Jazz Is The Place

Tommaso Cappellato

Il jazz e Tommaso Cappellato. Un amore viscerale iniziato tempo fa, o un binomio, in teoria, inscindibile al netto di alcune eccezioni. Il batterista di Padova ha avuto, infatti, modo di confrontarsi con artisti ed esperienze sonore assai differenti come, ad esempio, le performance con la Upperground Orchestra e Rabih Beaini o quelle con il collettivo Astral Travel, il cui recente album “Cosm’ethic” (2013) è stato una gradito sorpresa estiva. Nel corso dell’intervista, il musicista paga il suo personale tributo nei confronti di tutti gli artisti che hanno influenzato i suoi ascolti e, di riflesso, il suo stile, ancora oggi pronto a coniugare ripetutamente il verbo ‘sperimentare’, per far sì che gli ascoltatori restino appagati da un mix di suoni in bilico tra sacrale e rituale.

Il tuo prolifico rapporto con la musica ha inizio in tenera età. Al di là del tuo successivo viaggiare in giro per il mondo, ricordi un episodio in particolare?


Quando avevo quindici anni, alcuni amici mi portarono in un jazz club ubicato in un barcone lungo il fiume di Padova. Si chiamava Il Burchiello e lì vidi Massimo Urbani, Jimmy CobbNat Adderley. In quel momento capii che il jazz non era un’espressione musicale, ma soprattutto un’atmosfera alla quale non avrei più rinunciato.

In che modo il trasferimento a New York ha influenzato la tua visione musicale?


Ho avuto la fortuna di essere viziato da ascolti di ottima qualità fin da piccolo, grazie alla vasta cultura musicale della mia famiglia. Ogni territorio geografico offre diversi spunti dipendentemente dalla propria inclinazione e ho sempre utilizzato il viaggio come fonte di ispirazione per nuove elaborazioni, cercando di addentrarmi quanto più a fondo in ogni musica incontrata nei vari luoghi. I miei gusti erano già definiti prima che partissi per la Grande Mela e l’aver vissuto lì non ha fatto altro che accentuarli, permettendomi di approfondire argomenti che mi interessavano. I viaggi in Asia, Africa e Sud America mi hanno fatto capire quanto potere ha la musica se concepita e trasmessa con una valenza sacra e rituale. Quando suono cerco di ricreare quella stessa energia.

Quali sono, invece, i tuoi artisti di riferimento del passato e del presente?

Gli artisti che mi colpiscono sono innumerevoli come peraltro i dischi. Gli storici: Johan Sebastian Bach, Frédéeric Chopin, Maurice Ravel, Charlie Parker, Keith Jarrett, Pat Metheny, Herbie Hancock, Wayne Shorter, Harry Whitaker, Enrico Rava, Led Zeppelin, Joni Mitchell, The Beatles, Jimi Hendrix, James Brown, Earth, Wind & Fire, Marvin Gaye, Donny Hathaway, Stevie Wonder, Steely Dan, Irakere, Antonio Carlos Jobim, Hermeto Pascoal, Djavan, Deodato, Toninho Horta, Tito Puente, insomma, la lista è enorme.

Tra i contemporanei segnalo Erykah Badu, Q-Tip, Robert Glasper, Brian Blade, Juana Molina, Kurt Rosenwinkel, Michael Blake, Jason Lindner, Pietro Tonolo, Matthew Herbert, Flying Lotus, Morphosis, Mark de Clive-Lowe, Volcov e Laura Mvula. Ci sono, poi, dischi imprescindibili, specie se si svolge un percorso di approfondimento e studio, e altri che potrebbero non aver cambiato la storia della musica. Ne cito un paio che mi piacciono particolarmente: “Native Dancer” (1975) di Wayne Shorter, “Black Renaissance” (1976) di Harry Whitaker, “The Main Force” (1976) di Elvin Jones, “Infinity” (1972) di John Coltrane, “Spectrum” (1973) di Billy Cobham e “Lanquidity” (1978) di Sun Ra.


Una figura che, inoltre, ho sempre guardato con molta riverenza e ammirazione è, poi, Jack DeJohnette, batterista famoso ai più per la sua collaborazione con Miles Davis e Keith Jarrett e che ha messo in chiaro la sua voce con una produzione di dischi visionari già a partire dalla fine degli anni Sessanta. È il caso di “The DeJohnette Complex” (1969) e “Sorcery” (1974). Sono affascinato anche da personaggi quali John Coltrane, Duke Ellington, Thelonius Monk e altri che hanno scolpito alcune delle note più incredibili della storia della musica. Non smetterò mai di studiare le loro discografie.

