In Search Of That Eternal Thrill

Fabio Orsi

Uno degli artisti di riferimento della scena sperimentale globale. Nel corso di un quindicennio, il field recordist e fotografo Fabio Orsi si è progressivamente rivelato all’attenzione generale con una serie di interessanti release, pubblicate da alcune delle migliori etichette della nicchia ambient, accolte con entusiasmo dalla critica, in grado di sublimare come poche il linguaggio della tradizione popolare e quello dell’avanguardia, talvolta offrendo vie di fuga alternative mediante contenuti visivi di rara bellezza.

Il database del tuo passato musicale contiene file, forse, classificabili in tre determinate cartelle: folk, punk, rock. La svolta ‘elettronica’ deriva da un’esigenza espressiva. All’alba del nuovo secolo, dopo aver trascorso la prima parte della tua vita non da artista tra Napoli e Carosino, quali sono state le tue sensazioni?

La musica rivelava uno spirito di comunanza e condivisione. Gli spazi dove provare a creare una band, i locali avidi di musicisti dal vivo, i punti di ritrovo in cui ci si scambiava giri di chitarre e le prime musicassette che arrivavano da lontano. Da ragazzino, ero affascinato da questo mondo. Un mondo concreto, costituito da facce, nervi, sudore. La musica circolava per passaparola. “Hai sentito che”? “Hai visto che”? Il disco era uno e si ascoltava tutto, fino a digerire anche l’ultimo giro di basso. Fino a canticchiarlo per strada e, poi, magari improvvisarlo su uno strumento, in uno dei vari garage adibiti a improbabili sale prove. Batterie sghembe, piatti rotti, chitarre senza corde, tanto amore. Per me, in quegli anni era impossibile fare a meno della musica, perché mi rendeva vivo e libero. Ed è ancora così, la musica salva, rende liberi, proprio come la poesia.

Prima di trasferiti a Berlino, hai trascorso ventotto anni in differenti località del sud Italia, fonti di sentimenti contrastanti in bilico tra amore e odio e d’ispirazione in scia a narrazioni violente, rituali magici, persino superstizioni. In che modo il Mezzogiorno affonda le sue radici all’interno della tua musica?

Napoli mi ha forgiato. A mio parere, è la città definitiva. Un paradiso abitato da demoni suggerisce il proverbio di Piovano Arlotto confutato da Benedetto Croce. Ho studiato lì per anni, mi sono diplomato come tecnico del suono e ho vissuto nei quartieri spagnoli, una zona popolare a ridosso del centro, per un po’ di tempo. Il caos sonoro, filtrato in mille sfumature e riverberi, la caparbietà della gente, gli odori sempre vividi, i colori accesi. Napoli è tutto il sud che uno può immaginarsi in uno spazio urbano. La Puglia e la provincia di Taranto mi hanno regalato, invece, i silenzi rotti dalle cicale, le campagne sterminate, il tempo per pensare, riflettere, mettere nero su bianco senza fretta, senza dover correre. La provincia come un suono che arriva da lontano e ti circonda caldo e avvolgente. La città come una sequenza infinita di arpeggi e stimoli binaurali.

Parallela alla tua reazione escapista, coincidente con la scelta di cimentarti con differenti progetti a sfondo elettronico, la nicchia ascoltatori tricolori è stata poco recettiva. Hai mai avuto l’impressione di essere, al contrario, al centro dell’attenzione durante le tue ripetute peregrinazioni all’estero?

La mia fortuna è, forse, quella di non sentirmi mai al centro di qualcosa, ma semplicemente di trovarmici e di goderne. Sia Italia che all’estero. Non ho mai fatto alcuna differenza. Ho avuto anche la fortuna di incontrare sempre persone ammirevoli, ovunque. Con alcune di loro lavoro da più di dieci anni, altre sono diventate amiche, da nord a sud da est ad ovest. Dalla fredda Russia alla calda Spagna. Sono un musicista, non si può sprecare il proprio tempo a rincorrere qualcuno o qualcosa. Bisogna agire.

Un vecchio computer è stato lo strumento con cui hai dato ‘forma’ a suoni da ricollocare, poco alla volta, in un vasto spettro sonoro e a quelle emozioni che, metaforicamente, albeggiavano dentro di te. Una scelta, forse, obbligata da circostanze terze. Quanto erano prioritarie l’immediatezza e la semplicità?

