Man, Music, Technique

Alberto Boccardi

Dalla Valtellina al Kazakistan, Alberto Boccardi è l’artista che non ti aspetti. Diplomato al Conservatorio di Milano, e laureato in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico della città meneghina, il produttore ha, però, un retroterra che affonda radici nel metal e nel crossover, senza dimenticare l’importanza di un mito quali Michael Jackson.

Da alcuni anni, la sua ricerca è incentrata alla creazione di paesaggi sonori a partire dall’interazione tra strumenti analogici e digitali. Da tale fertile humus è germogliato prima il suo omonimo lavoro, “Alberto Boccardi” (2012), ormai introvabile, e poi lo split con Lawrence English, rilasciati dall’etichetta Fratto9 Under The Sky Records.

Avanguardia, rumorismo e sperimentazione. In attesa del nuovo album, sono queste alcune delle parole chiave per comprendere la cifra stilistica di chi è stato selezionato già come finalista per il Festival Muv, per il NAO Performing Festival, oltre che per l’Edvisk Festival di Stoccolma e per il padiglione danese della Biennale di Venezia.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Ho suonato basso e batteria per tanto tempo, dai quattordici anni in poi, in formazioni punk e crossover. Dopodiché, per motivi personali e di studio, ho smesso con la musica, continuando, però, a esserne un grande appassionato e ascoltatore. Un giorno comprai una groovebox, mi divertivo realizzando piccole cose ma, su un invito di un carissimo amico, ho iniziato a comporre musiche per uno spettacolo teatrale. Questo è stato il momento cruciale in cui ho cominciato a pensare alla musica in un modo differente. Era diventata elettronica. Sono trascorsi otto anni da allora, qualcosa è cambiato in me.

Quali sono stati i tuoi artisti di riferimento?

Da ragazzino, Michael Jackson. Assolutamente. Mio padre mi nascondeva le cassette per farmi studiare. Ascoltavo la sua musica, soprattutto, un album come “Bad” (1987). A ripetizione. Una volta cresciuto, ho vissuto una ‘fase’ metal dopo, ho adorato un gruppo come i Pantera e, poi, sono scivolato verso il crossover, circa alla fine degli anni Novanta, prediligendo le opere di act quali Korn e Deftones.

Ho ascoltato anche tanta musica elettronica. Un artista fondamentale per il mio percorso creativo è stato Ben Frost. Miles Davis, invece, è l’unico che ascolto ininterrottamente, un po’ come i Tortoise. Il loro “TNT” (1998) mi fu regalato da un amico: me ne innamorai e recuperai gli album precedenti. In generale, è difficile che torni sui miei passi, riprendendo dischi di quando avevo vent’anni.

Dal metal all’elettronica, che cosa ti ha fatto maturare l’idea di abbandonare gli strumenti che suonavi per lanciarti in un qualcosa di nuovo?

Al di là degli ascolti specifici, quando ho iniziato, la musica elettronica mi permetteva, purtroppo, di fare a meno di un gruppo. Nel frattempo, avevo un po’ smesso di suonare, perché sono stato all’estero per motivi di studio. Tutto andava bene con la mia band di allora poi, come spesso succede in questi casi, le nostre strade si sono separate.

La musica elettronica mi permetteva di lavorare da solo. Ho iniziato così un percorso tutto mio. Nel corso degli ultimi anni, ho cercato di confrontarmi con altri artisti e di condividere anche determinate esperienze. La musica elettronica mi ha permesso di comporre e di ottenere ciò che ho ritenuto interessante in completa autonomia.

Quando hai scelto di essere un produttore tout court?

Forse, quando mi sono posto la domanda se le mie creazioni potevano suscitare una forma di interesse nel prossimo. C’è stato un periodo in cui ho tenuto parecchi concerti, mi esibivo con un progetto anche extra-musicale, in coppia con un amico. Si chiamava Any Better Place ed era accompagnata da alcuni video.

La musica era cruciale così come lo erano le immagini. Nonostante ciò, questa circostanza mi andava un po’ stretta. Ero intenzionato a spostare il fuoco solo sulla musica e, quindi, ho deciso di concentrarmi solo sul suono. Ho composto flussi sonori che sono piaciute a certe persone e da lì in poi sono successe parecchie cose.

Hai avuto modo di condividere il palco con artisti del calibro di Mika Vainio, Barn Owl e altri ancora. Che cosa hai imparato da queste esperienze?

