Life Is Now

Luke Eargoggle

È nelle condizioni di scrivere un libro sui Kraftwerk. Nel frattempo, analizza le tracce dei Drexciya. La sua etichetta è una consolidata realtà nell’ambito della scena electro. In attesa di ascoltare la sua prima colonna sonora o, soprattutto, di assistere alla prima del suo film, Karl Lukas Petterson, in arte Luke Eargoggle, continua a fare ciò che gli riesce meglio: essere un ottimo produttore. All’interno dell’intervista, l’artista svedese racconta com’è iniziata la sua carriera, la sua visione della musica in generale, il modo in cui ben gestisce la Stilleben Records e altro ancora.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Ascolto musica da quando sono nato. Mio padre è stato un noto contrabbassista, anche se non l’ho mai incontrato nella vita reale. Ha trascorso con me i primi due anni della mia vita e in tutte le foto che ho visto aveva il contrabbasso accanto. Inseparabili. Dopodiché, ho cominciato a produrre nel momento in cui un amico è partito per gli Stati Uniti e mi ha dato la possibilità di entrare all’interno del suo studio. Lui non sapeva cosa farci e l’ho utilizzato per circa un anno e mezzo. È così che ho iniziato. Ancora oggi sono contento che me l’abbia lasciato per un po’! All’epoca non ero mosso da alcuna ambizione o energia interiore. Non avrò mai visto mio padre ma, forse, l’ho conosciuto in studio. Il suo nome è Roland. Lo stesso della serie di drum machine.

Hai uno o più dischi che ritieni assolutamente necessari da ascoltare?

Ce ne sono molti, ma, naturalmente, quelli dei Kraftwerk sono cruciali. Potrei scrivere un libro su di loro, potrebbe essere quasi più comprensibile della mia musica. “Computer World” (1981) è il mio preferito, ma tutti i loro dischi sono incredibili. Il mio album preferito svedese è invece “Jazz På Svenska” (1984) di Jan Johansson. Si tratta di un viaggio molto bello e malinconico. Esprime un po’ il meglio della cultura locale.

Ascolti ancora musica vecchia o nuova?

Ascolto tutto ciò che è valido. Quando sono in auto, ad esempio, mi sintonizzo spesso su P1, l’emittente radiofonica locale, dedicata alla musica classica. È molto rilassante e mi fa sognare mentre sono al volante. Racconta anche un sacco di storie sulla vita dei compositori, il loro background e via dicendo.

Il tuo genere di riferimento è, però, l’electro. Che cosa ricordi dei Drexciya?

La musica di James Stinson e Gerald Donald è stati davvero, originale, è ricorsa a diversi stili e modi di esprimersi. Amo veramente il duo Drexciya. Ho anche avuto la possibilità di conoscere Gerald Donald ed è stato molto bello. A volte, con alcuni dei miei amici ci fermiamo ad ascoltare e ad analizzare le loro tracce per cercare di scoprire chi dei due ha fatto questa o quella cosa. È un gioco abbastanza divertente. A volte ciò è individuabile a causa della diversità del loro approccio sonoro, perché uno è stato più caldo e avvolgente, l’altro più preciso e freddo.

Immagina che qualcuno abbia acquistato il tuo ultimo “Information Points EP” (2012) e sia ora innamorato del tuo sound. Cominciando con questo 12”, che cosa si è perso? Chi è stato Karl Lukas Petterson?

Soltanto qualcuno dal nord assai concentrato sulla musica elettronica, con l’idea di rimanere lo stesso pur ammettendo delle variazioni nel tempo.

Nel corso di un almeno un decennio, hai fatto ricorso ad altrettanti alias, tipo Dr Lindh o Swayze Dub. A un certo punto, hai scelto di adottare il solo Luke Eargoggle. Quei soprannomi erano legati a sonorità differenti, giusto?

Sì, la maggior parte sono legati a suoni diversi fra loro, anche se vicini a quelli propri del mio alter ego Luke Eargoggle. Nonostante ciò, gli alias sono stati anche più di dieci.

Dopo aver rilasciato quattro album, “From Luke’s Journal” (2001), “Audio Warriors” (2003), “Pawns Of The Field” (2006), “Lightwriters Infovox” (2009), e altri singoli, ti sei preso una pausa di due anni. Che cosa è successo?

Ho lasciato che il monicker Luke Eargoggle si fermasse un po’. Se si guarda all’interno della discografia viene fuori che nel frattempo ho preso parte ad altre collaborazioni. Non riposo mai!

