Guido & Maurizio De Angelis – Roma Violenta

Guido & Maurizio De Angelis ‎– 'Roma Violenta' (2016)

Ma che ci state a fare voi della polizia, avete le mani legate?

Roma, metà anni Settanta. Sparatoria all’interno di un autobus. Un adolescente è ferito da alcuni malviventi. Una volante converge in Piazzale Flaminio, a bordo il commissario Betti (Maurizio Merli). Impermeabile chiaro, cravatta e camicia blu. La polizia è impotente, può solo constatare il decesso di un innocente. I criminali si sono già dati alla fuga. Chi ha assistito al delitto è rabbioso e provoca l’orgoglio e il senso del dovere del commissario Betti. La morte del diciassette lo colpisce nel profondo: il poliziotto ha perso un fratello nel corso di una rapina. Comincia così la caccia ai killer. Il brigadiere Biondi (Ray Lovelock), infiltrato nella mala locale, individua i responsabili della scomparsa del giovane. Nel frattempo, la Capitale è travolta da un’ondata di crimini.

Bastonate, estorsioni, rapine e sparatorie mettono in ginocchio i cittadini. Il commissario Betti li contrasta ricorrendo a metodi fin troppo violenti e sbrigativi: arresti illegali, botte da orbi, tranelli vari e l’uccisione di Franco Spadoni (John Steiner), detto ‘Chiodo’, a capo della banda di rapinatori. Eccessi che lo costringono alle dimissioni dalla polizia. La città ha, però, ancora bisogno di lui. L’avvocato Sartori (Richard Conte) lo invita a unirsi a un gruppo di vigilantes, che agiscono soprattutto di notte, individuando furfanti di ogni sorta, pestandoli e consegnandoli alle autorità competenti. Una volta gambizzato il brigadiere Biondi, costretto in sedia a rotelle, il collega cercherà e otterrà la sua cruenta vendetta e, in parallelo, comincerà meditare sul futuro, pronto a trasferirsi altrove.

Il fatto è che non ci si può fare giustizia da soli.

Un finale aperto, ideale per un sequel. “Roma Violenta” (1975), diretto da Marino Girolami, è stato un poliziottesco crudo come pochi altri, primo episodio di una trilogia che, imperniata sul commissario Betti interpretato da Maurizio Merli, comprende “Napoli Violenta” (1976) e “Italia A Mano Armata” (1976), distribuiti nei cinema a distanza di quattro mesi. Il primo a cura di Umberto Lenzi, il secondo firmato da Marino Girolami, celato dietro il suo alias Franco Martinelli. Il padre del regista Enzo G. Castellari fu ingaggiato in sostituzione del figlio, non interessato a girare un seguito del suo “La Polizia Incrimina, La Legge Assolve” (1973), un film di successo, con Franco Nero nei panni del commissario Belli, il cui incasso fu, però, inferiore a quello di “Roma Violenta”.

Con oltre due miliardi e mezzo di lire, l’opera prodotta da Edmondo Amati conquistò il primato per una pellicola di genere poliziottesco. Quattro mesi di programmazione nelle sale, ma anche feroci critiche, un leitmotiv durante gli anni Settanta. “L’ideologia di pura marca fascista che circola per tutto il film non è nemmeno mascherata”, scrisse Aurora Santuari su “Paese Sera”, laddove “la malavita è poi tutta spicciola: non ci sono boss, organizzatori, collegamenti, ricettatori: si tratta sempre di giovani capelloni abbigliati secondo la ‘divisa’ che si ritiene adatta ai giovani di sinistra. Il meccanismo dell’odio, scatenato con queste false argomentazioni, ha buona presa su molti spettatori”. Il commento di Leonardo Autera sul “Corriere Della Sera” fu parimenti negativo.

