Heidseck – Margins

Heidseck – 'Margins' (2017)

Margins” (2017) è stato a lungo un album nel cassetto di Fabrizio Matrone, in arte Heidseck. Registrato nel 2010 presso il Chorridor Studio, e riversato in cd per conto della manyfeetunder di Anacleto Vitolo e Vincenzo Nava, il suo contenuto presenta il lato più ambient dell’artista già incline a differenti sperimentazioni, di solito appannaggio del suo alias più noto al pubblico, Matter. Un’opera assai personale, a tratti dagli echi isolazionisti, le cui sette tracce appaiono ben collegate le une alle altre, in modo da generare un contiuum onirico, dominato da pochi alti e molti bassi. Non a caso, ritmo e profondità sono due fra le parole chiave che caratterizzano al meglio i differenti progetti realizzati dal produttore campano, attivo da oltre quattro lustri.

L’interessante equilibrio di fondo è individuabile in un approccio che continua a fare leva su un certo istinto e, soprattutto, appare qui meno incline a estremizzazioni sonore. “Margins” offre, di sicuro, vie di fuga ad alta quota con cui estraniarsi. Da una parte, la visione a occhi chiusi di scenari a tinte fosche. Dall’altra, l’ascolto a occhi aperti di note gravide di un’angoscia strisciante. Più l’improvviso vento. Tremolii in successione. Le voci nel nulla. Il faccia a faccia con le inquietudini altrui dura un paio di istanti. Ice Wedges è il sospeso brano di apertura di “Margins” e, probabilmente, il miglior modo per confondere le idee all’ascoltatore. Il percorso sonoro tracciato da Heidseck è breve, ma complesso. La vibrante Rockfalls, ad esempio, amplifica il piglio dell’opener.

Un drone ritmico satura l’aria insana. Tensioni costanti si addensano sottopelle. Il crescendo è, però, destinato a implodere lentamente. Moderato il voltaggio di Blockfield. Un’occasione per provare a riaprire gli occhi una volta conclusa la tempesta elettrica. Lateral si pone su una medesima falsariga. Un’altra traccia d’attesa, dalla maggiore durata rispetto la precedente. L’atmosfera è ancora cupa, occasionali taluni bagliori. E, sin dalle battute iniziali, anche l’interludio Medial appare allinearsi alla stessa. Opprimente l’inesorabile End. Un’andatura obliqua, a tratti gracchiante, si snoda nell’arco di sei minuti. Infine, l’ultima piccola grande attesa, Lake. Una conclusione che placa i brividi lungo la schiena. Le allucinazioni, invece, continuano.

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