In The Soul Of The Tiger

Alex Puddu

Un albero senza radici è solo un pezzo legno. Un musicista senza background è destinato all’insuccesso. Alex Puddu è, invece, tra quelli più creativi e instancabili in circolazione, da sempre pronto a recuperare e, soprattutto, a riarrangiare con gusto gli stilemi della disco, del funk, del jazz, largamente presenti nelle partiture delle colonne sonore dei grandi compositori italiani, apprezzate da adolescente nei cinema romani. Trapiantato da trent’anni a Copenaghen, perché al cuore non si comanda, ha all’attivo svariate collaborazioni e, soprattutto, una quindicina di album, tra progetti solisti e non.

Gli esordi punk, il rock, gli esperimenti big beat, il jazz e la riscoperta delle colonne sonore. Un percorso in note lungo un’intera vita. Il bicchiere è mezzo pieno oggi?

Forse mi sono svegliato un po tardi, nel senso che ho scoperto negli ultimi anni delle bellissime sonorità e, soprattutto, stili appartenenti nel mondo del cinema, ma lontani dalla scena musicale che ho frequentato per anni. Da quando ho avviato la mia carriera solista, ho avuto molto coraggio e riposto tanta fiducia nelle mie idee e sono soddisfatto di questo ritorno ai suoni che ho sempre amato sin da piccolo, quando guardavo i film gialli sui canali privati durante la notte. Nella mia musica c’è un po’ di tutto, il rock, il jazz, psichedelia, blues, soul, ma è la semplicità che, probabilmente, unisce tutto in unico groove. Mi auguro di poter continuare con questo approccio.

Trent’anni fa il viaggio in Danimarca. Che ricordi hai del tuo arrivo a Copenaghen? Come appariva la città agli occhi di chi suonava nelle cantine romane?

Di Copenhagen, mi colpirono molto gli odori delle pasticcerie, un po’ diversi dalle nostre, ma anche le giornate lunghe grigie e la lingua ostica che non entrava in testa. Ho fatto un po’ di sacrifici e scelto di tentare un cambiamento, in qualcosa di migliore. La scena alternativa danese era abbastanza interessante alla fine degli anni Ottanta per un ragazzo che, in fin dei conti, voleva solo far parte di una rock band, era il massimo.

Il successivo flirt con la musica elettronica è stato breve, ma costruttivo. In che modo si è evoluto il tuo sound durante i tuoi trascorsi con Varano?

Quando io e il tastierista Morten Hansen uscimmo dal gruppo Nerve, decidemmo di lanciare un duo alla mano. Il sottoscritto alla batteria e Varano al Moog e ai sequencer. Incominciammo a suonare beat con sintetizzatori e basi registrate in precedenza. Ci esibivamo nei club della capitale danese, suscitando un certo interesse tra publico e media. Eravamo ispirati da ciò che offriva la musica elettronica degli anni Novanta, anche se i nostri campionamenti e il nostro groove si rifacevano molto al sound in voga durante gli anni Settanta, tra disco, jazz, influenze latine, ascoltabili specialmente tra le pieghe del secondo e del terzo album, cioè “Star 70” (2000) e “Time To Grow” (2001).

Qual è il valore di un verbo come ‘sperimentare’?

Non saprei, ma vale la pena sperimentare!

Nel corso della tua carriera, ti sei confrontato con numerosi musicisti in studio, sia per lavori di gruppo che solisti. Che cosa hai imparato da queste varie esperienze?

Ho lavorato parecchio all’interno di gruppi e mi sono ritrovato davanti sia con le canzoni che scrivevo con i miei compagni che con quelle che realizzavo da solo. Poco alla volta, ho imparato i trucchi del mestiere, soprattutto, registrando in prima persona i miei materiali. Ho collaborato con altri artisti sia come produttore che come compositore o, addirittura, batterista per una sessione di registrazione, ma ciò è accaduto di rado.

Una volta ho suonato in televisione con Mike Rutherford dei Genesis nel suo gruppo Mike + The Mechanincs, un esperienza davvero divertente. I momenti recenti più significativi e importanti sono stati, però, i turni di registrazione per l’album “Soul Tiger” (2015), presso gli studi della Schema, a Milano, con musicisti in gamba come come Giovanni Guerretti alle tastiere, Enzo Frasi al basso e il boss dell’etichetta, Luciano Cantone, alla batteria, senza dimenticare l’incontro con Joe Bataan e, ovviamente, quello con i coniugi Dell’Orso, entrambi molto importanti da un punto di vista tecnico.

