Masked Philosophy

Redshape

Nato nelle profondità dell’ex Germania Est e cresciuto ascoltando la techno di Detroit, Sebastian Kramer ha impiegato poco tempo per padroneggiare i basici software musicali di allora. Influenzato dall’opera di Carl Craig, ne ha reinterpretato alcune visioni e, in scia allo stile di Jeff Mills, ha cominciato poco dopo dato il via alla sua singolare produzione, senza particolari compromessi. All’alba del nuovo secolo, il produttore tedesco ha immesso sul mercato un gran numero di tracce, affidandole ad alcune piccole etichette di allora, oggi inattive, tra cui la propria Content.

La sua musica fu ben accolta da parte di artisti del calibro di Ben Sims, Claude Young, Dave Clarke, James Ruskin, Oliver Ho, Oscar Mulero, Patrik Skoog, Steve Bicknell e altri ancora, ma era solo l’inizio. La svolta è coincisa con la scelta di ricorrere a una maschera rossa, ideale per celare il mistero della sua identità. Tutto è cambiato all’improvviso. L’alias Redshape si è poi consacrato con gli album “The Dance Paradox” (2009) e “Square” (2012). Nel corso dell’intervista, il produttore tedesco racconta il modo in cui ha vissuto questa trasformazione e molto altro ancora.

Prima di tutto, la maschera rossa. Perché nascondere la tua vera identità?


Quando lanciai il progetto Redshape volevo che le persone si concentrassero sulla mia musica. Fui un po’ sorpreso dalla prima release, perché ebbe molto più successo di quanto mi aspettassi e così ricevetti diverse richieste di promoter che m’invitavano a suonare negli stessi luoghi che avevo già frequentato come ospite con il mio vero nome. Avevo soltanto indossato una maschera, il resto è scaturito come conseguenza. Volevo mantenere un alone di mistero. Non è stata una mia idea fare qualcosa di simile ma, ugualmente, quello è stato il motivo scatenante per cui non inserissi il mio vero nome nei credit delle altre uscite ed ecco perché ancora oggi preferisco nascondermi.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica?

Abbastanza presto. Era un grande sogno per me, tra il 1995 e il 1996 iniziai a produrre tracce che seguivano in scia quelle di Jeff Mills. Il piano era far uscire il mio primo disco entro i diciott’anni e ci riuscii. Da quel momento a oggi ne sono trascorsi altri quindici.

Hai uno o più dischi che reputi indispensabili per te?


Di sicuro, tutti gli album di Carl Craig, quello firmato Psyche, l’altro a nome Paperclip People. Anche le release della Sound Signature di Theo Parrish sono state importanti per me e, allo stesso tempo, un disco come “Homework” (1997) dei Daft Punk.

A proposito di Carl Craig, una parte della stampa ti ha spesso paragonato a lui. Com’è sentirsi paragonati a un nome così importante?


Mi sento bene e, a volte, sono stato anche un po’ in imbarazzo, perché non credo di essere simile a lui. Durante i suoi primi anni di carriera era super creativo. Se riuscissi a veicolare quel tipo di emozione che è stato in grado di suscitare nel pubblico, o il suo messaggio tout court, ciò sarebbe un grande onore per me.

Carl Craig fa parte della seconda generazione di artisti techno provenienti, o direttamente collegati, alla città e all’arte di Detroit. Un altro nome locale, James Stinson, ti dice niente? Che cosa ricordi del duo Drexciya?

All’epoca, non ero molto addentrato nell’electro. Scoprii il progetto Drexciya in occasione della scomparsa di James Stinson, perché tutti ne parlavano. Internet non era come oggi, non c’era modo di poter andare a fondo e scoprire, ad esempio, il suo catalogo. Fu così che numerosi dischi li ho acquistati in un secondo momento, attraverso il primo ciclo di ristampe. A essere onesto, non sono granché legato all’esperienza Drexciya. Ha reso grande la scena musicale di Detroit, la stessa che osservavo con attenzione tramite i documentari. Ho proferito, però, avvicinarmi alle sonorità di un’etichetta come la Transmat e a quelle proprie di un gruppo come gli Octave One.

“The Dance Paradox” (2009), “Square” (2012), svariati 12”. La discografia come Redshape è in evoluzione. Come giudichi il tuo percorso?

Ogni volta che termino la registrazione di un disco, o mi accingo a completarla, penso che nel migliore dei casi potrebbe essere una delle mie migliori opere ma, tempo dopo, mi convinco dell’opposto. Forse, questo atteggiamento critico fa la differenza. La svolta è stata il primo disco pubblicato dalla Present, “The Playground” (2006), quello che con cui mi sono affermato. Non a caso, la traccia omonima l’ho remixata e inserita in “Square”. È la traccia che, forse, rappresenta al meglio la mia evoluzione sonora, come artista, al cui interno si alternano suoni che cambiano di continuo.

A questo punto, come pensi di poter migliorare ulteriormente il tuo sound?


