Holden – The Idiots Are Winning

Holden – 'The Idiots Are Winning' (2006)

Un disco che resti nelle menti e nei cuori. Con le sue dovute novità e variazioni sul tema. Un’operazione facile a dirsi, ma difficile a farsi. Alcuni artisti, più o meno quotati, hanno deciso di addentrarsi in nuovi suoni, che hanno maggiore ‘appeal’, per tornare in auge con prodotti spesso non validi, snaturando così le loro carriere. Oggigiorno non è scontato. Per altri, invece, non occorre ‘riciclarsi’, perché le idee sono tante, o veri e propri lampi di genio, e la carta d’identità non è sgualcita. È il caso di James Holden, fondatore dell’etichetta Border Community, con in catalogo opere di Extrawelt o Nathan Fake. Un giovane produttore che sembra abbia classe da vendere.

A partire dai suoi diciannove anni, armato di alcuni software gratuiti, si è trasformato in una specie di ‘outsider’ del panorama underground londinese, perennemente in bilico tra nuove tendenze, la techno e la house. Ed era già sufficientemente visionario sia per remixare brani dei Depeche Mode e Madonna, che per perseguire la ferrea via minimal d’ispirazione berlinese. A ventisei anni ha realizzato la ‘summa’ dei suoi sforzi, concentrandoli in soli quarantacinque minuti, imbevuti di fantasia e inventiva fuori dall’ordinario. Di fronte all’evoluzione del suono della contemporaneità c’è, forse, poco da commentare, molto da ascoltare. E anche da imparare.

Il primo album di James Holden, “The Idiots Are Winning” (2006), è in bilico tra sperimentazioni e dinamismi vari, appagabili entrambi per un ascolto anche casalingo. Introversi ma, pur sempre, schizoidi. La lezione ‘astratta’ di Aphex Twin e Murcof è stata ben recepita, cioè la frammentazione di un suono nuovo quale sintesi integrativa di schegge impazzite e scintille urticanti. Un battito, a tratti, eterogeneo. Impressionante è, però, la maestria nell’intrecciare voci distorte, sirene deliranti, melodie d’aere in un gioco che sembra non avere fine. Sincopato e incalzante. Senza tralasciare la possibilità d’inserire qualche pausa di tanto in tanto. Tale da comunicare la grandezza del vuoto.

Un colpo in un istante: Lump. È come penetrare in una sorta di claustrofobico incubo a forma di tunnel e non riuscire più a uscirne. Un crescendo di rumori storpiati, infermi, soggiogati da una sorta di cantilena frastornata. Ed è all’apice del caos che il ballo incontra lo sballo, attraverso suoni acidi, un’ottima aggiunta del britannico. Non c’è bisogno di ecstasy. Il brano è prepotente: vivide distorsioni della trama si muovono sotto l’incessante calpestio ritmico. I venti secondi di Quiet Drumming Interlude introducono la seguente 10101, sfaldata in milioni di particelle glitch. Tonalità morbide che non sfigurerebbero come colonna sonora per un film di fantascienza.

Timore associato a stupore. La sghemba decostruzione melodica richiama alla mente i primi lavori dei Boards Of Canada, salvo poi irradiare le frequenze medie di una sublime orchestra di bollicine. È immaginare di ritrovarsi nel bel mezzo delle profondità abissali, al buio, persi fra brulicanti esseri sconosciuti. Corduroy, intrisa del fascino vintage dei videogame, è un altro esempio di stratificazione sonora anch’essa proiettata in uno limbo estraneo, tra tastiere e fruscii. Una battaglia spaziale combattuta a colpi di raggi laser che lascia poi spazio all’inquietante ambient di Flute, lacerato da rapide rarefazioni sonore e saturato progressivamente da distorsioni e feedback.

All’improvviso irrompe Idiot: uno stile minimal dall’inaspettato affondo lirico e dall’elevato tiro epico. Un inverosimile melodramma generato sull’onda lunga di psicotici sintetizzatori, o sette minuti di delirio. Il beat martellante assume i contorni da charleston. Un rincorrersi di scale senza fine rimanda al suono di un clavicembalo medievale. Acutissimo. “The Idiots Are Winning” scorre rapido e, infatti, Lumpette, una versione a cappella di Lump, impone un opportuno break, confermato anche con Intentionally Left Blank. Due minuti di silenzio assoluto, ennesimo segnale di un disco senza fronzoli. Una dovuta cesura per marcare idealmente l’ostico epilogo in due brani.

Dai tamburelli ossessivi di Idiot Clapsolo a quelli implosi di Quiet Drumming in chiave Vegetable Orchestra, iscritti all’interno di un lavoro entusiasmante che, per l’ennesima volta, dimostra che persino le drum machine sono in grado di trasmettere appaganti, intense emozioni, se ben manovrate. James Holden rievoca, seppur in ordine sparso, tutte le suggestioni dell’elettronica sperimentale dei tempi recenti e le fonde in un suono versatile, in grado di travolgere anche ascoltatori non avvezzi a sonorità simili e di sorprendere i più scafati. È di dischi del genere che si nutre la feconda storia dell’elettronica, album capaci di condensare talento melodico, amore per la sperimentazione ed eclettismo. Incontaminato.

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