore insofferente, erede della scena dark degli anni Ottanta. All’interno della confezione, poi, il cd arancione crea un netto contrasto con l’insetto in copertina. Ed è lo stesso contrasto tipico dei Massive Attack. Al di sotto di un’apparente tranquillità ritmica ribolle, infatti, un magma di suoni densi e, talvolta, esplosivi. Un primo e improvviso fascio di luce accantona, però, le tenebre. Lo emana Teardrop, fortunatissimo singolo, trainato dalla sublime voce di Elizabeth Fraser, già membro di Cocteau Twins e This Mortal Coil, abile nel dare vita a un’interpretazione tanto eterea quanto spettrale. Una sensazione acuita dalla visione dal suggestivo video della traccia, in cui un feto umano si muove e canta all’interno del liquido amniotico.

L’idea di un feto che canta già nel grembo materno era così semplice e bella, che me ne sono innamorato subito. Naturalmente, è stata suggerita dal fatto che Elizabeth Fraser era incinta durante la registrazione. Secondo noi, toccava in primo luogo a lei approvare una idea del genere. Era una cosa molto delicata e non spettava a noi giudicare, perché essendo uomini, non possiamo capire che rapporto c’è tra una madre e il suo bambino.
Elizabeth Fraser ha accettato di cantare davanti alla telecamera che avrebbe ripreso i movimenti delle labbra che sarebbero diventati quelli della bocca del bambino. Molti trovano quel video un po’ inquietante. A me piace il fatto che rappresenta l’inizio e la fine allo stesso tempo: la paura prima di nascere e quella prima di morire sono la stessa cosa, perché in tutti i due casi ti trovi ad affrontare qualcosa di sconosciuto. È la chiusura di un cerchio, come in “2001: Odissea Nello Spazio” (1968).

Nella straniante Black Milk, poi, il cantato di Elizabeth Fraser diviene più raffinato, raggiungendo un’intensità unica nell’obliqua Group Four, un duetto con Robert Del Naja. Ciò che accomuna la maggioranza dei brani è la ricerca di vibrazioni cupe e tonalità avvolgenti, tramite il ricorso a variazioni imprevedibili e persino a melodie orientaleggianti. Anche i testi riflettono tale mood come se l’aria insalubre di “Taxi Driver” (1976)  si propagasse in modalità loop. La paranoica Risingson e la disturbante title-track due ottimi esempi. Non mancano, però, episodi morbidi, come il blues di Man Next Door e le galleggianti Exchange ed (Exchange). In “Mezzanine” la parte è il tutto e viceversa, il concetto di ‘canzone’ si dilata nel tempo e nello spazio fino a creare nuove cronologie e geometre. La notturna Inertia Creeps fa accapponare la pelle.

È una canzone nata durante il vecchio tour: abbiamo TRASCORSO un po’ di tempo a Istanbul e siamo RIMASTI colpiti dalla musica sufi. E Così abbiamo trovato le battute, il groove e la struttura dei cambi dellA TRACCIA. Il testo parla delle relazioni che non funzionano, e in particolare di come le nostre relazioni possono disintegrarsi in ogni momento, con le nostre ragazze lasciate a casa e noi sempre in giro che non siamo mai presenti.
Anche quando sei in studio, la musica ti porta in uno spazio mentale completamente separato, non reale né presente, e non sei più in grado di comunicare davvero con le persone che ti stanno vicino, ma non condividono la stessa tensione. In queste condizioni è molto difficile tenere assieme una relazione in modo onesto. La canzone descrive il punto in cui moto e stasi si scontrano: volevamo dare l’impressione di qualche cosa di rotola via fuori controllo, ma si ritrae allo stesso tempo.

Fine. Questa è la disordinata storia di “Mezzanine”, o almeno una prima versione dei Massive Attack della storia. La seconda è una lenta e inesorabile ode al campionamento, l’arma non proprio segreta del trio di Bristol. Angel si basa sulle percussioni di Last Bongo In Belgium dell’Incredible Bongo Band e testo preso in prestito da You Are My Angel di Horace Andy. Il reggae dell’artista giamaicano è presente anche in Exchange, che riprende See A Man’s Face, mentre la ‘gemella’ (Exchange) riparte dalla parte centrale di Our Day Will Come di Isaac Hayes, con annesso il riff di Summer In The City di Quincy Jones e Valerie Simpson. Facile, no? Il testo di Risingson, invece, si fonda su tre canzoni, più o meno, note: I Found A Reason dei Velvet Underground, Where Have All The Flowers Gone? di Pete Seeger e Dennis The Menace di Dennis Pinnock.

Anche il testo di Man Next Door è di provenienza altrui. È quello di 10:15 Saturday Night dei Cure. Lo stesso brano, poi, non è che una cover di I’ve Got To Get Away di John Holt and The Paragons, con l’aggiunta della batteria di When The Leeve Breaks dei Led Zeppelin. I Massive Attack hanno, inoltre, riservato molta attenzione alle percussioni: per Teardrop sono ricorsi a quelle di Sometimes I Cry di Les McCann e per Mezzanine a quelle di Heavy Soul Slinger di Bernard Purdie, mentre per Group Four sono state incorporate le più robuste di Up The Khyber dei Pink Floyd. Anche la sezione ritmica di Get Out Of My Life degli Iron Butterfly può rivelarsi utile per Black Milk: serve a bilanciare la nenia di Tribute della Manfred Mann’s Earth Band. Infine, gli effetti sonori di ROckWrok degli Ultravox congeniali per arricchire Inertia Creeps. Scelte azzeccate.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...