Il computer come macchina da scrivere sonora. Mi ero reso conto che era possibile giocare con i suoni, cucirli tra loro, farli interagire, costruire un’idea e darle forma. Il principio di immediatezza consisteva nel poter decidere da solo, mettere d’accordo un unica testa anziché una band intera. Poter lavorare in silenzio senza condividere nulla al di fuori di se stessi. Prima di fare musica scrivevo poesie. Poter applicare lo stesso metodo della scrittura al suono mi sembrava potente. Semplice, appunto, ma complesso, privato, intimo, senza tempo e, come sopra, del tutto simile alla poesia.

fAb è stato il nickname che hai adottato tra 2004 e 2005, anni ‘digitali’ contraddistinti da una manciata di release in mp3, di cui un paio con Kinetix, raccolte dalla Sine3pm. Esperimenti a base di elettroacustica asciutta e bilanciata da influenze glitch e riduzioniste. Esperienza formativa o da non ricordare?

Quelli sono stati anni importanti. Per la prima volta, si creava un canale di comunicazione tra tutti i musici dell’ambiente elettronico e sperimentale dello Stivale. Ixem era nato da un po’ e mi permetteva di scoprire cosa accadeva in giro. Si chiacchierava tanto in questa chat virtuale, ci si scambiava idee, ascolti, tecniche e molto altro. Grazie a questo portale ho avuto la fortuna di conoscere Gianluca Becuzzi. Dopo un lungo scambio di e-mail, dischi, cd-r masterizzati, siamo arrivati a concepire “Soundpostcards” (2004), unendo la mia passione per la melodia e i field recording più il suo rigore minimal. Sono nate tante collaborazioni grazie ad Ixem e alla strepitosa Sine3pm. Qualche anno dopo ci saremmo rivisti tutti a Piombino, per la prima edizione della rassegna Experimenta. Furono anni decisivi, formativi, vivi come non mai.

L’approccio successivo è stato orientato, in misura maggiore, sulla base di altre esperienze giovanili, coincidenti con l’imbracciare una chitarra, suonare una tastiera e poi dedicarsi all’arrangiamento della melodia. È il ‘segreto’ della tua arte?

La melodia è tutto. Come incastonare le parole in una poesia. Sceglierle con cura e, con questo, imprimerle forza. Con i suoni lavoro ancora allo stesso modo. La ricerca della melodia è fondamentale per me. Non esiste nulla nella mia produzione artistica che non abbia melodia. A volte è ben celata, nascosta, ma sempre presente. Talune mie micro-composizioni partono, spesso, da poche note in sequenza. A volte, ho utilizzato una chitarra, perché era lo strumento che padroneggiavo meglio e anche quello che mi è stato più vicino. Negli anni, ho aggiunto tastiere, sintetizzatori, sequencer e altre apparecchiature, conservando intatto il medesimo feeling compositivo. Se quelle quattro note risuonano dentro di me, vuol dire che sono davero a buon punto.

Album recenti quali “Motel A Tre Stelle” (2019), “Sterminato Piano” (2019) e “Uncharted Waters” (2019) testimoniano alcune ‘variazioni’ stilistiche, coincidenti con un avvicinamento a quelle della Berlin School. È il fascino del krautrock?

Non ho mai negato la mia passione per la scena elettronica tedesca degli anni Settanta. A mio avviso, il krautrock è un’altra cosa. Si tratta di un calderone in cui hanno fatto convivere prog rock, rock, folktronica e sperimentazione. I miei nomi di riferimento restano Tangerine Dream, Popol Vuh, Faust, Kraftwerk, Klaus Schulze, Harmonia, cioè gli artisti del fronte più elettronico. Nell’ultimo periodo, mi sono riavvicinato a composizioni ritmiche. Si tratta di uno sperimentare che non praticavo dai tempi di fAb e ancora prima dalle mie peregrinazioni rock. L’utilizzo della sezione ritmica mi permette di dare maggiore sostanza alle armonie. E, alla fine, è sempre il buon Fabio Orsi, con le sue stratificazioni eteree. La melodia si fa meno rarefatta, non si nasconde più, emerge con prepotenza grazie al ritmo che la sostiene. Investo gran parte delle giornate nel curare tempi e modi, lavorare con sezioni ritmiche è, di sicuro, più difficile, ma è una sfida che affronto con il mio solito modo: umoralità, passione e spensieratezza.

“Osci” (2006), il primo album ‘ufficiale’, è stato pubblicato dalla SmallVoices quasi quindici anni fa. Un lavoro con registrazioni sul campo in Salento, in contrasto con le recenti produzioni più ‘melodiche’. Che cosa conservi del Fabio Orsi di allora?