Nonostante un retroterra jazz, hai talvolta strizzato l’occhio anche alla musica elettronica e sperimentale. Che rapporto hai nei confronti di un gruppo di pionieri come i Kraftwerk o della prolifica scena techno di Detroit?


I Kraftwerk sono un caso molto interessante, soprattutto se si considerano i loro primi due album “Kraftwerk” (1970) e “Kraftwerk” 2 (1972), in cui la band ha fatto ricorso a sonorità simili a quelle dello spiritual jazz e del prog rock. C’e’ una forte presenza del flauto e di altri strumenti acustici, anche se la composizione è più seriale e ripetitiva, meno liquida rispetto ai predetti stili. In seguito, si sono dedicati all’utilizzo di strumenti elettronici e sintetizzatori che hanno influito sui generi a venire. Erano i primi anni Settanta e, in ogni caso, Sun Ra aveva già dato degli ottimi spunti anche per quanto riguarda l’uso dei sintetizzatori. È interessante e stimolante, dunque, notare in che modo sia iniziato il loro percorso e come lo abbiano proseguito.

Mi sono, invece, avvicinato all’ascolto della Detroit techno dopo essere stato coinvolto in un live con il gruppo Los Hermanos, guidato dal tastierista, Gerald Mitchell, un artista in orbita Underground Resistance. Si è parlato anche di un’eventuale collaborazione, ma poi non se n’è fatto nulla. Le loro composizioni sono molto interessanti per la meticolosa elaborazione sonora. I brani Jupiter Jazz e Hi Tech Jazz sono tra i miei preferiti. Forse perché contengono la parola jazz?

Il tuo apporto a varie esperienze è stato declinato a seconda delle esigenze dell’ensemble di turno. Quale insegnamento hai tratto dalle tue collaborazioni?


L’insegnamento è quello di essere sempre sé stessi, a costo anche di non essere accettati per ciò che si fa o si è. Credo che la dignità sia la cosa più importante in un percorso artistico. Dal lato emotivo, l’esperienza musicale ha portato di tutto, dalla frustrazione alla gioia estatica. Ultimamente, mi succede di provare quest’ultima sempre più spesso, forse perché ho meno dubbi sul mio percorso.

“The Eupen Takes” (2012), su Morphine Records, della Upperground Orchestra è stato una piacevole sorpresa della scorsa annata, da ascoltare con attenzione. Com’è nato questa specie di super gruppo con Piero Bittolo Bon e Alvise Seggi?

Upperground Orchestra è un ensemble nato dal genio di Rabih Beaini nel lontano 2002, ben prima che io e lui ci conoscessimo. Sono stato coinvolto nel 2006 e, da allora, non abbiamo fatto altro che continuare a sperimentare. Sebbene il gruppo faccia pochissimi concerti all’anno, si cresce ogni volta che saliamo sul palco. “The Eupen Takes” è soltanto una tappa della storia della band, peraltro documentata in altri live remix per i brani Room 310 di Terence Dixon e Falling Up di Theo Parrish. L’ultimo performance della band risale allo scorso aprile, in occasione del festival internazionale Beirut & Beyond, ed è stata assolutamente incredibile.

L’album “Cosm’ethic”, pubblicato dalla jazz re:freshed, è di una bellezza disarmante. Qual è stato il punto di partenza, o meglio ancora, l’etica ‘cosmica’ che ha spinto te e Alessia Obino, Anna Maria Dalla Valle, Paolo Corsini e Marco Privato a mettere insieme dieci tracce tra sogno e realtà?


Il progetto Astral Travel è stato ideato nell’estate del 2012 in occasione del Bugs Festival a Corte Radisi a Verona. Sono stato chiamato da Patrick Gibin, meglio noto come Twice, e Volcov, per aprire il concerto dei 2000 Black di Dego. Da allora, la band ha vissuto una serie di eventi fortunati: un concerto a cui era presente Theo Parrish e di cui è rimasto entusiasta, la spinta di Mark de Clive-Lowe che ci ha portati alla realizzazione dell’album per l’etichetta jazz re:freshed, sino ad arrivare alla recente performance in occasione della maratona musicale di beneficenza per la Steve Reid Foundation.

