Jonathan Fitoussi – Imaginary Lines

Jonathan Fitoussi – 'Imaginary Lines' (2016)

I filosofi dell’antichità associavano i corpi celesti ad alcune leggi matematiche tanto semplici quanto deduttive. L’aristotelismo ha indotto molti pensatori a ragionare su orbite circolari, proprie di sette pianeti, un numero ricorrente nella numerologia cristiana, poi gli astronomi Niccolò Copernico, Tycho Brahe e Giovanni Keplero diedero ognuno una spallata al sapere post-rinascimentale, riportando l’osservazione della natura in primo piano. La Terra era al centro dell’universo. Le orbite non erano affatto circolari, ma ellittiche, che i pianeti percorrono a velocità variabili. Nonostante la rottura con il passato, la c.d. ‘musica delle sfere’ continuava a essere un argomento ricorrente.

La ‘musica universale’ era un concetto filosofico che considerava l’universo come un enorme sistema di proporzioni numeriche. I movimenti dei corpi celesti producevano una musica non udile dagli esseri umani, ma fondata su idee armoniche e matematiche. Fu Pitagora il primo a comprendere che l’altezza di una nota era proporzionale alla lunghezza della corda che produceva: gli intervalli fra le frequenze sonore erano rapporti meramente numerici. Il Sole, la Luna e i pianeti del sistema solare producevano, quindi, un suono continuo e armonioso per effetto dei loro ciclici movimenti di rotazione e rivoluzione. Lo stesso influenzava la qualità della vita sulla Terra.

Tale concetto fu ripreso dallo Giovanni Keplero, autore del libro “Harmonices Mundi” (1619), in cui descrisse le potenziali consonanze fra percezioni di tipo ottico, forme geometriche, musica e, ovviamente, armonie planetarie. Il punto d’incontro tra geometria, cosmologia, astrologia e musica era rappresentato proprio della musica delle sfere, ma il matematico tedesco si spinse oltre la loro ‘staticità’ con la sua seconda legge e, inoltre, attribuì a ciascun pianeta un vero intervallo di suoni, in cui la nota più grave corrispondeva alla velocità minima, che lo stesso pianeta poteva raggiungere in corrispondenza dell’afelio, e quella più acuta alla velocità massima, durante il perielio.

Una differenza che è molto simile a quella tra le frequenze di un mi e di un fa. La musica della Terra è, insomma, soltanto una sequenza di mi e di fa? Dissentire è possibile, così come è lecito improvvisare, a partire da un presupposto: le stelle sono parte dello spazio, mentre le costellazioni linee immaginarie tracciate dall’uomo. Alla base di “Imaginary Lines” (2016), ennesima release di qualità su Further Records, giace, invece, il pensiero della scrittrice Rebecca Solnit. Jonathan Fitoussi lo ha fatto proprio, caratterizzando il suo album con sequenze ripetitive alternate a sezioni improvvisate, tali da evocare una dimensione più spirituale contrapposta a quella geometrica.

Quest’ultima è ben esplicata dalla copertina, che riproduce in piccolo il quadro “Seven Aquatints” (1973) di Robert Mangold, un’austera connessione tra forme interiori ed esteriori o, semplicemente, tra un cerchio e un quadrato. Due gli strumenti principale per esplorare, o evocare, il cosmo non solo su carta: l’EMS Synthi AKS e la Yamaha YC-45D. Bestiali. Apparecchiature vintage, così come i registratori a nastro, che hanno prodotto fantastici riverberi all’interno di un’architettura tanto precisa quanto profonda, costituita da linee e volumi, su cui l’artista francese sembra aver ragionato a lungo. Il risultato finale sono sei composizioni, ognuna dedicata a una costellazione.

Il lato A prende il via con Aquarius. Polvere di stelle e note da brividi. Il carillon e il vibrafono. Ricordi del Mike Oldfield più cinematografico. L’atmosfera di suspense è interrotta da qualche secondo di silenzio, utile a introdurre Triangulum, che segna un netto passaggio dal buio alla luce. Un brano minimalista, ma senza eccessi. Sottile modulazione, enorme calore. Elegante anche Orion, o il vivace scricchiolio della galassia. Il lato B riparte con Oiseau Du Paradis, un lento crescendo da ascoltare a occhi chiusi. La ritmata Andromede una continua oscillazione nel vuoto, foriera di illusioni. Contemplativa Cassiopee. Una conclusione da pelle d’oca. Magnificente e misteriosa.

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