Incubus – Make Yourself

Incubus ‎– 'Make Yourself' (1999)

Sulla cresta dell’onda vent’anni fa. Reduci dai fasti “S.C.I.E.N.C.E.” (1997), gli Incubus figuravano tra i migliori esponenti della scena nu metal. Un successo inaspettato per una band nata tra i banchi di una scuola elementare su iniziativa del cantante Brandon Boyd e del batterista José Pasillas. Ai due si aggiunsero, alle medie, il chitarrista Mike Einziger e il bassista Dirk Lance, ma la vera ‘svolta’ per la formazione californiana coinciderà, tempo dopo, con l’allontanamento di DJ Life e l’ingresso in formazione del ‘collega’ e tastiera Chris Kilmore. L’essere tra i ‘discepoli’ dei Korn, con cui parteciparono a numerosi festival in giro per il mondo, costituì un ulteriore incentivo al raggiungimento di una certa notorietà, amplificata dall’ottimo impatto del produttore Jim Wirt sullo stesso “S.C.I.E.N.C.E.”, caratterizzato da quel sound nu metal duro e corposo, dominante alla fine degli anni Novanta, con ritmiche incessanti, una manciata di inserti funky che richiamavano gli esordi di “Fungus Amongus” (1995) e contaminazioni elettroniche.

Durante l’estate del 1999, al culmine di un biennio trascorso in tour, i cinque si ritrovarono ogni giorno per nove settimane presso gli NRG Recording Studios per registrare quello che, non solo per gli addetti ai lavori, sarà considerato l’album della loro svolta, “Make Yourself” (1999). Le centomila copie vendute da “S.C.I.E.N.C.E.” senza alcuna copertura mediatica divengono presto un ricordo. Co-prodotto da Scott Litt, in precedenza produttore di R.E.M. e Nirvana, “Make Yourself” ridefinì la già complessa identità degli Incubus che, poco alla volta, si allontanavano dallo stile nu metal del recente passato e, di riflesso, si avvicinavano a sonorità rock. La stessa ricerca di una forma canzone farà, lentamente, emergere le particolarità di una band estrosa, pronta ad aprirsi verso parti vocali più melodiche e, soprattutto, nuove timbriche. Tale cambiamento, suggellato da un titolo programmatico quale “Make Yourself”, favorì un’assimilazione meno complessa dei brani da parte di vecchi e nuovi ascoltatori.

L’opener dell’album è Privilege. Il riff iniziale è un primo colpo al cerchio. Gli inserti scratch uno alla botte. Il ritornello facilmente ricordabile. Le ripartenze devastanti. Tali elementi saranno ricorrenti nell’arco di poco più di quaranta minuti. L’introduzione di Nowhere Fast un altro gradito espediente sonoro. Durante le sue pause, è possibile cogliere una certa cura dei dettagli, ma il vero protagonista è sempre Brandon Boyd, trascinante con la sua voce, così come in Consequence. La successiva The Warmth è tra le migliori tracce di “Make Yourself”, anticipatrice di quel cambiamento stilistico che, in “Morning View” (2001), avrà un importante seguito. Le vibrazioni positive sono bruscamente interrotte dal ritmo serrato When It Comes. Chitarre, distorsioni ed effetti. La ‘solita’ versatilità è riscontrabile anche in Stellar. La title-track ribadisce, invece, la maiuscola interpretazione del cantante che, con Drive, entra di diritto nella storia della musica rock. È il brano che consacra la band, garantendole un’improvvisa popolarità.

La ballata è fondata su un ottimo testo e supportata da un originalissimo videoclip. Due componenti fondamentali per soddisfare l’orecchiabilità e la visibilità di ascoltatori radiofonici e telespettatori di fine anni Novanta. Sorprendenti, però, anche la ruvida Clean e la quasi strumentale Battlestar Scralatchtica. La prima recupera alcuni dei tradizionali stilemi nu metal, la seconda fa emergere la notevole bravura degli Incubus come musicisti, dj incluso. Funk e psichedelia a parte, I Miss You ripropone una volta in più sia un buon arrangiamento che un tema emotivo, ma senza mai cadere nella banalità. Le penultime battute del vario “Make Yourself”, una release Epic e Immortal Records, rivelano una calma apparente. La difficile metrica dei versi di Pardon Me ricostruisce, infatti, il tipico feeling d’attesa che coincide con un’escalation in prossimità dell’ennesimo ritornello di grande impatto. La conclusiva Out From Under fa emergere l’anima rumorosa degli Incubus. Memoria, forse, di alcuni esperimenti adolescenziali.

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