Kraftwerk – Computer World

Kraftwerk – 'Computer World' (2009)

L’album più concettuale, più cinico e, forse, più politico dei Kraftwerk. “Computer World” (1981) è il fortunato seguito di “The Man•Machine” (1978). Nell’arco di tre anni, il quartetto di Düsseldorf ha sperimentato suoni e modificato il proprio equipaggiamento, per un Kling Klang Studio ancora più all’avanguardia e, soprattutto, reso perfettamente smontabile per eventuali performance in giro per il mondo, in preda a un’autentica rivoluzione tecnologica. La fine degli anni Settanta coincide con l’avvento dei computer, dell’informatica, di software. Nuove ossessioni per infezioni digitali.

Le sette tracce a cura di Ralf Hütter, Florian Schneider e Karl Bartos il culmine di una loro riflessione in note sul futuro, probabilmente destinato ad essere attraversato da un certo senso di claustrofobia al limite della paranoia. Generato dall’utilizzo dei nuovi mezzi in mano agli apparati di controllo o di repressione. Una vera e propria denuncia nei confronti di certi meccanismi della polizia, delle istituzioni finanziarie, che giungeva al culmine della loro rappresentazione della resa meccanica dell’uomo moderno, sublimato in un manichino robotizzato pronto a sostituire il musicista sul palco.

Il successivo passo sembrava, però, sfuggire alla percezione quotidiana, perché la meccanizzazione mentale sarebbe stata più sottile e penetrante tra le permeabili pieghe della società. Il reale oltre il profetico. Lavorare a stretto contatto con programmi ed elaboratori era una felice prassi per i Kraftwerk. Le autostrade, le radi-azioni, i treni appartenevano ormai al passato. Riproduzioni di successo di realtà vissute durante alcuni viaggi al centro dell’Europa e della sua rinnovata identità.

La nuova via da percorrere era la micro-tecnologia, a partire da quel famigerato piccolo traduttore della Texas Instruments in grado di fare calcoli ed emettere un suono artificiale ‘premendo un solo pulsante’. La copertina realizzata da Emil Schult è gialla e nera. Le teste dei quattro membri sono ricreate sul monitor di un computer, l’HZ-1500, videoterminale della statunitense Hazeltine Corporation, prodotto già nel 1977. Sul retro, i famosi manichini-robot alle rispettive console, pronti per l’azione. All’interno, ognuno indossa la sua tradizionale uniforme e ha in mano un differente strumento tascabile: una mini-tastiera, un mini-calcolatore, un piccolo stilofono e una mini-drumpad.

Il sogno dei pionieri informatici era la creazione di un mondo interconnesso, fondato sullo scambio di informazioni e animato da valori positivi, quello dei Kraftwerk era semmai l’elaborazione di un prodotto sonoro dal carattere davvero universale. Se tutti erano in grado di comprendere e, soprattutto, fare proprio il nuovo linguaggio delle macchine, la band, senza più badare alle differenze linguistiche con brani cantati in tedesco o in inglese, era pronta a offrire il proprio contributo a una contemporaneità.

Interpol and Deutsche Bank, FBI and Scotland Yard / Business, numbers, money, people / Computer World
Interpol and Deutsche Bank, FBI and Scotland Yard / Time, travel, communication, entertainment / Computer World

Nonostante citi istituzioni investigative internazionali, la colossale opener Computer World appare in linea con quanto accadeva allora nella Germania Ovest, in stato di shock dopo l’attentato del 26 settembre 1980 all’Oktoberfest di Monaco. Tredici morti e oltre duecento feriti a causa della bomba fatta esplodere dallo studente neonazista Gundolf Köhler. Un episodio cruento che mise immediatamente in moto una gigantesca macchina di controllo e di repressione nella mani delle autorità di polizia.

