Jason Van Wyk – Opacity

Jason Van Wyk – 'Opacity' (2017)

L’opacità è la proprietà di un corpo attraverso il quale non filtra luce ma, assorbendo o rinviando la stessa ricevuta, ha un coefficiente di trasparenza nullo. La maggiore o minore opacità di un corpo è determinata dalla sua natura e dal suo spessore. Opacità è un termine che non ha alcun riscontro musicale in senso stretto, considerato l’argomento immateriale. Le sue caratteristiche rimandano, però, a una certa atmosfera, riflesso di un mondo di ombre, in cui i sensi cominciano irrimediabilmente a smarrirsi.

Non a caso, “Opacity” (2017) è un album dai toni chiaroscurali. Il terzo lavoro di Jason Van Wyk è in scia al secondo, “Attachment” (2017), ripubblicato dalla Home Normal che cura la sua edizione. Il sudafricano continua a esplorare uno spettro sonoro in evoluzione, di non facile collocazione, ben oltre l’elettronica da club degli esordi, ribadendo la padronanza del suo strumento, il pianoforte, al centro di una manciata di composizioni, a cui partecipano gli stessi validi musicisti già presenti in “Attachment”.

Necessario rimarcare una continuità d’intenti. Le emozioni si susseguono, parallela a un ricco bouquet di suoni, masterizzati da Ian Hawgood. Difficile non ricorrere a qualche superlativo per descrivere il contenuto di “Opacity”, associato alla solita cura dei dettagli dell’etichetta una volta con sede in Giappone, non confrontabile con altri prodotti simili in circolazione. Un album ancora una volta unico, singolare, pronto a lasciare in eredità all’ascoltatore una sorta di sentiero, da percorrere guidati dalla luce degli astri celesti.

Stratificazioni ambientali per avvolgerlo. Nozioni di musica classica per far vibrare le corde della sua anima. Il nuovo album di Jason Van Wyk integra entrambe al meglio e offre immediate forme d’incanto. In breve, un altro fragile score dai rimandi cinematici, forse pallido, ma intenso nel suo lento crescendo, tanto armonioso quanto soggetto ad alcune improvvise variazioni. Dodici i bozzetti dai colori ridotti all’osso, di cui il primo, Shimmer, un timido gorgoglio elettronico in chiave minimale. Ed è soltanto l’inizio.

Il pianoforte prova a scaldare l’atmosfera di Blinded. I bordoni sullo sfondo non minacciosi. Stimolano riflessioni in serie. Until Then un primo interludio malinconico, strategico per introdurre la complessità di Recollect, suddivisa in vari ‘movimenti’, particolarmente adatta per commentare immagini che scorrono sullo schermo. Le tensioni drone si trasformano note di tristezza durante Glow. Rassicurante Clouds, eccetto il suo sordo e statico ronzio, simile al sibilo del vento di una tempesta in arrivo.

Beneath marca un profondo distacco dal precedente lotto di brani. Ai limiti del gelido. Da apprezzare in cuffia. Sporadici gli inserti field recording in background. Il secondo interludio For Now un criptico invito a prestare maggiore attenzione alla vibrante Weightless. Drone ritmico. Bassi imponenti. Arie presto sature. La melodica Clearing completa un segmento di grande spessore. Alla fosca Hidden è, infine, contrapposta la suggestiva Eyes Shut. Una manifestazione di superiorità sonora.

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