Negli ultimi anni mi sono davvero appassionato a tecnicismi extra drum machine e mi riferisco al mixing, al mastering e al cueing. Mi piacerebbe approntare un equipaggiamento da studio con speaker e controller migliori e, soprattutto, maggior spazio. Ciò che conta davvero è la condizione d’ascolto. Il modo in cui è possibile ascoltare ciò che si produce influenza sempre il risultato finale. La soglia d’attenzione deve essere alta. Sul fronte degli strumenti, sono un grande amante dei sintetizzatori, non m’importa granché del resto. Ne ho molti ma, alla fine, ne uso pochi alla volta. Non sono un nerd, non credo che cambieranno ancora nel tempo, i nuovi saranno solo più affidabili. Per raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissato, è necessario scrivere buona musica, specie in termini di armonie, e ascoltarla nel modo migliore.

Quali sviluppi avrà la musica elettronica?


Non ne ho proprio idea. Non so molto della scena corrente, non conosco la musica che va forte ora, specie quella dei produttori inglesi, e i vari tipi di crossover. Non so cosa sta succedendo, probabilmente, sono la persona sbagliata a cui chiedere un certo tipo di previsioni sul futuro. Sono, però, consapevole che è ancora possibile spingersi oltre un certo livello estetico e utilizzare in altri modi determinati suoni e ritmi. Significherebbe andare avanti e senza cambiare troppo. Raggiungere, insomma, un risultato non dissimile dalla realtà musicale contemporanea.

Le persone tendono, tra cui anche io, a rimanere un po’ troppo sulla stessa linea, sullo stesso sentiero e, se qualcuno si lascia sedurre da alcune influenze, ne fa, finisce in maniera inconsapevole ad alimentare un genere crossover. E non so quanto ciò abbia senso. Credo che sia necessario valutare il cambiamento adottando una panoramica più ampia sulla scena generale, includendo qualsiasi stile, dall’house alla techno. È in questo modo modo che potrebbe scorgersi la vera essenza degli appassionati e di ciò che li spinge a essere in pista, a casa o in altri contesti sperimentali.

Come ti ha influenzato, invece, la scena di Berlino degli ultimi anni?


A dire il vero, non molto. Quando mi sono trasferito nella Capitale, mi sono un po’ isolato, perché suonavo durante i weekend e non sono un tipo festaiolo, non lo sono mai stato. Non mi piace uscire e andare a ballare. Preferisco restare a casa e concentrarmi sulla filosofia della musica e argomenti teorici del genere. Qualche volta incontro persone per cena, ma le vedrei lo stesso quando suono a Berlino. Insomma, non mi dispiace vivere lì, ma la città non esercita particolari influenze sul mio sound.

Hai avuto modo di remixare tracce di vari artisti ma, paradossalmente, non esistono remix delle tue tracce. Qual è la tua visione in tal senso?

Mi fa piacevole che le mie tracce non siano remixate. Ho fatto questo tipo di scelta perché, per me, creare un brano è sempre un processo difficile in quanto si tratta di sensazioni che vengono dal profondo e non proprio con un ordine specifico. Per cui, quando riesco a concentrarle in un’unica sequenza di note, e riesco a ottenere una vera e propria traccia, la mia felicità è al massimo, perché ogni elemento al è posto giusto, le melodie sono efficaci e, in qualche maniera, tutto funziona alla grande.

Dopodiché, se avessi un’altra occasione per realizzare lo stesso brano da zero, lo completerei in modo, forse, migliore. Con una maggiore concentrazione, utilizzerei le stesse parti inventate, già pronte per essere incastrate l’una con l’altra. Questa è la ragione per cui non voglio che altri artisti facciano ciò per me, perché è difficile ideare ogni singolo elemento della traccia e non voglio regalarlo a qualcun altro.

Il progetto Redshape ha avuto l’appoggio di una realtà discografica come la Delsin. Negli altri casi, hai inviato demo per le tue release?

Sono molto legato alla Delsin, forse è l’etichetta a cui sono più vicino. All’inizio, hanno avuto un ruolo importante anche Styrax Leaves e Millions of Moments, ora un po’ di meno. Comunque, nell’ultimo periodo, sono state le label a farsi avanti, a contattarmi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?


La mia prossima release sarà il “Red Pack II” (2013). Un disco realizzato seguendo il medesimo processo del precedente di alcuni anni, il “Red Pack” (2010). Una volta rilasciato “The Dance Paradox”, in cui avevo equilibrato davvero tutto, ho avvertito il bisogno di tirare fuori il mio lato più selvaggio, quello più dance, ed ecco com’è nata l’idea originale. Lo stesso “Square” avrebbe dovuto essere differente. Dopo l’album, volevo pubblicare un 12”, magari doppio, con brani dancefloor, senza pensare in grande. Qualcosa di più diretto, immediato. Intanto, il mastering è andato a buon fine. Le nuove tracce sono pronte. Mi auguro che sia pubblicate nei prossimi mesi.

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