Non è cambiato nulla. Adoro lavorare con le registrazioni sul campo e non è detto che in un futuro prossimo non decida di dedicarmi a una pubblicazione simile. D’altro canto, un progetto come “Giardino Forico – Numero 1 | Napoli” (2018) rispecchia il mio modus operandi di sempre. Field recording, micro-melodie, cut and paste sonori, loop reiterati e stratificati. In “Osci” spuntavano qui e lì anche parti ritmiche accennate. “Osci” è stato il mio primo lavoro vero, ma conteneva al suo interno tutto me stesso. Ciò che sono risuona tra le sue pieghe e in ogni altro mio lavoro è come se fosse un pezzo di “Osci”.

Nel corso della tua carriera, hai spesso catturato suoni con una certa cura, al fine di riproporli in seguito all’interno di uno specifico contesto sonoro, caratterizzando così uno o più passaggi. Riascoltare quei suoni, in fase di montaggio, è un’esperienza terapeutica. Qual è il valore dei frammenti digitali del tuo io osservatore?

Non sono un esteta e non lo sono mai stato. Ho lavorato con DAT a cassetta, minidisc registratori digitali e microfoni di tutti i tipi. Il suono rivela la sua profondità in modi e modalità diverse. Il mezzo è, appunto, solo un mezzo. Bisogna sempre imparare e capire quali sono i limiti del mezzo per poterlo far proprio e attraverso quegli stessi limiti imprimere la propria visione, concepire il proprio spettro sonoro. I microfoni sono freddi e pungono come aghi, riflettono la realtà così come la percepiamo nello spazio, nel tempo. La differenza tra un suono gelido e uno evocativo giace nella scelta. Dove decidiamo di piazzare quel microfono e perché proprio in quel preciso momento. Catturare suoni è come fare fotografia. Ci sono bei suoni così come ci sono belle fotografie. Dopodiché, c’è la poesia, che travalica la bellezza e rende quel brivido eterno.

Da un lato, le registrazioni sul campo. Dall’altra, la fotografia. Due grandi passioni che viaggiano su binari paralleli, destinati a incrociarsi di continuo durante questa carriera dalle molteplici sfaccettature. Che cosa ti colpisce maggiormente mentre uno dei tuoi occhi è concentrato sull’obiettivo della tua ‘solita’ Leica?

Fotografia e suono sono le due facce del mio mondo. Se un suono cattura la mia attenzione è probabile che anche il mio occhio ne resterà colpito. La luce svela o cela cose, così come fa la stratificazione delle frequenze sonore. Catturare quel preciso momento, sentirsi parte di quell’attimo è suono e immagine allo stesso tempo. Il ricordo improvviso dell’assoluto stupore, come il titolo del box (2017) contenente vinile e libro fotografico, è proprio questo. Mi muovo nello spazio e nel tempo che mi è stato dato, lo faccio in punta di piedi, attraverso questo mondo per lo più infame. Muscoli, nervi, ossa e cuore, a volte è impossibile resistergli e cedo, chiudo un occhio o lascio ascoltare il mio orecchio. È un attimo di infinita bellezza: perché lasciarselo sfuggire?

“Postcards From Luxembourg – A Sound Map Of The City” (2012) è, forse, tra i migliori soundscaping realizzati. Il suono può offrire una migliore rappresentazione dei dati e dei fenomeni per comprendere il complesso mondo fisico circostante?

L’idea di creare una vera e propria sound map non è mai stato il mio forte. Preferisco pensare che ciò che metto a fuoco con un microfono sia sempre la mia personalissima visione sonora di un luogo. In questo caso, però, la struttura del lavoro prendeva spunto dal rigore tipico di una mappatura sonora. Le tracce sono state, infatti, suddivise per aree geografiche e luoghi specifici della città. Ho trascorso in loco giorni intensi e anche molto freddi. Per fortuna, il team di lavoro, una classe intera di un liceo musicale, mi ha dato una grossa mano, stimolando in me la curiosità di alcuni spazi urbani. Mi piacerebbe tornare al puro field recording come unico elemento narrativo ma, come sempre, una melodia mi rapisce per un attimo e tutto torna a essere musica tra musiche.

Una cassetta rossa all’interno di una scatola serigrafata in legno con quarantotto fotografie, più un libretto a cura della critica d’arte Diana Gianquitto. “Открытка из России” (2016) è il contenitori dei tuoi trascorsi in Russia. La rimembranza ha valenza pratica, funzione conoscitiva o esclusivo spessore etico?