La discografia griffata Alex Puddu sembra non conoscere battute d’arresto. Nove album pubblicati in otto anni. Qual è il segreto di una simile produzione?

E ci sarebbero da conteggiare anche i cinque album solisti firmati Alex Puddu And The Butterfly Collectors, più altri due album solisti ma, per mia scelta, chiamati con nomi diversi, rispettivamente il cinematico “Evil Leads The Dance” (2008), stampato in cento copie come Bad Boys Of ’79, e “Black Sugar” (2015), composto e prodotto dal sottoscritto con il supporto del mio gruppo, The Moonfires. La mia carriera solista ‘ufficiale’ inizia, in effetti, con “Hell Is Other People” (2010), un piccolo gioiello, molto sperimentale, con marcati rimandi blues e squarci psichedelici. In definitiva, sono molto soddisfatto di questi nove album, specie della trilogia con Edda Dell’Orso. L’ultimo capitolo, “The Mark Of The Devil” (2017), è stato orchestrato da suo marito Giacomo Dell’Orso, un capolavoro. Ogni disco mi ha lasciato qualcosa, mi ha fatto imparare molto. Anche “Soul Tiger” è stato un bel passo avanti. Con l’ultimo, l’imminente “From The Beginning” (2017), ho avvertito una crescita in termini compositivi.

La creatività e la ricerca corrono su binari paralleli. Comporre, registrare e produrre un brano allo stesso momento il tuo modus operandi. È davvero ‘buona la prima’? Sei il miglior giudice di te stesso? Quanto conta essere un polistrumentista?

Sì, suonare diversi strumenti nella fase creativa offre svariate possibilità di provare ad aprire anche le porte chiuse, quelle che appaiono blindate. L’importante è essere tanto semplici quanto onesti. E tocca a me essere soddisfatto del risultato finale. Dal momento in cui non lo sarò più, allora, dovrò pensare a qualcos’altro o, chissà, a qualcun altro. In ogni caso, non avrei affatto timore nel lavorare insieme a un produttore.

Un’altra caratteristica del tuo sound è l’essere analogico nel pieno di un’era digitale.

Adoro quelle sonorità tra gli anni Sessanta e primi Ottanta. Non è facile utilizzare gli strumenti analogici, è una sfida suonare in modo perfetto, perché ogni rumore di sottofondo sarà presente all’interno della registrazione, ma il respiro fa parte del suono.

Disporre di uno studio domestico è un vantaggio enorme, da sfruttare al massimo. Quanto incide sulla tua arte il non dover varcare la porta di casa per fare musica?

Avere lo studio a casa è un gran bel vantaggio, ecco perché sono abbastanza veloce nel registrare. Di solito, le buone idee mi vengono di notte, però, è altrettanto eccitante andare in altri studi a registrare, ma in questo caso devo avere già i demo preparati, il che impone di lasciare meno spazio a una certa impulsività. Il materiale da registrare deve avere necessariamente una buona struttura e, in parallelo, consentirmi di tenere i costi bassi. Quando registro nel mio studio a casa posso sperimentare molto di più e schiacciare il piede sulla creatività senza tener d’occhio il tassametro!

La prima ‘trilogia’ del tuo catalogo è quella dedicata alla pornografia danese, nata in modo casuale, ma sviluppata al meglio. Quanto ti sei ‘riflesso’ nelle immagini sullo schermo? E, soprattutto, è stato un album come “The Golden Age Of Danish Pornography” (2011) a renderti ancora più consapevole dei tuoi mezzi?

Una volta ultimato “Hell Is Other People”, ho rivalutato le mie capacità: non era così assurdo avviare registrazioni a bassa fedeltà, con la complicità dello studio domestico, e senza il timore di confrontarmi con il mondo. La mia creatività poteva spaziare tra toni e colori. Nel frattempo, fui contattato dalla Pink Flamingo Entertainment per il primo volume “The Golden Age Of Danish Pornography” e, ovviamente, mi impegnai molto per creare un sound che avevo dentro, ma non aveva ancora visto la luce.

Scrivere, suonare e registrare il primo album della ‘trilogia’ pornografia è stato uno spasso. Inizialmente, ho visto tutti i film anche per cambiare i titoli. Una volta sonorizzati a suon di groove tutti i sottofondi, è stato un gioco da ragazzi. Mia moglie mi ha aiutato con i brani She Wants It Black e Black Orgasm, inclusi in “The Golden Age Of Danish Pornography Vol. 2” (2014) e “The Golden Age Of Danish Pornography Vol. 3” (2016). Ha vocalizzato gli spasmi d’amore in sottofondo. E giuro di non aver fatto nulla per farla eccitare, anzi è stato così divertente che ogni tanto ci scappava da ridere!