“Servendosi di una sceneggiatura che è meno di un canovaccio, il regista ha abusato fino alla noia di tutti gli ingredienti del genere”, aggiungendo anche che “Maurizio Merli non ha la possibilità di dare dimensione al protagonista”. Più duro e politico il giudizio de “Il Giorno”, nella recensione pubblicata nella cronaca di Milano, perché “il filone poliziesco all’italiana, che aveva già dimostrato pericolosi sbandamenti, con l’incitamento alla giustizia sommaria e alla vendetta personale, trova in “Roma Violenta” l’ultimo amarissimo, esecrabile sbocco”. È il film, dunque, che inaugura la serie commerciale dei poliziotteschi. Reazionari, fascisti, qualunquisti. “Roma Violenta”, però, ne fissa anche le regole: le tematiche più civili, politiche e sociali saranno presto accantonate.

È l’inizio del mito. Maurizio Merli scalza Franco Nero, diviene l’icona del poliziottesco e, paradossalmente, sarà ‘costretto’ a interpretare poliziotti ‘di ferro’ per il resto della sua breve carriera, stroncata da un infarto durante una partita di tennis il 10 marzo 1989. Marino Girolami aveva ripreso un modello già collaudato, trasformandolo in celebrità pop, garantendo al pubblico una buona dose di violenza e azione, specie nelle loro forme più rozze e spettacolari. Se “La Polizia Incrimina, La Legge Assolve” sdoganò il poliziottesco, “Roma Violenta” ne favorì la deriva con film puzzle, suddivisi in episodi che illustrano l’operato della criminalità, penalizzandone gli intrecci, i cui protagonisti sono uomini soli, giustizieri dai modi eterodossi, spesso, osteggiati dai loro superiori.

Quando trovo un delinquente lo stango e, finché non lo trovo, non mi do pace.

L’ultimo elemento che caratterizza la fortunata stagione del poliziottesco è la musica delle grandi orchestre, composta dai migliori compositori in circolazione. Fondamentale, se non fenomenale. Il funk e il jazz di matrice statunitense sono rielaborati sul piano dello stile. I temi principali sono ancora oggi largamente riconoscibili, melodici, vibranti e carichi di pathos. Prerogative tricolori. Come le chitarre elettriche dei fratelli Guido & Maurizio De Angelis, autori della colonna sonora di “Roma Violenta” (2016), stampata in vinile dalla Sub Ost a dieci anni di distanza dall’edizione cd a cura della Beat Records Company. Inalterate sia la copertina, tratta dall’iconico firmato da Sandro Symeoni, che la tracklist, basata su quattro tracce portanti, con annesse riprese, e tre recuperi cult.

Da sempre, i ‘ragazzi dei castelli romani’, od Oliver Onions, hanno coniugato con successo gli stilemi della già citata tradizione a stelle e strisce, l’orecchiabilità della disco music e, soprattutto, una grinta rock. La stessa che emerge dallo score di “Roma Violenta”. L’opener The Other Face si fonda, infatti, su un ritmato e ossessivo dialogo tra basso e chitarra, a fronte di un’ottima componente percussiva. Nonostante alcune variazioni, strategica l’aggiunta del flauto, le due riprese non incidono sul carattere della traccia, perfetta per introdurre l’ascoltatore al clima tipico, o stereotipato, da poliziottesco. The Punitive Justice si fonda sulla medesima architettura sonora, con armonica ed echi country. È il brano che segue da vicino l’azione del commissario Betti.

Le versioni alternative evidenziano i contributi tambureggianti, un altro tratto caratteristico del duo. The Reason Of A Just War ne ricalca la sezione ritmica, ma fa leva su un amaro arpeggio di chitarra, su cui s’inseriscono, al netto di sette riprese, i fiati e le tastiere. Versioni dal minutaggio più o meno ampio, con annesso batticuore, talvolta persino sospese. Le ombre dominanti in Undercover Investigation, un titolo ad hoc, il preludio alla tristezza impressa tra le pieghe di Revenging A Friend. La colonna sonora si compone, infine, di tre brani propri della partitura de “La Polizia Incrimina, La Legge Assolve”, altrettanto a cura di Guido & Maurizio De Angelis: la scatenata Gangster Story, l’evasiva bossa Casa Di Moda e il seducente blues Chicca. Un gioiello da riscoprire.

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