Groove Armada – Goodbye Country (Hello Nightclub)

Groove Armada – 'Goodbye Country (Hello Nightclub)' (2001)

Al culmine della giornata arriva il momento di staccare la spina. E di lasciare tutto e tutti alle spalle, affidando testa e corpo a sonorità mai invadenti e agli ambienti più congeniali per distendere il proprio essere. Trip hop, house e dub sono generi che ben si prestano all’atmosfera da club. È il concept ideato dai Groove Armada in “Goodbye Country (Hello Nightclub)” (2001), pubblicato da Jive Electro e BMG, un album oltre le più rosee aspettative, capace di divertire così come di stupire per alcune soluzioni sonore, tali da permettergli una buona conservazione nel tempo.

Dalla fine degli anni Novanta in poi, i londinesi Andy Cato e Tom Findlay si sono ritagliati un piccolo spazio all’interno del panorama breakbeat e downtempo. Sotto la sigla Groove Armada hanno collezionato successi importanti come il singolo At The River, che ha fatto ballare mezza Europa, ma per compiere il definitivo salto di qualità è stato necessario lo zampino di Norman Cook, meglio noto come Fatboy Slim. Il dj di Brighton ha remixato I See You Baby, altrettanto estratta dal già disco d’argento “Vertigo” (1999), e il successo ha assunto dimensioni planetarie.

Due anni dopo, il duo è stato dapprima impegnato nella stesura di una compilation “Back To Mine” (2001), una serie sempre frizzante, e poi nel più impegnativo “Goodbye Country (Hello Nightclub)”. Un’occasione da non perdere, in bilico tra frangenti dance e istanti più corposi, senza disdegnare atmosfere tanto umide quanto rarefatte, infarcite da contributi altrui e sample di alta qualità. Il terzo album dei Groove Armada è da ascoltare, o meglio da vivere, dal tramonto all’alba. Il club è già pieno, la porta aperta. Entrare diviene più che una felice possibilità.

In apertura, tutto il calore di Suntoucher. Ritmo e chitarre ovattate, fiati riverberati e il flow di Jeru The Damaja. Un’altra gradita sorpresa. Ottima idea anche prendere in prestito le percussioni di Power Surge di Frank McDonald and Chris Rae e, soprattutto, appropriarsi in toto di Something For Nothing degli MFSB, una delle prime orchestre disco degli anni Settanta, autrice di un classico del genere come Love Is The Message e la sublime cover strumentale di K-Jee dei Nite-Liters, inserita nella fortunata colonna sonora de “La Febbre Del Sabato Sera” (1977).

Il mood iniziale è ripreso nel secondo brano, ma qui il volume dei diffusori acustici si alza all’inverosimile. Superstylin’ è congeniale per essere riprodotta all’interno di un dancefloor di grandi dimensioni, ma ideale anche per passaggi radiofonici o momenti sportivi. Le percussioni e gli echi, il basso dub, il vocalist M.A.D. rendono il primo singolo estratto dall’album tanto robusto quanto energetico. Divertente anche il videoclip, con due fattori d’occasione intenti a trasportare in giro per la città un gigantesco altoparlante, con la speranza che sia valorizzato al massimo.

Ogni elemento è preposto per proiettare un raggio di Sole. All’improvviso, però, le luci si abbassano, perché subentra la rilassante Drifted con i suoi rintocchi morbidi e la voce di Tim Hutton. Un esercizio psichedelico prima della sognante Little By Little, scandita dalle note di pianoforte e della voce di Richie Havens, rinomato chitarrista afroamericano, il primo a salire sul palco dello storico Festival di Woodstock nel lontano 1969. Un onore oltre il simbolico.

I tentativi di rinnovare l’esperienza dance, non si fermeranno certo qui. La seguente Fogma si fonda, invece, su Sister Nancy e la sua Bam Bam. Un campione vocale ripetuto a oltranza al di sopra di una struttura house. Dopodiché, My Friend in tutta la sua leggerezza e malinconia. Il secondo singolo estratto da “Goodbye Country (Hello Nightclub)” è una piccola gemma. Il groove è quello di un altro classico di qualche decade fa, Gotta Learn How To Dance della Fatback Band, mentre il testo dell’unica frase cantata, interpretato da Celetia Martin, appartiene a Best Friend di Brandy.

“Whenever I’m down, I call on you my friend. A helping hand you lend in my time of need”. Il tormentone soft è servito. Uno straordinario esempio di come un sano lavoro di assemblaggio pop possa trasformarsi in qualcosa di estremamente redditizio nel breve periodo. Tagliato su misura è anche il video d’accompagnamento, riflesso del concept del disco stesso, perché descrive la vita quotidiana di un’anonima impiegata di città che sembra scorrere, tra scrivania e computer, a una diversa velocità rispetto i suoi ricordi della vacanza al mare con le amiche. Fulgidi.

Il vento di Lazy Moon acuisce la sensazione di trovarsi in un contesto naturale. La complicità della chitarra acustica e del violino perfezionano un episodio bossa di gran classe nel pieno di campioni e campionatori. Difficile prevedere questa deriva, eppure, dopo la pausa il ritmo cresce all’improvviso con Raisin’ The Stakes. Un pool di vibrazioni, fiati convulsi e rap d’assalto di Kriminul. Nulla, però, a confronto di Healing, vero colpo in un istante. Sintesi dell’energia, del dinamismo, del movimento tout court. Forse il punto più alto raggiunto dal duo. I bassi come autentiche martellate sullo sterno.

La sensuale voce del leggendario Richie Havens per non smettere di ballare. O di sognare. Sei minuti per lasciarsi andare prima di ritornare con i piedi davvero per terra. Edge Hill è una piacevole fermata, tra archi, chitarre e il sample Origin Of Supernatural Probabilities dei Tangerine Dream. Forte è l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa in più grande di un mero re-sampling. Il fatto che Andy Cato e Tom Findlay abbiano spesso girato in tour con una band di nove e più elementi può aiutare ad afferrare lo spirito che soffia vitale dentro l’anima dei Groove Armada.

Tuning In – Dub Mix ripropone, poi, le atmosfere lounge care al duo laddove, su un ritmo a tratti più veloce, si distendono l’onnipresente basso, la tastiera in appoggio e i nuovi interventi vocali di Tim Hutton, limitati a pochi versi proiettati nell’etere dove, una manciata di istanti dopo, si staglia Join Hands. Ripetitiva, anche se efficace per allentare la tensione. La conclusiva è affidata a Likwid, altra piccola dimostrazione di una versatilità fuori dal comune e di come suoni diversi, da pulsazioni radar a una nenia cristalli, possano coesistere in una dimensione sonora terza. Oltre il beat.

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