Che cosa hai provato ad aggiungere in seguito? Una traccia è completa quando?

Nel secondo volume, ho aggiunto un po’ di funk e blues. Sempre nel rispetto di uno stile freak, che contraddistingue anche il terzo volume. Hot Mouth, Boys And Girls And Danish Hot Dogs, The Rope e Bad Love sono tra i miei brani favoriti. Quando lavoro su un qualcosa, mi accorgo quando bisogna chiudere il mix. Rare volte sono stato costretto a ricredermi, pur facendo sempre grandi sforzi in sala di registrazione.

Nel frattempo, hai ‘collezionato’ alcune collaborazioni di prestigio, con Edda Dell’Orso in “Registazioni Al Buio” (2013) e con Joe Batan in “Soul Tiger”.

Ho sempre desiderato poter collaborare con Edda Dell’Orso, ho sempre amato la sua voce e la stimo tantissimo. Ho lavorato insieme a lei e suo marito ai tre album della ‘trilogia’ in orbita soundtrack. Ha prestato la voce dapprima in Il Deserto Sotto La Pelle, Anna Il Desiderio Chiuso In Una Stanza e L’Occhio Nella Parete, all’interno di “Registrazioni Al Buio”, ma la sua presenza nell’album “In The Eye Of The Cat” (2016) è stata essenziale. Nel mio cuore ci sono brani come Il Sogno, La Luna, The City of Gold, Una Donna Allo Specchio e Terra E Fuoco, quest’ultimo incluso nella versione cd. Un album micidiale, forse, il migliore che abbia mai fatto! Sfiora quasi la perfezione. Realizzare “Soul Tiger” è stata un’avventura, a partire dall’incontro a New York con Joe Bataan, con le registrazioni svolte negli studi in zona Queens. Mi ritengo altrettanto fortunato nell’aver scritto con Joe Bataan una ballad come Love Talk.

Essere in contatto con Edda Dell’Orso e scambiarsi complimenti con suo marito Giacomo Dell’Orso un altro piccolo vanto. Com’è iniziata la tua amicizia con lei?

Tutto è iniziato il giorno in cui mi sono fatto coraggio e ho chiesto a Luciano Cantone, il proprietario della Schema, se voleva aiutarmi a cercare il numero di telefono dei coniugi Dell’Orso. Avevo scritto due brani per Edda Dell’Orso, ignorando la possibilità, se non la fortuna, d’incontrarla dal vivo un giorno. Si tratta de già citati Il Deserto Sotto La Pelle e Anna Il Desiderio Chiuso In Una Stanza. Ringrazierò a vita l’etichetta per avermi regalato questo sogno, consentendomi di incontrare marito e moglie a Milano. Momenti indimenticabili. Giacomo Dell’Orso è un amico e un grande collaboratore. Un vero artista, con ottima memoria. Ogni volta che mi trovo a Roma, faccio loro visita.

Un feeling groove e un approccio retro. Quali segreti hai rubato a simili artisti?

Entrambi fanno parte del mio background. Le loro voci sono tra quelle che compongono la colonna sonora che mi accompagna da anni. I loro racconti straordinari.

L’essere distribuito dalla Schema non ha precluso la tua avventura editoriale con Al Dente. Qual il criterio circa la distribuzione delle varie release?


La distribuzione è, oggigiorno, fondamentale, proprio come in passato. La mia etichetta Al Dente mi offre la possibilità di finanziare e di realizzare i miei progetti. E questo è molto importante. Sono contento di lavorare con la Schema, anche quando affido loro la sola distribuzione, ma ogni disco ha una storia a parte. Il che significa valutare come lavorerò a ogni futura release vedere e se ci saranno altre label interessate.

“In The Eye Of The Cat” e “The Mark Of The Devil” gli altri due capitoli della seconda ‘trilogia’ del tuo catalogo, ispirata dalle colonne sonore di film tra exploitation, giallo-thriller, horror e poliziesco. Un sincero tributo ai compositori del passato.