Che sensazioni hai avuto nel lavorare con Rutheford, Jiri Hönes, il più noto Anders Ilar e Johan Inkinen? Che cosa hai imparato da loro?

Sono tutti buoni amici e bravi produttori. Assolutamente migliori di me. Ho imparato molto da loro. Alcuni trucchi in studio e anche un certo stile di vita saggia. Al momento, non ci sono altri artisti con i quali mi piacerebbe avviare una qualche collaborazione.

In che modo vivere a Göteborg ha influenzato la tua visione musicale?

È una domanda difficile. La risposta è, forse, impossibile. In qualche modo, credo che è essenziale il luogo in cui si vive, ma, allo stesso tempo, non è così importante. È una vera battaglia tra lo yin e lo yang in me. Nonostante ciò, è forse scontato, ma in Paesi non assolati e freddi si produce la migliore electro su piazza. Non certo la salsa!

La tua discografia è ricca di brani che potrebbero un giorno essere sovrapposti alle immagini di un film. Hai mai pensato di realizzare una colonna sonora?

No, ma mi piacerebbe. Magari sonorizzare cortometraggi. Un mio sogno nel cassetto è girare un piccolo film, ma so bene che ci sarà da aspettare. Speriamo che accada.

Qual è, invece, il tuo approccio al remix?

Nessuno approccio in particolare, aggiungo il ‘marchio’ Luke Eargoggle alla traccia su cui lavoro e provo, semplicemente, a fare del mio meglio.

Sei soddisfatto del modo in cui vengono recepiti i tuoi lavori?

Sì, sono contento. Leggo, in maggioranza, recensioni positive. Di sicuro, però, capisco anche che a certa gente possa non piacere la mia musica, forse può sembrare strana.

Quest’ultima è stata rilasciata da numerose etichette. Com’è andata con loro?

La maggior parte delle etichette hanno scelto la mia musica perché era affine alla loro linea editoriale. Secondo me, è importante che ci crei il giusto feeling con la label di turno, dopodiché si tratta soltanto di rilasciare il disco. Abbastanza semplice. La vita è adesso, non domani. Eppure, mi auguro che ci sia anche un domani. Credo che sia fondamentale far accadere le cose mentre siamo qui, perché la vita cambia e viviamo soltanto certi momenti. I dischi e la musica costituiscono un buon modo per archiviare i sentimenti e questo è ciò che posso fare insieme a un’etichetta. Dall’addizione di quest’ultima con qualsiasi artista prende forma un pezzetto di storia.

Fra tutte, però, hai un rapporto speciale con la Bunker Records, giusto?

Sì, ha pubblicato la mia prima uscita in grande, “Audio Warriors” (2003). Ha significato molto per me. Ho un rapporto d’amicizia con i gestori. Amo la Bunker Records.

Stilleben Records è, invece, la tua etichetta che, di recente, ha pubblicato l’incantevole “Robotermusik” (2012) di Martin Matiske. Da oltre dieci anni, rappresenta una delle più valide realtà della scena elettronica svedese, distante anni luce dalla progressive house ora di moda. Da dov’è nata l’esigenza di avviare una propria label? Qual è l’obiettivo che vuoi raggiungere?

L’esigenza deriva dal fatto di non volere più aspettare il giudizio di qualcuno per stampare un mio disco. Ecco com’è iniziata la storia di Stilleben Records. Da un punto di vista stilistico, non sono alla ricerca di sonorità tanto nuove. Cerco, piuttosto, i suoni giusti. Spesso vecchi o, addirittura, uguali ai dischi rilasciati in precedenza. L’etichetta è come una bambina e va trattata con rispetto e con amore. Non vorrei mai essere crudele nei suoi confronti, pubblicando, magari, opere di artisti house o techno. Che cattivo padre sarei? La Stilleben Records è una label dedicata alla pura electro e di cui ci si può fidare. Di sicuro, ci sono dischi in catalogo anche con altre influenze, ma non è bene superare la sua linea rossa del conservatorismo. Non c’è un obiettivo da raggiungere, solo continuare a stampare soltanto il meglio per me.

Perché hai iniziato a produrre su 7”? Che rapporto hai con il digitale?

All’inizio della mia carriera, stampare una serie di 7” è stato il modo più economico per lanciarsi. Il digitale, invece, non m’interessa.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Alcuni dischi sono ancora in fase di lavorazione, altri sono già stati ultimati. Probabilmente, non ci sarà da aspettarli a lungo.

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