Just Another Story

Adriano Zanni

Prendere appunti e sviluppare un racconto. Da una singola immagine, su carta pentagrammata o soltanto nella propria mente. Ogni storia può essere breve o lunga, una traccia dell’essere, dell’avere e del passaggio dell’uomo, o una potenziale via di fuga artistica da offrire al prossimo. Adriano Zanni è un field recordist, un esploratore senza meta e uno stimato fotografo, già attivo come Punck, autore di tre differenti opere nell’arco di pochi mesi, “Falling Apart” (2017) e “Disappearing” (2017), entrambe pubblicate via Boring Machines, più “Soundtrack For Falling Trees” (2017), per conto della Bronson Recordings, preludio a un nuovo e intrigante corso discografico.

Varie release, il ricorso al proprio nome, performance dal vivo: un grande ritorno.

Una nuova dimensione, solo una modifica di alcune dinamiche e un diverso rapporto con il tempo, quello passato e quello a disposizione, con ciò che resta e ciò che è stato.

È stato più facile cominciare da zero o ricominciare daccapo?

Tutto si è svolto per gradi, lentamente, senza un vero e proprio inizio o un punto zero, tutto si è poco alla volta modificato, ha preso forma e continua ancora a trasformarsi. Dagli inizi fino alla forma attuale, in attesa di una prossima mutazione di stato.

In che modo descriveresti l’evoluzione del tuo sound?

C’è meno urgenza e più voglia di mutare. Le tre release di quest’anno, pur essendo indissolubilmente legate fra loro e frutto di un disegno unico, sono molto diverse da un punto di vista formale. In scia al desiderio di trasformarsi e di cambiare direzione, è possibile individuare il più grosso cambiamento del mio suono. In termini più oggettivi, alcuni mi hanno suggerito di come sia andata via via aumentando la mia componente melodica nel corso degli anni. Una vena più narrativa e romantica, forse, più fatalista.

L’alias Punck può considerarsi un capitolo chiuso o, semplicemente, a riposo?

Sì, meglio mettersi a nudo, nel bene e nel male.

Un 7”, una cassetta e un album pubblicati in otto mesi. Tre differenti formati per tre diversi lavori. Quale il più adatto per determinate sonorità estreme o sotterranee?

Sono molto interessato ai vari formati più come oggetti che come contenitori audio. Alla fine, la fisicità di un oggetto, le sue dimensioni e la sua manifattura sono aspetti molto importanti per me. Costringono, innanzitutto, a una esperienza più fisica e meccanica d’ascolto, ma anche e, forse, soprattutto alla visione e al contatto con gli altri contenuti che cerco di veicolare insieme al suono, come le immagini. Ad esempio, il mio preferito, al di là del mio storico feticismo per l’oggetto, è il 7” che, oltre a essere bellissimo, ti obbliga a sintetizzare le idee e a racchiuderle in una breve manciata di minuti.

Il 12” è quello che ti consente di creare gli artwork più belli, di valorizzare al massimo le grafiche e le fotografie, è molto costoso, necessita di competenze importanti nella realizzazione del master. Se ben realizzato, suona magnificamente. La cassetta è, senza dubbio, il formato più versatile, è maneggevole, economico e pratico, industrialmente, può essere essere stampato anche in tirature limitatissime, per la scena underground è, forse, il formato migliore in circolazione, può contenere durate considerevoli di musica ed essere rivenduto a prezzi molto abbordabili. Suona bene ed è un bellissimo oggetto.

“Red Desert Chronicles (Postcards From Ravenna)” (2014) e “Cosa Resta (Racconti D’Osservazione)” (2016) le due pubblicazioni di stampe fotografiche. Quanto è cambiata una città come Ravenna cinquant’anni dopo il boom industriale e, soprattutto, “Deserto Rosso” (1964) di Michelangelo Antonioni?

A volte, sembra non sia cambiato nulla, l’apparente calma e la gioviale tranquillità romagnola rassicurano lo sguardo, ma girovagando con occhio attento ci si imbatte sempre più frequentemente in scheletri e cicatrici. Il benessere raggiunto ha avuto un prezzo da pagare, non è stato per niente a buon mercato. Oggi, comunque, per molti aspetti la città è più viva e ricettiva, viviamo un discreto fermento artistico e culturale poco assecondato, purtroppo, dalle passate e presenti istituzioni locali.

Quali sono i tuoi riferimenti cinematografici oltre il film del regista ferrarese?

Amo “Deserto Rosso”, è uno straordinario documento da cui partire. Il primo fllm a colori di Michelangelo Antonioni, l’uso degli stessi colori e il rapporto col paesaggio post-industriale che avrebbe, più o meno inconsciamente, influenzato un’intera generazione di fotografi, Luigi Ghirri in primis, la prima musica elettronica utilizzata in un film italiano, a cura di Vittorio Gelmetti, e l’importanza del suono nudo e crudo come parte integrante della stessa pellicola, della sua narrazione. Amo, inoltre, talmente tanto altro cinema e così tanti autori che sarebbe difficilissimo e abbastanza banale fare elenchi, mi limito a svelare quello che è il secondo, o primo a pari merito, un mio film ‘feticcio’, cioè “Solaris” (1972) di Andrej Tarkovskij, di cui curai una piccola e personale sonorizzazione.