Si tratta di un evento che si è tenuto a Berlino, voluto da Gilles Peterson e organizzato dalla Jaw Family, a cui hanno partecipato anche artisti del calibro di Four Tet, Floating Points e Alex Barck. Devo moltissimo a Volcov che mi ha assistito in ogni tappa del progetto e a Morphosis che mi ha spinto verso questo tipo percorso e ringrazio tutti i membri della band che continuano a credere nel progetto con entusiasmo e dedizione.

Il titolo del progetto prende spunto da un pezzo, Astral Travelling, tra i miei preferiti di Pharoah Sanders contenuto nell’album “Thembi” (1971). Ho, dunque, indagato, sviluppato e tradotto in musica il concetto del viaggio astrale, proprio come mezzo per percorrere un sentiero preciso, che assegnasse alla musica una valenza rituale. La band continua a crescere in maniera esponenziale e il suo sound diviene più personale. Era un mio desiderio creare una musica più onirica e positiva rispetto al jazz mainstream e avantgarde a cui mi sono dedicato, soprattutto grazie all’influenza del caro amico e mentore, ora scomparso, Harry Whitaker, che anni fa salì alla ribalta con un disco visionario come “Black Renaissance” (1976), una pietra miliare per lo spiritual jazz.

Ti saresti mai aspettato così tante recensioni positive per i tuoi progetti?


Sono sorpreso dai feedback che abbiamo ottenuto sia per il primo lavoro che in sede live. Sono ambizioso, ma non mi ero mai posto prima il problema di come avrei ottenuto un certo riconoscimento. Sono felice che stia accadendo grazie agli Astral Travel.

Quando ritieni una traccia completa? Qual è il tuo approccio alla batteria?


Sono due aspetti differenti, c’è la produzione da una parte e il rapporto con lo strumento dall’altra. In primis, non esiste un metodo preciso, c’è un certo feeling che va oltre i propri parametri. L’approccio che ho utilizzato in “Cosm’ethic” è paragonabile a quello di Teo Macero nella produzione di dischi come “Bitches Brew” (1970) di Miles Davis. In quel caso, il produttore aveva editato una serie di improvvisazioni della band per farle suonare come se fossero state composizioni vere e proprie.

Nel mio disco, questo è avvenuto per quattro tracce, per il resto si tratta di brani già scritti e interpretati. La post-produzione ha giocato, comunque, un ruolo. Per quanto riguarda l’approccio alla batteria, si tratta di un percorso interminabile che ha che fare con lo studio e allo stesso tempo, nel mio caso, con la rottura di alcune regole, prendendo spunto dall’errore, esasperandolo e sviluppandolo verso un proprio stile.

Se ti venisse sottoposta la giusta richiesta per musicare un film, saresti disponibile a cimentarti nella composizione di una colonna sonora?


Non sono un compositore ‘canonico’, ho molti amici che lo fanno per professione. Io compongo in scia all’ispirazione e non a comando, dunque, il committente dovrebbe sapere a cosa va incontro e, allo stesso tempo, essere a conoscenza del mio materiale.

Sei ancora solito inviare demo presso varie etichette?


L’ho fatto un paio di volte e con scarsi risultati. I miei dischi sono auto-prodotti o editi da label interessate al mio percorso. Ci sono realtà con cui mi vorrei avviare un discorso, ma con l’album via jazz re:freshed non potevo chiedere di meglio.

A questo punto, com’è cambiata l’industria musicale?

Forse, non sono abbastanza dentro il mondo dell’elettronica per poterlo prevedere, ma assito a un trend sempre più incalzante che vede la collaborazione tra dj e musicisti in modi diversi e organici. Alcuni dei dj con cui interagisco hanno una cultura musicale e del business maggiore di molti strumentisti. In più, credo che la foga verso un’eccessiva tecnica strumentale possa persino diventare una trappola e limiti le possibilità di immaginazione e creatività, riducendo uno show musicale a una specie di circo pirotecnico. Sul fronte dell’industria, pur non immaginando come si svilupperà la vendita nei vari supporti, sono certo che vivere la performance dal vivo si ancora un evento intramontabile e imprescindibile e non penso che potremmo farne a meno.

Che cosa hai in programma per il futuro?

Le idee sono molte, idem i progetti in cantiere. Non voglio rivelare troppo, ma ci sono delle collaborazioni molto interessanti con alcuni dj e produttori fantastici. Ciò che più mi preme ora è lavorare con gli Astral Travel e promuovere il nostro album.

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