Ho suonato per Ben Frost in Music For Six Guitars, una performance alla Stazione Centrale di Milano nel settembre 2012. Ho condiviso lo “Split” (2013) con Lawrence English. Parlare con personaggi del genere mi ha fatto sentire talvolta piccolo. La strada è ancora lunga, però, è stato importante confrontarsi con artisti che hanno già raggiunto un livello di maturità compositiva maggiore del mio, in modo da capire anche qual fosse la strada giusta da percorrere nel mio caso. Non c’è d’aver paura, non sono personaggi ‘lontani’, ma accessibili, persone di tutti i giorni, uguali a tante altre, fanno soltanto musica da anni. E la loro professionalità è stata riconosciuta veramente da tutti.

E il progetto con il coro di quaranta elementi?

È un progetto a cui sono molto affezionato, è stata un’esperienza stupenda. Allo stato attuale, c’è un po’ di amarezza in me, perché avevamo una release pronta, la registrazione dal vivo del concerto presso l’ex oratorio di San Lupo a Bergamo. C’era persino la possibilità di esibirsi in un’altra data. Il coro ha scelto di prendere un’altra via e, personalmente, non ho avuto la forza di replicare, perciò ho deciso di lasciare tutto in standby per concentrarmi su altre faccende. In ogni caso, è stata un’esperienza, una visione, un’immagine davvero unica. Spero, magari, che possa avere un seguito in forme diverse, perché non ero legato alla formula di quaranta elementi tra elettronica e violoncello. Ritengo fondamentale in tutto ciò che faccio la commistione tra acustica ed elettronica, digitale e analogica. È il mix che m’interessa. In futuro, il coro potrà trasformarsi in una voce singola o, ad esempio, ridursi a un quartetto.

Da dove nasce il già citato “Split” con il produttore di Brisbane?

Nasce da un mio desiderio di confrontarmi con un musicista che apprezzavo molto e dal supporto che l’etichetta mi ha dato immediatamente nel cercare un artista che condividesse un’esperienza in 12” con il sottoscritto. Ho così inviato un messaggio a Lawrence English, una persona straordinaria, Il produttore australiano era interessato e lo “Split”, un po’ come il coro, è figlio dei giorni trascorsi in una chiesa della Valtellina, zona di cui sono originario, a registrare delle parti. Gli raccontai che avevo questi take e gli chiesi di lavorarci a sua discrezione, sovrapponendo altri elementi, con la sola condizione di ottenere due tracce, cioè una per ogni lato del vinile.

C’è un momento in cui ritieni che un brano sia, effettivamente, completo e pronto per essere ascoltato anche dal pubblico?

A pelle, quando ne sono esausto, quando non ho più voglia di ascoltarla, altrimenti tendo a modificarla ancora. Naturalmente, arriva quel momento in cui mi convinco che ha assunto la sua forma definitiva. È una sensazione sempre molto vicina alla soglia di sopportazione. La direzione che seguo è quella della semplicità, perciò i ritocchi tendono a diminuire. Preferisco una dimensione di immediatezza, forse, legata a una esperienza diversa e ho maggiore dimestichezza con riverberi, plugin, chitarre e pedali.

La tua musica è molto sfaccettata. Che cosa rappresenta per te il rumore?

Secondo John Cage, non esiste rumore, tutto è musica. In realtà, c’è del rumore. Ci sono degli elementi sonori che, indipendentemente, provengono da uno strumento musicale, da una porta che non si chiude, da una macchina o da persone che parlano. Ciò fa riferimento a un livello soggettivo che ritengono assai stimolante. Ci sono altri suoni che, invece, possono non interessarmi e che definirei a una parola come ‘rumore’: può essere persino un musicista che si esibisce. Ciò mi provoca fastidio. Non esiste ‘rumore’, soltanto cose che piacciono o meno. In certi casi, il suono di un campanello in lontananza è molto musicale delle note emesse da un violino. Questione di gusti.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Di recente, ho preso parte alla compilation “Postcards From Italy” (2013), come membro dell’Archivio Italiano Paesaggi Sonori (AIPS), pubblicata dall’etichetta Oak Editions. Si tratta di un lavoro collettivo, che presenteremo il prossimo febbraio a Milano, in cui ognuno dei musicisti ha lavorato su un field recording altrui, assegnatogli tramite sorteggio. Nel frattempo, ho ultimato la registrazione di un disco in Islanda. Un album in cui ho investito molt in termini di energie e tempo. Sono alla ricerca di una label che possa davvero valorizzare quest’ultimo, al cui interno figurano anche diverse collaborazioni con amici musicisti. È stato un progetto che mi ha emozionato molto.

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