Heroin In Tahiti – Canicola

Heroin In Tahiti – 'Canicola' (2016)

In principio erano cento copie di una cassetta pubblicata dalla NO=FI Recordings. Due anni dopo, complice il sold out e le numerose richieste di ristampa, l’album “Canicola” (2016) degli Heroin In Tahiti è finalmente ritornato in commercio. Stavolta, però, in versione vinile e con il contributo della Boring Machines, già editrice del loro acclamato lavoro di debutto, “Death Surf” (2012). Un’occasione da non lasciarsi scappare, perché “Canicola”, con il senno di poi, non è stata affatto un’opera minore di Francesco De Figuereido e Valerio Mattioli. L’anticamera del corposo “SUN AND VIOLENCE” (2015) è, soprattutto, una release da riascoltare e rivalutare, piccolo concentrato di psichedelia contemporanea, rigurgiti spaghetti western e squarci di terre bruciate dal Sole.

Il concetto di caldo non emerge solo attraverso il titolo, ma si staglia con forza dai sei tracce ipnotiche, fautrici di allucinazioni estive. Abbagli di mezzogiorno tra l’erba secca o al fresco degli ulivi. La campagna è immobile, la vista oscurata dalla forte luce, il dormiveglia quasi inevitabile. Sintetizzatori, chitarre e frammenti audio gli elementi centrali del sound degli Heroin In Tahiti. L’utilizzo dei curiosi sample degli etnomusicologi Alan Lomax e Diego Carpitella appare funzionale al viaggio mediterraneo offerto all’ascoltatore. Canti e voci del passato italico divengono la cornice di una cartolina sonora dagli anni Cinquanta. I paesaggi di “Canicola” sono, quindi, visibili non solo a occhi chiusi, perché appartengono a una memoria comune.

La title-track prende il via con un pugno di gorgheggi elettronici. È onirico il crescendo di suoni altri. Le placide cicale lo interrompono e ne caratterizzano i successivi sviluppi, tra bassi nascosti e chitarre distorte. “Canicola” nasce come installazione sonora per l’Auditorium Parco della Musica di Roma, collocata nello spazio di passaggio tra il foyer della Sala Petrassi e il Teatro Studio. Diciotto minuti oltre il neorealismo, dedicati alla stella madre del sistema solare e alle ossessive superstizioni nostrane ma, soprattutto, intrisi dell’odore del grano giallo oro d’Italia, ritratto dall’antropologo Ernesto De Martino in saggi quali “Sud E Magia” (1959) e “La Terra Del Rimorso – Contributo A Una Storia Religiosa Del Sud” (1961), spaccati della nostra cultura popolare.

Il lato A è, dunque, tanto intenso quanto introspettivo. Alla spirale glitch di Canicola si contrappone un lato B composto da cinque brani di inferiore durata, intersecati fra loro, in bilico tra miti evocati e riti praticati. O, semplicemente, riconducibili all’interno di una parola dall’alta densità semantica: folklore. Il concept del duo è in fieri e, lentamente, induce inediti flashback antropologici. A volte il richiamo solare è esplicito, altre meno. Un’alternanza tra realtà e immaginazione che giova all’ascolto ed è scandita, ad esempio, dal pesante rintocco di C’È La Morte Che Ti Cerca E Tu Sei In Giro, tra distorsioni, riverberi e il rumore di un nastro che si riavvolge. La Madonna prende spunto, invece, dalla voce campionata di Carmelo Bene in “Nostra Signora Dei Turchi” (1968).

Dalle percussioni tribali a un ritmo, a tratti, più languido, il passo è breve. Agri Deserti impone una cambio di prospettiva, valorizza il suono dei campanacci ed evoca i fantasmi rock della ‘trilogia del dollaro’, firmata dalla mano sinistra di Ennio Morricone. È, poi, il cinguettio degli uccelli a imporre all’attenzione dell’ascoltatore un altro spezzato di vita, introducendo Atlantropa (Panorama). La traccia prende il nome da un singolare progetto di Herman Sörgel, pianificato nel 1927, che ebbe anche una certa risonanza intellettuale. L’architetto tedesco sognava di costruire dighe per isolare il mar Mediterraneo. Il deficit idrico, causato dall’evaporazione, avrebbe abbassato di centinaia di metri il livello delle acque, consentendo ai popoli europei di poter coltivare nuove aree.

Gli Heroin In Tahiti si affidano ancora a tamburi, field recording e chitarre per provare a immaginare un simile scenario. L’elemento novità, a un passo dalla fine, è costituito da una voce femminile. Con Granaglia, infine, spazio agli attori non protagonisti del disco: un pugno di insetti. I loro ronzii un vero e proprio leitmotiv, l’ideale per commentare l’ultima danza immersi nella natura. Al suo culmine s’interrompe, però, il flusso sonoro della cassetta che, rapidamente, torna indietro. È il rumore extra-esoterico che interrompe una visione dilatata a ritroso nel tempo. Breve, ma affossante, struggente e profondo come le lunghe radici del fertile terreno della storia. “Canicola” finisce qui. Il Sole tramonta sulle rovine del nostro Sud. Tra pietre millenarie e nuovi fiori d’agave.

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