Era altrettanto da scongiurare il ritorno sulla scena dei terroristi della Rote Armee Fraktion (RAF), un gruppo di estrema sinistra che aveva esaurito la sua spinta eversiva dopo una dura repressione poliziesca, con vari arresti e gli ‘strani’ suicidi di Andreas Baader e Ulrike Meinhof, tra i membri più in vista, nelle carceri di sicurezza. Fu così che l’archivio centrale della polizia, il computerizzato Bundes Kriminalamt di Wiesbaden, alzò la posta in gioco, violando persino diritti individuali.

Dentro o fuori la Germania Ovest, divenne obbligatorio di esibire il passaporto, con immediata segnalazione al sistema informatico di Wiesbaden, alla stregua dell’incubo distopico descritto dallo scrittore George Orwell tra le pagine del suo best-seller, “1984” (1949). Una condizione stringente per i Kraftwerk, favorevoli a un utilizzo diverso dei computer, più creativo, più aperto e affatto condizionato dal desiderio di contabilizzare continui flussi di denaro o controllare singole vite umane.

I’m the operator with my pocket calculator / I’m adding and subtracting / I’m controlling and composing / By pressing down a special key, it plays a little melody / I’m the operator with my pocket calculator

Il ronzio elettronico, una melodia di tre note, il vocoder. Less is more. All’impegnata title-track segue Pocket Calculator, destinata a sconvolgere le menti degli apripista della Detroit techno. Una traccia più avvolgente, leggera e gioiosa, già pubblicata come primo singolo in diverse versioni, con vocal persino in lingua italiana, giapponese o francese. L’amore del quartetto di Düsseldorf per le lingue è tale che anche la vibrante Numbers elenca numeri in più idiomi, tra cui russo e spagnolo.

La sequenza è forse asettica, quasi gelida, ma la base caldissima, non a caso, presa in prestito da Afrika Bambaataa per la sua travolgente Planet Rock, una sorta di dichiarazione d’amore nei confronti dei Kraftwerk, perché include anche un sample di Trans-Europe Express. A sfumare, poi, Computer World 2, ripresa dell’opener. È il trionfo dei rumori elettronici prodotti ‘in casa’: ci sono quelli bianchi, del parlato, delle percussioni o gli altri modulati. La meccanica prima di tutto.

Computer love / Another lonely night / Stare at the TV screen / I don’t know what to do / I need a rendezvous / I call this number / For a data date / I don’t know what to do / I need a rendezvous / Computer love

Il rapporto tra uomini e macchine ritorna centrale in Computer Love, ma è snocciolato tramite una vena malinconica che Chris Martin dei Coldplay non s’è fatto sfuggire, imprimendola all’interno di Talk, il tutto dopo aver scritto una lettera a Ralf Hütter per richiedere l’utilizzo di un campione. Eppure anche la band tedesca ha preso in prestito frammenti realizzati da terzi, come nel caso della claustrofobica Home Computer, uno dei manifesti di “Computer World” (2009), ristampato su Kling Klang e Mute.

I suoi primi cinque secondi sono stati tratti dallo Speak & Spell, un giochino educativo prodotto dalla Texas Instruments a partire dal 1978. Dopodiché, irrompono sintetizzatori e oscillatori a preconizzare l’avvento dell’house e della techno. Nell’arco di meno di un decennio, la musica sarebbe cambiata parecchio. In conclusione, l’ironica e ritmata It’s More Fun To Compute, nient’altro che un gioco di parole in scia al classico ‘it’s more fun to compete’, una scritta visibile al termine di una partita con un vecchio flipper.

Il songwriting senza tempo di “The Man•Machine” e l’ampio respiro di “Trans-Europe Express” (1977) furono soppiantati in un sol colpo da un funk elettronico irresistibile. “Il deejay The Electrifying Mojo trasmetteva “Computer World” in radio al pari di un testo sacro, influenzando un’intera generazione di ascoltatori afro-americani, che avrebbero dato origine alla techno”, ricorda Carl Craig in un’intervista per Rolling Stone. “Era come il sound di James Brown, con un groove implacabile”.

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