In The Heart Of Everyone

Kenta Kamiyama

Un polistrumentista giapponese innamorato dell’Italia. “Signs Of Rain” (2014), il suo album di debutto, uno dei fiori all’occhiello del catalogo Stochastic Resonance. “Side Effects” (2018) il naturale seguito, ancora a cura dell’etichetta romana, pronta a valorizzare al meglio la sua arte, presentandola al pubblico con performance ad hoc durante i soggiorni capitolini. Il meglio di Kenta Kamiyama deve ancora venire.

Com’è iniziata il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio particolare?

Frequentavo la scuola media, un amico mi invitò a suonare il basso nella sua band. Tutto è iniziato allora. A diciannove anno ho, poi, creato i miei primi suoni in autonomia.

Che cosa significa essere un musicista nel Giappone di oggi? Il paese del Sol Levante ha una certa tradizione in termini di musica elettronica.

I produttori di musica elettronica godono di un certo rispetto in Giappone. E, ogni anno, c’è sempre un nuovo artista che debutta sulla scena. Sussiste, inoltre, una differenza tra le arti figurative e altre espressioni creative. Di certo, in tanti affidano i propri ricordi alla musica, così come faccio io. Nonostante ciò, buona parte della musica sembra essere in qualche modo collegata alle necessità di una società consumista, intesa come forma di intrattenimento e tendente all’essere transitoria. Oggigiorno, è possibile ascoltare brani mentre si fa altro, la musica è sempre utile. Le altre forme artistiche offrono, invece, opere di maggiore complessità che hanno richiesto più tempo per essere elaborate.

I musicisti non sono necessariamente ‘artisti’, ma intrattenitori la cui performance dura un istante rispetto alla durata di una giornata. Il loro agire non è da annoverare come ‘arte’. In Giappone, ci sono produttori di musica elettronica ormai di fama mondiale: la scorsa generazione può affermare di aver lavorato sodo. Sono orgoglioso della scena locale. Nonostante la loro influenza, ciò che ho vissuto quando ero più piccolo ha influenzato in misura maggiore i miei lavori. E, poi, c’è il peso della cultura giapponese. Il linguaggio plasma un’identità ed è una chiave di lettura per interpretare la creatività.

Quali sono gli artisti stranieri che ti hanno ispirato?

Mi hanno ispirato in molti. Ascolto con piacere sia le musiche di Marilyn Manson che quelle di Nino Rota, così come brani di Lalah Hathaway e di Piero Piccioni.

“Signs Of Rain” è stato il tuo primo album, il terzo uscirà a metà gennaio su Stochastic Resonance. Come descriveresti l’evoluzione del tuo sound?

Stavolta, ho utilizzato strumenti a cui non ero ricorso in passato. Il violino, il basso e la mia voce sono stati importanti per descrivere sentimenti inconsci come la gioia, la rabbia, la tristezza e il conforto. Ascoltando il cuore, ho creato suoni in modo naturale.

Il tuo album di debutto aveva un carattere molto intimo. Il tuo sguardo era rivolto a tutto ciò che ti circondava. Ti definiresti un ‘osservatore’?

Sì, certo. Osservo la posizione delle cose nello spazio. A volte, in modo ingenuo.

Alcuni mesi fa hai pubblicato “Personal Song” (2017), una sorta di concept album.

Sì, contiene background music del Tangible Earth Museum di Tokyo. È un album incentrato sul sound design, pubblicato dall’etichetta messicana Nova Fund. Ho scelto questo titolo perché vorrei che la mia musica restasse nel cuore di chiunque.

Il terzo album è intitolato “Side Effects”. Quali sono questi effetti collaterali?

Se la musica è lo specchio che riflette qualcosa osservabile in modo superficiale, gli ‘effetti collaterali’ sono ciò che l’ascoltatore potrebbe provare durante l’ascolto. Lo specchio trattiene le nostre emozioni, ma non trasmette ciò che proviamo davvero.

Che cosa hai scoperto di te stesso durante la creazione delle tue opere?

Mi sono reso conto che non posso creare suoni affidandomi soltanto alla mia esperienza e, inoltre, m’interessa sempre di più ciò che accade nel resto del mondo.

È più importante ciò che prova il pubblico o quanto intende comunicare l’artista?

Il pubblico si emoziona, è il primo a dare dei suggerimenti all’artista, stimola riflessioni sulla sua espressività. Una forma d’interazione tra le parti è sempre gradita.

Entrambi i dischi sono stati pubblicati dall’etichetta italiana Stochastic Resonance. Come sei entrato in contatto con Ynaktera e Scual? Sei orgoglioso di essere l’unico artista ‘straniero’ all’interno del loro catalogo in continua espansione?

Non ricordo con precisione, ma inviai a entrambi alcuni miei demo anni fa. Sì, mi fa piacere essere l’artista ‘straniero’ e sono convinto che faremo grandi cose in futuro.

Da studente d’italiano, che cosa ti ha colpito dell’Italia e della sua musica?

Non sono in grado di dare una risposta così specifica. Di sicuro, sono attratto dalla musica da film dei compositori italiani. Mi piacerebbe molto scoprire le loro storie.

Qual è il tuo rapporto con le macchine? Hai un modus operandi in studio?

No, niente di speciale. Ciò che conta sul serio è individuare un secondo suono da abbinare bene al primo scelto. Dopodiché, bisogna continuare a provare.

Suonare la chitarra ti ha cambiato la vita? Qual è il valore di questo strumento?

Sì, non mi divertivo utilizzando soltanto il computer. Era un po’ noioso perché non c’era azione. Ora sono più soddisfatto, ma tutto è in divenire. Sono ancora agli inizi.

Quale importanza hanno per te i verbi come ‘improvvisazione’ e ‘sperimentazione’?

È importante sperimentare. Stimola la ricerca della propria espressione.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe molto suonare in una piazza o in un museo a Roma. D’altra parte, ho studiato l’italiano da solo per potermi trasferire lì l’anno prossimo. Spero di poter finalizzare anche un qualche progetto innovativo con i miei amici musicisti.

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