“Postcards From Russia” è il mio abbraccio a un Paese che mi ha ospitato ben quattro volte durante altrettanti tour. Lì ho incontrato una persona speciale, una di quelle che sono mosse da pura passione, amore per quello che fanno, amore per la musica. Dima ha da subito capito la mia voglia di esplorazione, mia ha dato la possibilità di visitare tante città, di viaggiare per migliaia di km in lungo e largo, di conoscere persone e musicisti incredibili. Sarò per sempre grato a Dima. Quando riguardo quelle centinaia di scatti, quel box magistralmente edito dalla Boring Maachines, penso a ciò che questa esistenza ti da, a quanto sia breve il tempo che abbiamo a disposizione e che tutti quei km in treno e quei giorni di viaggio sono stati catartici. La Russia mi ha dato tanto, questo lavoro non è memoria, non è ricordo, è vicinanza, spessore, calore.

“Giardino Forico – Numero 1 | Napoli” fa luce su quella Partenope lontana dai radar, con la collaborazione di Alessandra Guttagliere. Un libro di sessanta pagine e un cd con tre brani. Un racconto bidimensionale anteprima di un futuro multimediale?

Ti regalo un’anteprima: abbiamo da poco ultimato il secondo capitolo del progetto ‘giardino forico’. Sarà un lavoro magico, erotico, sulfureo. Presto vedrà la luce. Non vediamo l’ora! Il ‘giardino forico’ non è un processo creativo scritto a tavolino. È più un concetto itinerante, che raccoglie da una parte l’inarrestabile volontà di esplorare spazi e luoghi per farli in qualche modo propri o più che altro sentirli, ascoltarli e, dall’altra parte, il piacere di far convivere forme d’arte diverse, farle conversare, eroticamente, come una poesia scritta su seta. Ci saranno di sicuro altri capitoli ‘forici’, perché il ‘giardino forico’ è quello che delimitiamo con i nostri sensi e lo occupiamo con il nostro corpo, è sempre il ‘giardino forico’ che ci avvicina e c’è un universo intero. Non si può pretendere di conoscersi fino in fondo, è necessario delimitare per andare oltre.

Una prima costante che accomuna la maggioranza degli album, non importa in quale formato sono stati rilasciati, presenti all’interno della tua discografia costantemente in fieri è la grande cura riservata ai singoli, se non singolari, concept e ai meravigliosi artwork degli stessi. È una reale causalità o una pura casualità?

Nei miei lavori da solista, difficilmente, parto da un concept, sono molto umorale e istintivo, come potrei? Le mie lunghe sessioni di registrazione dal vivo, spesso, non conducono a nulla, qualche volta, invece, forma e sostanza si fondono magicamente e da lì riparto come un bimbo felice e per assonanza, per sensazione, per emozione creo e lascio andare i miei sequencer, liberi di stupirmi nell’ascolto, per intere ore. Tutto ciò può sembrare folle, ma i miei suoni prendono la forma di traccia e confluiscono all’interno di un disco quando smetto di essere io il mio primo ascoltatore di me stesso.

Una seconda costante del tuo percorso musicale è, invece, il rapporto ai limiti del simbiotico che hai maturato poco alla volta con alcune etichette che hanno trasformato le tue idee in prodotti fisici, è il caso di A Silent Place, Backwards, Boring Machines, Home Normal, Silentes e affiliate. Com’è andata con ciascuna di loro?

Lomolino, Ongarato, Hawgood e Gentile. Per me, sono prima di tutto nomi: Pasquale, Andrea, Ian e Stefano. Persone importanti, amici, eroi. Inutile dire che senza di loro non avrei potuto fare molto, inutile dire che grazie a loro la musica si mantiene sana ed in forma. Fuori dalle ragioni di puro mercato, fuori dagli schemi. In genere, funziona così con tutti loro. “Ho un disco nuovo, ti va di darci un ascolto?” “Certo! Invia pure!” Ascolti, ascolti, ascolti. Dopo una telefonata, un e-mail un messaggio strappalacrime via social network. “Stupendo”! “Bravo”! “Se fossi ricco, pubblicherei tutto quello che fai”! Lo facciamo un cd, un vinile, ecc.”?. “Quando ci vediamo”? “C’è un posticino dove fanno delle bistecche che sono la fine del mondo”! “Dobbiamo recuperare un numero indefinito di grappe”. Dopodiché, ci prendiamo tutto il tempo che serve. E, infine, ecco il disco.

Una terza costante che si riscontra tra le pieghe dei tuoi lavori è da ricollocare tra il poetico, l’onirico, il numerologico, in merito ai titoli assegnati ai brani, al loro posizionamento in termini di tracklist e a specifiche durate. C’è, talvolta, la voglia di delineare una sottotrama o un percorso d’ascolto per chi è in grado di coglierlo?

