Ian Hawgood + Giulio Aldinucci – Consequence Shadows

Ian Hawgood + Giulio Aldinucci – 'Consequence Shadows' (2018)

Troll malvagio, caftano bianco o, semplicemente, sperone basaltico. Hvítserkur è, in primis, una delle principali attrazioni turistiche islandesi: si erge sulla costa orientale della penisola di Vatnsnes e, secondo la tradizione locale, la sua origine è soprannaturale, non geologica. Hvítserkur era, infatti, il nome di un troll che, esasperato dal suono delle campane della chiesa di Þingeyrarklaustur, decise di distruggerne il campanile ma, al sopraggiungere dell’alba, non riuscì a trovare sufficiente riparo dai raggi del sole, che lo trasformarono in pietra per sempre. Un leitmotiv dei miti norreni.

Nonostante la roccia assomigli, specie di profilo, a un drago a tre zampe che si abbevera in acqua, il termine Hvítserkur non è stato adottato in modo fortuito, perché ha anche un particolare significato in islandese, quello di ‘caftano bianco’. È il colore che motiva una simile scelta. Nel corso dei secoli, il faraglione alto quindici metri è divenuto il ritrovo abituale per fulmari e gabbiani, che nidificano sulla formazione rocciosa, resa bianca dal loro guano. Il fotografo Eirik Holmøyvik l’ha immortalata quando l’alta marea la circonda, rendendola malinconica isola o baluardo contro le forze oceaniche.

Tale immagine è al centro di “Consequence Shadows” (2018), album a quattro mani di Ian Hawgood e Giulio Aldinucci, pubblicato dall’etichetta gestita dal primo, la celebre Home Normal che, al giro di boa dei dieci anni di attività, ha rilasciato anche il penultimo lavoro dell’artista senese, “Goccia” (2016), già incline a forme di collaborazione con terzi, a cominciare dal magistrale “The Prelude To” (2015) con Pleq, così come il suo collega giramondo. Non a caso, lo stesso ha affiancato il versatile Danny Norbury nel recente “Faintly Recollected” (2018), che ha varie comunanze con “Consequence Shadows”.

Il periodo di uscita, il musicista coinvolto, il sound di riferimento, l’inevitabile output e persino l’autore dell’artwork, cioè lo stesso Eirik Holmøyvik, le cui splendide fotografie, spesso in bianco e nero, hanno abbellito cinque precedenti album, rispettivamente a cura di Ian Hawgood, Elian e Federico Durand, rilasciati sia dalla solita Home Normal che dalla succedanea Koen Music. I parallelismi terminano, però, in prossimità dello stesso Hvítserkur. Tra la realtà e l’idea, tra la leggenda e la musica. Le cinque tracce di “Consequence Shadows” trasformano e ingigantiscono la lunga ombra della roccia.

Scanalata o sagomata dal tempo. Lo stesso che, in misura minore, è servito a ‘cesellare’ i vari brani, elaborati tramite un continuo scambio di file tra i due artisti. L’album accoglie anche la luce, ma ne offre soltanto alcuni squarci all’ascoltatore, filtrati dal suggestivo faraglione. La ricerca sonora di Ian Hawgood e Giulio Aldinucci si fonda su frammenti field recording, impulsi elettrici e alternativi segmenti organici. Elementi sonori eterogenei e interagenti tra loro. Una volta assemblati con cura, emerge uno scenario ambient fragile e gelido, terzo rispetto le consuete dimensioni spaziotemporali.

Ogni traccia compie, inoltre, la propria graduale evoluzione, malgrado le significative differenze in termini di minutaggio. È il caso, ad esempio, di Embarking Shadows, un crescendo tra alte e basse frequenze, preludio alla breve e dinamica Only Microns. Una certa profondità è, però, garantita da movimenti fluidi che, sovrapposti, favoriscono un certo impatto sonoro. Il finale sospeso l’incipit per introdurre il suo immediato opposto. L’ipnotica, se non ridondante, The Wasted Consequence è caratterizzata da una manciata di parole sussurrate nel vuoto e altre vibrazioni trasportate dal vento.

La duale Other Ashes si pone, invece, come traccia simbolo di “Consequence Shadows”. La versione firmata da Ian Hawgood e Giulio Aldinucci sfida l’ascoltatore nel riuscire a riconoscere le differenti fonti del suono, perché stratificato e, a tratti, espressione di un’incalzante volontà ritmica. La ricostruzione del medesimo e interminabile brano, affidata a Stijn Hüwels, riduce il voltaggio, ma amplifica la portata emotiva. Un’atmosfera più raccolta è solcata da tensioni, come lampi improvvisi su un mare presto in tempesta. Il minuto di silenzio conclusivo la quiete ultima a volume zero.

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