Heinrich Dressel – Lost In The Woodland

Heinrich Dressel – 'Lost In The Woodland' (2018)

Non è un esercizio fisico e neppure una passeggiata, ma un’esperienza percettiva e sensoriale. ‘Shinrin-yoku’ è il termine giapponese che indica a un antico metodo della medicina tradizionale, diffusosi in Giappone negli anni Ottanta su invito dell’allora direttore dell’Agenzia dell’Agricoltura, delle Foreste e della Pesca locale, Tomohide Akiyama. Traducibile in italiano come ‘bagno nella foresta’, la terapia fa riferimento al ‘trarre giovamento dall’atmosfera della foresta’ perché, secondo studi recenti, trascorrere del tempo immersi nella natura può avere benefici per la salute: cura la depressione, ha effettivi positivi sul metabolismo, diminuisce la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna e, quindi, lo stress, stimolando sia la concentrazione che la memoria. Il merito di tali risultati è da attribuire alla presenza nell’aria delle biomolecole del legno degli alberi. ‘Perdersi in un bosco’ è un modo per ritrovare se stessi e, di pari passo, è facile lasciarsi ispirare da tutto ciò che circonda un sentiero nel verde.

Alcune delle più celebri fiabe narrano le storie di personaggi che si smarriscono all’interno di una foresta misteriosa o incantata, rimarcandone, spesso, l’aspetto pericoloso. Un piccolo concept album quale “Lost In The Woodland” (2018) di Heinrich Dressel prova, invece, a tratteggiare un diverso ‘contatto’ artistico con l’ambiente, affatto spaventoso, tributandogli brani di gran pregio che evidenziano una certa vena compositiva, che collima con un’attitudine sempre più cinematica, e trasudano emozioni contrastanti, in scia a un setup analogico. La musica non è che il linguaggio adottato da Valerio Lombardozzi per provare a narrare la storia di un viaggio intimo, scandito da momenti di riflessione, punteggiato da temi melodici e con occasionali colpi di scena, ricostruito in studio sulla falsariga delle proprie sensazioni e abbellito da un’adeguata veste grafica a cura dell’etichetta Bordello A Parigi, che aveva già finalizzato l’iconico “The House Of The Rising Synth” (2013), ottimo compendio creativo dell’italiano.

Dal tuono di Lost In The Woodland in poi, ha inizio una lenta e sistematica ipnosi che, con i sintetizzatori sullo fondo, in Beech Tales (Part 1 & 2) cadenza il suo incedere e fa leva su un coro che, a metà della traccia, sembra preludere a un crescendo per i ‘racconti del faggio’. Se le onde elettroniche di S.A.E.P. Research Institute avvolgono subito l’ascoltatore, al netto di una sottesa linea romantica, è grande lo stupore garantito dalla resa sonora di Brutal Drama. Il senso di smarrimento lo pervade durante la ritmata Red Maple, un’esplorazione ‘autunnale’ che rimanda al sound di John Carpenter ed è dedicata all’acero rosso. La mentale Sown accoglie al suo interno sporadici elementi pop, in simbiosi con l’opera, ma la cortina d’ombra cala con Iris Marsica Treatment, brano ispirato dal fiore appenninico. Straordinaria la finale Bryopsida (The Way Out), in odor di muschi e Boards Of Canada, manifestazione di una tenebra che non fa paura e della luce che lentamente ne deriva, rischiarando il giorno e riscalando il cuore.

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