Kraftwerk – Techno Pop

Kraftwerk – 'Techno Pop' (2009)

L’estate del 1983 doveva essere quella dell’annunciato album “Technicolor”, il successore di “Computer World” (1981). Al di là della pubblicazione del singolo “Tour De France” (1983), per celebrare gli ottanta anni della Grand Boucle, i Kraftwerk furono costretti a non insistere con quel nome, perché il marchio Technicolor era già registrato da un’altra azienda. L’altro provvisorio titolo fu, però, involontariamente suggerito dal giornalista francese Paul Alessandrini, che aveva descritto la musica della band come ‘techno pop’.

Fu così approntata una copertina che, basata su un frame del videoclip di Trans-Europe Express, ritraeva le immagini dei musicisti, riportando in alto il nome del gruppo in lettere rosse, con le foto interne tratte dalla performance di Pocket Calculator a “Domenica In” del 1981. Ciò nonostante, i dubbi emersero copiosi. Oltre le ripercussioni sul lavoro, dovute all’incidente ciclistico che aveva coinvolto Ralf Hütter, il mondo era cambiato troppo per il quartetto di Düsseldorf, che intendeva restare al passo con i suoni d’oltreoceano. Non a caso, l’album fu poi mixato da François Kevorkian.

Il paradosso, però, fu un altro. Nonostante avesse già pubblicato “Thriller” (1982), Michael Jackson, insospettabile fan dei Kraftwerk, non esitò a contattarli per utilizzare il multitraccia originale di “The•Man Machine” (1978). Il Re del Pop non ebbe successo, perché i quattro erano soliti rifiutare qualsiasi tipo di collaborazione. Nel frattempo, l’opera dell’afro-americano, costruita grazie a un sapiente uso dei nuovi suoni elettronici disponibili, si avviava a diventare la più venduta di sempre nel mondo. Bisognava correre ai ripari, pena il rischio di essere superati, se non estromessi, dalla storia della musica.

I Kraftwerk annullarono l’imminente release e cancellarono persino il tour in Gran Bretagna, preferendo ignorare ogni tipo di speculazione della stampa e gettandosi a capofitto nell’upgrade digitale del Kling Klang Studio tramite nuove strumentazioni importate dagli Stati Uniti. Il differente assetto non implicò alcun rocambolesco cambio di rotta sonora: i Kraftwerk, consapevoli delle proprie capacità, continuarono a ritenere che le loro idee potevano adattarsi alle nuove tecnologie. Fu così che decisero di far ascoltare i propri pezzi solo a un ristretto numero di persone fidate, quasi tutti dj tra quelli più in voga allora in Germania, come Karol Martin o Boris Venzen.

Non è dato sapere se “Electric Cafe” (1986), inspirato dal film “Café Elektric” (1927) con Marlene Dietrich, sia stato una rielaborazione delle idee da adottare per le sonorità à la “Techno Pop”, ma la sua uscita qualche anno dopo, per la prima volta anche in cd malgrado la durata di quarantacinque minuti, mise fine all’attesa. L’album fu preceduto dal singolo Musique Non Stop, accompagnato da un videoclip rivoluzionario per il quale fu ingaggiata Rebecca Allen, esperta di animazione computerizzata all’Institute Of Technology di New York: dalle sue immagini venne poi tratta l’idea della copertina.

Quattro i volti inanimati. Robot ridisegnati al computer senza rendering finale. In risalto la sola struttura delle loro forme. Un’idea grafica in linea con il villaggio globale tenuto insieme da denaro, musica e sesso, temi dell full-lenght. Lontani dalle fascinazioni tecnologiche di “Computer World”, distanti anche dall’approccio concettuale degli album da “Autobahn” (1974) a “The Man Machine” (1978), gravitanti attorno a un tema specifico. Tra i primi albori della techno di Detroit e l’inizio di uno spostamento dell’house dagli Stati Uniti all’Europa, le prime tre tracce dell’album erano comunque legate fra loro da uno o più pattern in comune. Una stretta di mano alla dilagante dance.

La suite, attraverso un cantato in inglese, spagnolo e tedesco, si propone quale anelito verso la sintetizzazione dei suoni elettronici, forieri di scenari industriali. La romantica The Telephone Call, secondo singolo estratto, inaugura l’altra metà del disco, la più funky e, soprattutto, la più ‘umana’ di sempre. A partire dalla robotica voce femminile di una segreteria telefonica che ricorda che “il numero da lei selezionato è inesistente”, gli ‘uomini-macchina’ misero così in scena una relazione fra una donna e un uomo, con la complicità della voce di Karl Bartos – anziché la solita di Ralf Hütter – per descrivere un rapporto a senso unico, con inevitabili distanze, non solo telefoniche.

L’apparecchio diviene così un tramite per poter ascoltare l’altrui voce. House Phone, presente solo nella versione cd rimasterizzata su Kling Klang e Mute che ha adottato come titolo proprio “Techno Pop” (2009), viene posta in sequenza, aggiungendo un ulteriore coda alla traccia precedente. Il testo di Sex Object, accompagnato da un superbo groove con tanto di basso slap e accenno di chitarra, fu tra i più singolari della discografia del gruppo tedesco. Le sue parole sono una presa di posizione da parte del soggetto narrante che dichiara alla sua partner di non voler più essere un mero oggetto sessuale, richiedendole maggior rispetto dopo essere ricorsa ad alcuni trucchi.

L’ennesima voce femminile computerizzata fa, invece, da contrappunto, esprimendo il dubbio, la voglia o il rifiuto di incontrarsi. Sorretta dai sintetizzatori, la chiusura di “Electric Cafe” fu affidata all’omonima traccia che riprende gli elementi pop della musica elettronica, elogiandola per le sue caratteristiche. Complice un testo che, fino al ritorno sulle scene con “Tour De France Soundtracks” (2003), è stato considerato al pari di un epitaffio, e l’aggiunta di timbri più oscuri, “Electric Cafe” si chiudeva in un un’aria inquietante. L’album fu tiepidamente accolto dalla critica e, per volere di un gruppo non venne promosso da un tour o da apparizioni televisive.

Persino le conferenze stampa furono limitate. Eppure la produzione era stata eccellente, con suoni curati all’estremo più che in ogni lavoro precedente. Rispetto al passato analogico, il digitale “Electric Cafe” è apparso spurio. I fan non lo accettarono, né lo compresero perché, apparentemente, aveva meno intensità, poesia, ritmo, se non visionarietà allo stato puro. In realtà, in piena era MTV, il sottovalutato “Electric Cafe” è stato apprezzato da dj e produttori che, da New York a Chicago, passando per Detroit, ne hanno fatto propria la lezione di “musica elettronica / figura ritmica / arte politica / de l’era atomica”. Keyword per rielaborare il futuro dei generi musicali.

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