Che cosa hai scoperto fotografando di continuo Ravenna e dintorni? È soltanto il tentativo di immortale una realtà che lentamente è destinata a scomparire?

Un pochino ha a che fare con la testimonianza e la documentazione. Di solito, siamo abituati a osservare le cose a posteriori, dopo che sono accadute, questo è un piccolo tentativo di osservare la tragedia in diretta, di osservare in tempo reale e con sguardo critico ciò che tramandiamo. E, probabilmente, non è altro che un trovare, anche se involontario, se stessi. Del resto, i miei sono racconti d’osservazione. Poso lo guardo in giro e riporto ciò che vedo, per come lo vedo io. Ognuno lo decodifichi come può.

L’area naturale della Piallassa della Baiona e l’omonimo album “Piallassa” (2008) già su Boring Machines il tuo rifugio e il tuo tributo più ‘autentici’?

Un ottimo luogo per scomparire, per stare soli e isolarsi. Un ‘deserto rosso’ interiore più che fisico. Il disco è frutto di quelle fughe emozionali, il film lo spunto per le mie ricerche sia artistiche che interiori. L’album, ovviamente, ne costituisce un tributo.

Quali sono le tue sensazioni ogni volta che inquadri un ‘albero solo’?

Un albero è costretto vivere e a morire nello stesso identico luogo in cui è nato e che non ha scelto e, spesso, trovo commovente l’ostinazione che dimostra nel non arrendersi.

È stato spontaneo avvicinarsi alla fotografia di paesaggio?

È stato un processo di evoluzione avvenuto abbastanza per gradi, a un certo punto mi ci sono trovato dentro. E mi ci trovo ancora bene.

Ambient, fotografia, memoria, osservazione. Queste le tue parole chiave?

In modo banale, cerco di raccontare piccole storie, di lasciare una qualche traccia, anche soltanto un fugace, se non insignificante, ricordo, proprio come quelli in cui mi imbatto lungo la mia strada. Prendo appunti e racconto, c’ero anche io.

Quale il valore di una registrazione ambientale? Un modo per raccontare una storia?

La registrazione ambientale di un luogo lo caratterizza esattamente come una fotografia. Cerco sempre di sviluppare storie e, in fin dei conti, poco importa quali strumenti si utilizzano ai fini del racconto, è la storia che conta davvero.

La musica che hai composto ha più valore oggettivo o soggettivo?

A dire il vero, non ne ho idea, ma ‘oggettivo’ mi suona maledettamente pretenzioso. Io parto dalla mia soggettiva, è l’unica cosa che so fare e che tutto sommato mi interessa.

I nuovi progetti ibridi tra analogico e digitale.

Non mi preoccupo di questi aspetti e non gli do granché importanza, analogico o digitale che sia, utilizzo ciò che mi sembra funzionale allo scopo, sono solo strumenti, è la narrazione che conta, o almeno così mi pare che dovrebbe essere.

Inevitabile innamorarsi a prima vista di una copertina suggestiva come quella di “Disappearing”. Crea maggiore impatto emotivo la musica o l’immagine?

Ascoltare o sentire, vedere o guardare. Sta a noi porci di fronte alle cose. La musica e l’immagine possono creare un immenso impatto emotivo, in egual misura, senza distinzioni. La mia più grande speranza e il mio, spesso vano, grande desiderio è accostarle propriamente e compiutamente e in modo non banale, il che è molto difficile.

Buio, pioggia, voci nel nulla, paure. ‘Scomparire’ è un istante lungo quaranta minuti?

Molto, molto di più. È lungo almeno quanto tutti questi ultimi anni.

Allucinanti alcuni frammenti vocali. Un monito per il presente dell’uomo?

Non necessariamente, tutto è molto intimo e personale, osservato dall’esterno può apparire soltanto un viaggio, ma ogni nuovo ‘viaggiatore’ lo affronti osservando quei dettagli del paesaggio che riesce a cogliere o sui quali posa il suo sguardo. Mi piacerebbe che fosse un viaggio che non lasciasse indifferenti gli ascoltatori.

Com’è nata la tua nuova collaborazione con Boring Machines? 

Siamo sempre in contatto io e Andrea Ongarato, prima c’è stato il box fotografico “Red Desert Chronicles (Postcards From Ravenna)” a chiudere il cerchio con “Piallassa”, il mio ultimo lavoro, poi, man mano che questo lavoro ha preso forma nella mia testa, ho deciso di concretizzarlo dandogli forma compiuta all’inizio dell’anno, registrandolo e finendo con il sottoporlo alla sua attenzione. Siamo arrivati insieme fino a qui.

Quali sono i tuoi programmi futuri?

Sopravvivere il più a lungo possibile e, nel frattempo, un attimo prima di scomparire, continuare a raccontare alcune piccole e banali storie.

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