Jason Van Wyk – Attachment

Jason Van Wyk – 'Attachment' (2017)

Eilean è traducibile come ‘isola’ in gaelico. Tre anni fa un’etichetta francese ha scelto di provare a identificarne una immaginaria attraverso una mappa contraddistinta da alcuni punti, o release. Ognuna con specifici aspetti, colori, dettagli. Ognuna stampata in poche copie. Ognuna portatrice di una visione in note. Una volta raggiunta la centesima, il puzzle sarà completo. Il concept della Eilean Rec. è unico nel suo genere. Il settantacinquesimo tassello riporta il nome di Jason Van Wyk, autore di “Attachment” (2016), un album talmente profondo e toccante da essere ristampato a distanza di dodici mesi da un’altra label di assoluto rispetto, la straordinaria Home Normal.

Il rapporto tra l’artista sudafricano e l’etichetta di stanza in Polonia era cominciato con il mastering dello stesso “Attachment”, realizzato dal boss della Home Normal, Ian Hawgood, pronto a lasciarsi sedurre anche da una manciata di nuove tracce ancora provenienti da Città del Capo, le stesse che avrebbero, poi, composto la tracklist del suo immediato successore, l’altrettanto valido “Opacity” (2017). La nuova tiratura in cd, associata a una maggiore distribuzione, una chance per rilanciare il profilo del giovane compositore e, soprattutto, per riascoltare dodici brani di musica contemplativa, in bilico tra ambient e modern classical, ispirati dalla natura selvaggio dell’altra metà del globo.

La seconda copertina di “Attachment” (2017) è incentrata su un’evocativa fotografia di Vadim Petrakov, la cima di una montagna ghiacciata. Uno scenario da cartolina, ideale per cominciare a sognare a occhi aperti. Oltre l’immagine. Oltre gli stereotipi. L’album di Jason Van Wyk prende le distanze dal già promettente “Days You Remember” (2013), pubblicato al culmine delle sue esperienze con la musica da club, e offre all’ascoltatore un saggio della sua capacità di sintetizzare emozioni in brani di breve durata, ma dall’alto tasso armonico. Frammenti intimi, melodici, timidi o suggestioni sonore di attimi irripetibili. Uno score agrodolce per orizzonti oceanici. Senza fine.

Ne sono artefici il pianoforte, gli archi e il bordone. La convivenza tra ambientazioni classiche e vie di fuga moderne un’altra nota di merito. L’utilizzo di un linguaggio semplice favorisce l’applicazione di elementi elettronici ad hoc. L’inizio di “Attachment” è, però, in punta di piedi. Kept prende per mano l’ascoltatore. Una profusione di delicatezza in pochi secondi. Il dialogo tra gli strumenti mette in luce le doti compositive di Jason Van Wyk. Notevole il sottofondo etereo ma, soprattutto, è il pianoforte a imporsi all’attenzione. Un leitmotiv proprio di dodici brani, perché sa arrivare al cuore anche con una sola nota, magari ripetuta. È il caso di Before. Da pelle d’oca.

La pausa di metà traccia introduce un ulteriore, seppur sporadico, elemento: inserti field recording come, ad esempio, la risacca del mare. In lontananza. Evocazione di un ricordo nostalgico. Le successive Coherence e Unsaid un ritmato doppio interludio. Tra droni cinematici e urgenze sentimentali. Le dita dell’artista scivolano dolcemente sui tasti del pianoforte. Nel frattempo, la malinconica Return sottolinea il gran lavoro di squadra, orchestrato da Jason Van Wyk. Impeccabili Brittany Dilkes e Gavin Clayton ai violini, superba Lynne Donson al violoncello. Stay, invece, un viaggio nelle profondità dello spazio. A fari spenti. Da brividi. È stellato il cielo sopra il Sudafrica.

Un brano spartiacque. Field recording sullo sfondo, colpi ovattati in primo piano. Dopodiché, Red, un rapido fraseggio tra strumenti, e Found, dall’introduzione strutturata, per catturare l’attenzione altrui. L’apertura atmosferica, il susseguirsi senza sosta di note, il bordone ineluttabile. Nuovi squarci celesti. Evanesce ricomincia dal climax precedente. In scia, con toni decisi. Outset eleva in pochi istanti il livello di tensione raggiunto. L’esplosione di una bolla elettronica. Un parziale recupero di sonorità del passato. Il breve interludio Away preparatorio per l’introiezione finale, o la sospensione ultima: Depart. A metà strada tra tardi romanticismi e nuove solitudini.

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