Italo Heart

Marcello Giordani

Non sarà stato facile convincere suo padre dei suoi interessi nel djing, così come macinare chilometri per raggiungere le località di divertimento della riviera romagnola e, soprattutto, discutere di musica elettronica con chi non se ne intendeva affatto. Nonostante le difficoltà degli inizi, la carriera e la discografia di Marcello Giordani sono sotto gli occhi di tutti, con il produttore impegnato a diffondere il suo amore per sonorità di decadi fa tramite il blog Italo Deviance. In attesa del suo primo album su Endless Flight, l’intervista è un’occasione per conoscere meglio un vero collezionista di dischi.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Iniziai per puro caso nel 1992, avevo sedici anni e non ero assolutamente un fan dei dj, anzi le cose che mi attraevano in discoteca erano altre. A quel tempo, il mio migliore amico comprò due Technics SL-1200 e, a furia di andare a casa sua e sentirlo mixare, m’innamorai anche io dell’arte del djing. Il passo più difficile fu convincere mio padre a ‘investire’ su di me per una cosa di cui non sapeva pronunciare neppure il nome.

Un aneddoto che ricordo con piacere è quando, proprio quell’estate, io e il mio amico andammo in vacanza a Levanto. Una sera, nella discoteca locale, ci presentammo dal dj una decina di volte con insistenza richiedendo sempre lo stesso disco, cioè “Mismoplastico” (1992) dei Virtualmismo che, con il senno di poi, capimmo che gli era abbastanza sgradito. Difficile immaginare di trovarmi ora alla console tizi del genere.

Sin da adolescente, hai cominciato a comprare dischi. Hai uno o più titoli che ritieni assolutamente indispensabili da avere e, soprattutto, da ascoltare?

Iniziai a comprare vinili di musica house per mixare. Il primo disco che comprai fu “Deep Inside” (1993) di Hardrive. Credo proprio sia indispensabile, perché lo suono ancora.

Quali sono stato gli altri artisti che ti hanno influenzato in passato?

Sono stato influenzato da gruppi come Masters At Work e Mood II Swing, ma nella seconda metà degli anni Novanta mi appassionai come molti alla linea new funk inglese quindi Idjut Boys, Faze Action, Laj & Quackerman e seguivo le release di etichette quali Nuphonic, Glasgow Underground, U-Star Records e Afro Art.

Il cambiamento radicale è stato merito dei Metro Area che mi hanno fatto scoprire la scena underground e, soprattutto, la italo disco che in Italia è stata sempre snobbata. È il caso di precisare che già all’età di ventuno anni andavo alle fiere a comprare classici della disco newyorchese. E trovai l’album “Magical Shepherd” (1976) di Miroslav Vitous.

Hai cominciato la tua carriera da dj vent’anni fa. Chi è questa figura oggi?

Questa è una domanda che mi fanno in molti. C’è spazio per tutti, se hai buon gusto e, soprattutto, talento non hai bisogno di essere un genio del mixer, ma non puoi neanche definirti un dj se sono tre giorni che scarichi mp3 e li sincronizzi utilizzando un’applicazione. Numerose persone, spesso neanche giovanissime, scaricano un software Traktor e, sulle ali dell’entusiasmo, imballano la rete con podcast che potrebbe fare anche mia nonna dopo aver passato un’ora su Beatport.

Com’è cambiata la scena di Parma in cui sei cresciuto?

Un tempo, se volevi ascoltare musica da club non c’era scampo, dovevi andare a Riccione, Bologna o Milano. A Parma non c’era assolutamente nulla e i giovani dj come me dovevano fare chilometri con le cassette nello zainetto per aggraziarsi i promoter dei locali e riuscire a inserirsi in qualche modo. All’epoca non c’era Internet e quando a scuola parlavo di Ralf, Flavio Vecchi o Claudio Coccoluto, che per me erano dei veri idoli, i miei compagni non mi davano molta corda. Adesso grazie alla rete è cambiato tutto, i party sono organizzati dai dj e i promoter quasi non esistono più, ma resistono le grandi discoteche che ingaggiano ospiti internazionali strapagati per una clientela giovane. La scena underground è stata rilanciata da piccoli eventi ‘homemade’, gli unici dove si può veramente ascoltare buona musica in ambienti intimi.

Le release “I’m Not Blade Runner” (2007) e “Respect Yourself” (2008) sono state rilasciate dalla Mule Musiq, guidata in cabina di regia da Toshiya Kawasaki e trascinata sotto i riflettori da Kuniyuki Takahashi. Un bel passo avanti, no?

La Mule Musiq è un’etichetta importante e i ragazzi che la gestiscono sono molto seri e corretti. Diventare produttore per me non la definirei come un’esigenza, ma piuttosto come un passaggio naturale e penso che valga ormai un po’ per tutti gli altri dj.

Come sei entrato in contatto con i giapponesi? Ti hanno aperto le porte della Endless Flight che, nei giorni scorsi, ha rilasciato il 12” “Comin’ Down” (2012).

La mia carriera da produttore è cominciata molti anni fa con un singolo, “The Raw Shaw” (1999) a nome Marcello Jordany, sulla Hole Subaltern del mio amico Ivan Jacobucci. Dopodiché sono riuscito a pubblicarne due tracce in una compilation della Dirt Crew Recordings e, infine, inviai della tracce a Toshiya Kawasaki. Lui stesso mi rivelò che i Dirt Crew gli parlarono di me durante il loro tour in Giappone. Inevitabile la collaborazione. Il 12” “Comin’ Down” è il primo estratto del mio album in uscita ad aprile.

Il titolo “I’m Not Blade Runner” tradisce una tua passione per il cinema.

È nato per caso una sera mentre sparavo cavolate con un mio amico, non ricordo esattamente! In ogni caso, ho iniziato a collaborare con una mia amica regista di Roma per della musica per cortometraggi: è una novità per me, vedremo come andrà a finire.

Hai dedicato parecchio tempo alla tua attività in studio che, dati alla mano, sembra essere in crescita nel tempo. Da dove nascono le tue idee?

Le idee nascono ascoltando tanta musica e traendo spunti da ciò che mi emoziona.

Da collezionista di dischi, come ti poni di fronte alla diffusione del digitale?

Anch’io suono tracce digitali, ma preferisco il disco, da feticista del vinile. In studio ho poche apparecchiature, efficaci per la musica che produco. Preferisco non circondarmi di tante cose, mi bastano quelle essenziali. Alla fine, si possono avere duecento sintetizzatori ma, se si usano sempre gli stessi, non ha granché senso. Io mi affido a una Rolando Juno-106, una Yamaha DX7 e una Korg Poly-800 più i Virtual Instruments.

Hai avviato la tua etichetta, Italo Deviance Records, in scia al successo dell’omonimo blog. Oltre i re-edit raccolti nei tre volumi, “I.D. Vol 1” (2009), “I.D. Vol 2” (2010) e “Limited Edition Disco” (2011), qual è la sua ‘mission’?

Non c’è un vero e proprio obiettivo da raggiungere, più che altro è solo voglia di condividere la musica che amo rimodellata a mia immagine.

Dove ti vedi tra dieci anni?

Sinceramente non ci penso. Spero solo di essere in buona salute!

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