Di solito, le mie tracce partono da lunghe, ma davvero lunghe sessioni di registrazione. Lascio suonare tutto per ore e registro quasi ogni suono. La parte di editing è oltremodo importante, perché se dipendesse solo dal sottoscritto, realizzerei dischi da sei ore. In alcuni casi, riesco anche a pubblicarli, vedi il mio ultimo quadruplo cd “Di Lumi E Chiarori” (2020) e, in passato, tripli e doppi. Non c’è numerologia dietro le durate, c’è solo un po’ di pazienza e anche di disperazione. Bisogna pur dare una durata alle cose, no?

Le dieci differenti ‘declinazioni d’amore’ del primo dei due cd del dittico “Audio For Lovers” (2008) circoscrivono un modus operandi finanche ‘cinematico’. Hai mai candidato qualche brano da utilizzare come sottofondo per prodotti audiovisivi?

Nell’ultimo periodo, qualcuno mi ha detto che la mia musica funzionerebbe bene come colonna sonora di videogiochi. In principio, sono rimasto turbato, poi ho pensato che, in effetti, ci starebbe benissimo! Con il cinema, ho lavorato in passato, ho musicato qualche cortometraggio e un documentario sul Grand Canyon degli Stati Uniti. Non mi sono mai spinto oltre però. Mi piacerebbe molto lavorare a delle musiche originali per il cinema. Chissà magari prima o poi qualche regista busserà alla mia porta, io sono pronto ed anche le mie chitarre. Un po’ di sano rock deviato in un mondo di sound designer?

Gianluca Becuzzi, Valerio Cosi, Mamuthones, Seaworthy, Pimmon, Claudio Rocchetti, Pier Alfeo, Brian Pyle. Numerose le collaborazioni con artisti stranieri e italiani nell’arco di tre lustri. Che cosa hai ‘preso in prestito’ da alcuni di loro?

Da Gianluca Becuzzi il senso della misura, da Valerio Cosi la follia compositiva, da Claudio Rocchetti la magia dell’improvvisazione pura, da Paul Gough la meticolosità e attenzione al dettaglio, da Brian Pyle la caparbietà e la risolutezza. A questo punto, bisogna, però, chiedere a ciascuno di loro che cosa hanno ‘preso in prestito’ da me!

La tecnologia ha rivoluzionato il modo di comporre e, al netto dell’andamento di taluni prodotti sul mercato, ha favorito il tuo essere ancora più istintivo e umorale. È la rivincita dei nerd sui musicisti o dell’inconscio in note sui lavori geometrici?

Quando ho cominciato a lavorare all’idea di suono, avevo a disposizione un vecchio computer, un sequencer con limitate tracce MIDI e audio e una serie di registratori a cassetta e digitali. Con questo e poco altro, ho prodotto molti dischi. Oggi la mia palette sonora si è arricchita. Ho a disposizione più mezzi, possibilità a dir poco illimitate ma, in ogni caso, quando creo qualcosa cerco di limitarmi. Lo faccio per l’amore che nutro nei confronti dei suoni. Hanno bisogno di rivelarsi e, affinché ciò accada, è necessario del tempo. Bisogna imparare a conoscersi, a sapere quali sono i propri limiti, per poter espandere le idee a cui dare una forma. Il mio approccio continua a essere umorale e istintivo. Ad esempio, se scelgo un sequencer piuttosto che un altro, o un sintetizzatore piuttosto che un altro, è come se stessi dicendo loro, “mi fido di voi, siete voi che potete darmi quello che cerco”. Quando ciò non accade, è preferibile spegnere tutto, dopo aver rigorosamente cancellato file, cartelle, preset e setup. Il foglio deve tornare bianco.

Durante una precedente intervista, hai ‘confessato’ di essere interessato principalmente dalla fonografia, dalla fotografia e da quel suono ripetuto fino alla fine del mondo. Con la speranza di individuare presto una quarta e ‘nuova ossessione’, quali saranno i progetti prossimi venturi?

È da poco uscito “Di Lumi E Chiarori” su Backwards, credo che per un po’ lascerò il tempo che serve a questo lavoro ampio e complesso di respirare e farsi ascoltare. In cantiere, come rivelato sopra, c’è il secondo ‘giardino forico’ in cerca di casa. Ci saranno novità anche sul fronte digitale, con l’apertura di una label assieme al caro amico e produttore Pasquale Lomolino. Altri lavori registrati durante i miei live assumeranno la forma ‘disco’ e uscirà qualche gradita ristampa, su tutte quella di “Stand Before Me, Oh My Soul” (2011). Spero di tornare a suonare dal vivo il prima possibile. Farlo in studio da solo è gratificante per il mio spirito. Vorrei, però, averne altri di spiriti intorno a me.