Keep Making Music That I Like

Ennio Colaci

Il percorso artistico di Ennio Colaci ha inizio nel Salento, la sua terra d’origine dove, ancora adolescente e con la complicità di un fratello maggiore, si avvicina alla musica e, come batterista dei N.N., ciò lo spingerà a trasferirsi, durante gli anni Novanta, dapprima a Roma e, poi, a Firenze. Una volta sciolto il gruppo, l’avvio del collettivo Minimono, un progetto multimediale aperto a tutti, coincide con l’inizio di un maggiore attività in consolle all’interno dei locali. La collaborazione con Fabio Della Torre e la gestione dell’etichetta Bosconi Records le ulteriori tappe di una carriera in costante evoluzione.

Come e quando è iniziato il tuo percorso musicale?

Ho iniziato a suonare la batteria a quattordici anni, perché mio fratello maggiore aveva un gruppo e io trascorrevo i pomeriggi ad ascoltarlo suonare in sala prove. Osservavo con attenzione tutti i movimenti che faceva il batterista e, a turno ultimato, mi posizionavo davanti alla batteria e cercavo di ripetere ciò che avevo appena memorizzato con lo sguardo. Ricordo che, sin dalla prima volta, fui in grado di coordinare piedi e braccia, suonando un ritmo completo. In seguito, formai un gruppo insieme ad alcuni amici e riuscimmo a pubblicare un disco su IRA, l’etichetta che aveva dato il via al nuovo rock italiano – con Moda, Litfiba e Diaframma – negli anni Ottanta.

Che incidenza ha avuto sul tuo percorso la collaborazione con Fabio Della Torre?

Innanzitutto, è opportuno a sottolineare che il progetto Minimono non è affatto concluso e con Fabio Della Torre ci ritroviamo spesso in studio per registrare nuove tracce. Lui era ed è un ottimo dj e produttore, mi ha insegnato tantissimo non solo in termini di struttura delle tracce. In breve, è stato determinante per il prosieguo di carriera anche se, prima di conoscerlo, avevo già realizzato un 12” a nome Minimono, in bilico tra minimal e techno. Era circa il 2001, la maggiore parte delle produzioni che finalizzavo non erano, generalmente, orientate al dancefloor. È singolare che, malgrado il nostro concordare sul tipo di musica da produrre, ci siamo ‘arrivati’ in modi differenti.

Qual era l’intento del progetto Minimono? Qual è oggi il tuo?

Si tratta di un progetto artistico multimediale aperto, in cui chiunque può parteciparci, assumere quel nome e utilizzare qualsiasi mezzo per farlo. Solo dopo con l’ingresso di Fabio Della Torre è diventato un act più incentrato all’aspetto musicale. Con lui non abbiamo mai avuto nessun obiettivo in particolare, se non quello di produrre la musica che il quel momento ci piaceva di più. Se c’è stato un filo conduttore negli anni, è da ricercare nella musica black che, da sempre, è stata il collante che ci ha tenuti insieme e ciò si può ben notare sin dalla nostra prima release su Telegraph, quando le nostre produzioni erano di tipo microhouse, i suoni erano minimal, eppure molti sample li estrapolavamo da dischi funk o soul degli anni Sessanta o Settanta. Oggi il mio intento continuare a produrre musica che mi soddisfi anche se, rispetto al passato, è cambiato il mio approccio musicale, il modo di fare ricerca. Da giovane ero più attratto dalla sperimentazione, ora sono più interessato alle produzioni, per così dire, ‘classiche’: ciò che mi intriga di più è fare musica che susciti un’emozione nell’ascoltatore.

Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato in passato? Hai un album proferito?

Sono cresciuto con la musica rock degli anni Novanta, il grunge, il post-rock, la prima elettronica mainstrem britannica. Nonostante la mia spiccata passione per il soul, gli artisti che mi hanno influenzato di più sul piano elettronico sono Mouse On Mars, Matmos, Alva Noto, Scanner, così come quelli appartenenti alla seconda generazione ‘technoide’ di sponda Detroit, ovvero Jeff Mills, Blake Baxter, Daniel Bell e Robert Hood, senza dimenticare la cruciale importanza che hanno rivestito le produzioni del del duo Basic Channel. La lista dei miei album preferiti è infinita, ma ho una preferenza per “Snivilitation” (1994) degli Orbital e “Richard D. James Album” (1996) di Aphex Twin.

Ti piacerebbe aggiungere altri strumenti al tuo set di sintetizzatori?

La mia musica si è sempre basata sul ricorso a sample ‘estratti’ da dischi di musica realizzata con strumenti ‘tradizionali’, quindi, questi sono sempre stati presenti all’interno del mio spettro sonoro. A partire dall’album “Runaway” (2011), realizzato con Fabio Della Torre e pubblicato come Minimono, ho iniziato a registrare diversi strumenti in studio e persino delle voci: ci sono, infatti, almeno un paio di tracce che hanno più la forma di una canzone classica piuttosto che del brano elettronico in senso stretto.

Qual è, invece, la tua opinione sul clubbing italiano?

C’è da fare una distinzione fondamentale fra festival e club. In Italia abbiamo tantissimi festival, specie nel periodo estivo e ce ne sono di ottimi qualitativamente parlando, anche se i problemi di carattere burocratico, amministrativo ed economico sono numerosi. Per quanto riguarda i club, invece, credo che la situazione italiana sia drammatica. Ci sono alcuni club di notevoli dimensioni che hanno rilevanza internazionale e che riescono a totalizzare grossi numeri in termini di pubblico, ma dell’underground non è rimasto quasi nulla. Purtroppo, le politiche dei nostri amministratori locali e nazionali sono state dirette a spegnere in tutto per tutto un movimento che in Italia era molto vivo e sano perché, se parliamo di club e di musica dance underground, negli anni Novanta in Italia ci si poteva sentire parte di un vero e proprio movimento. Il party era inteso dalla maggior parte dei suoi frequentatori abituali come una vera e propria cultura e non solo come puro e semplice divertimento, mentre oggi tutto è orientato al business. E il pesce più grosso mangia quello piccolo.