Sono tanti i compositori italiani che hanno accompagnato le mie serate sul divano di casa davanti ai film non soltanto gialli. Ho imparato a conoscere queste musiche proprio dalle pellicole musicate da Gianni Marchetti, ad esempio lo score de “L’Occhio Selvaggio” (1968), Riz Ortolani, Daniele Patucchi, Francesco De Masi, Stelvio Cipriani, Piero Piccioni e Bruno Nicolai. Amo i lavori di Alessandro Alessandroni, mentre con Ennio Morricone ho poco in comune, forse, solo gli occhiali! Mi piacciono tantissimo le sue colonne sonore per i giallo-thriller di inizio anni Settanta, è il caso de “La Donna Invisibile” (1969), “L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo” (1970), “Il Gatto A Nove Code” (1971), “4 Mosche Di Velluto Grigio” o “Cosa Avete Fatto A Solange?” (1972). Le partiture per film del calibro di “C’Era Una Volta Il West” (1968), “Giù La Testa” (1971) e “C’Era Una Volta In America” (1984), con la regia di Sergio Leone, sono altri capolavori assoluti.

Che cos’ha di così speciale il cinema di genere di quattro decadi fa?

Attori, registi, compositori, fotografi, grandi scenografie e grandi sceneggiature.


Non ti piace flirtare soltanto con il jazz. Appari a tuo agio anche come protagonista dei videoclip che hanno accompagnato le diverse uscite. Ognuno molto singolare.

Mi sono sempre sentito un musicista a trecentosessanta gradi, a cavallo fra i generi. Amo girare i videoclip che promuovono i miei album, li firmo come Alexander De Large, altro riferimento cinematografico. A volte, appaio in prima persona, ma anche mia moglie ha partecipa alle riprese in High Times In N.Y.C., The Bull e Behind Closed Doors.

Con “From The Beginning” riprendi alcune trame di “Soul Tiger”, affidandoti a un valido team di musicisti danesi e italiani. E, stavolta, hai ‘agganciato’ Dino Kappa.

“From the Beginning” è, sicuramente, il mio album più vicino al soul, con brani strumentali quali Step On Your Ego, Cobra e Wild Saxophone che rimandano anche alla febbrile ‘trilogia’ pornografica. E, secondo me, è un segno positivo. Ho avuto una gran voglia di registrare un album con brani classici in chiave blaxploitation. Lonnie Jordan degli War, presente in Nobody, ha dato una spinta enorme all’album, scrivendo tre brani con me, una bella collaborazione con un grande musicista. Gli altri che suonano le dieci tracce del nuovo lavoro non sono da meno, sono gli stessi che mi affiancano da anni.

Dopodiché, c’è anche Dino Kappa, un grande bassista che adoro e rispetto molto. Ha fatto parte dei Libra, quelli che incisero la colonna sonora dell’horror “Shock” (1977) di Mario Bava, incidendo poi per la Motown a Los Angeles. Inoltre, ha suonato in tutte le canzoni che mi hanno fato compagnia nella mia camera quando ero ragazzo come, ad esempio, Passione, E Tu Mi Porti Via e Casablanca, presenti nell’album “Figli Delle Stelle” (1977) di Alan Sorrenti. Ha collaborato, inoltre, con Renato Zero e Loredana Bertè, di cui apprezzo le sfumature funky, ma ha suonato anche per Ennio Morricone, Luis Bacalov e altri grandi compositori del passato. Dino Kappa è venuto a Copenhagen a registrare, siamo diventati amici e sono molto contento del risultato finale.

Quali saranno i tuoi progetti futuri?

Ho appena finito di registrare un nuovo album che lascerà tutti a bocca aperta, con batteria, contrabbasso, sassofono e chitarra. Un disco tra doo-wop, rockabilly e surf jazz in bilico tra anni Cinquanta e Sessanta. Mi piacciono molto questi stili e speravo di finalizzare un disco del genere. Qualcosa di diverso, ma sempre con la mia impronta di produzione. Giacomo Dell’Orso curerà l’orchestrazione di quattro o cinque brani, mentre sua moglie si dedicherà ai cori. Ci sarà un gran da fare. Nel frattempo, ho terminato il secondo album come The Moonfires, ancora in orbita soul e funk, che uscirà il prossimo anno. Inoltre, ho pubblicato la mia prima autobiografia “Un Cuore Ribelle” (2017), un racconto self-publishing della mia gioventù trascorsa in Italia, a distanza di trent’anni dal mio viaggio in Danimarca. Infine, organizzerò qualche concerto in giro per l’Europa per promuovere i vari lavori e qualche extra. Insomma, succede sempre qualcosa.

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