Goblin – Patrick

Goblin – 'Patrick (Colonna Sonora Originale Del Film)' (2012)

Tre anni dopo aver ucciso la madre, sorpresa nella vasca da bagno con l’amante, Patrick (Robert Thompson) giace in coma in una clinica privata di Melbourne. A seguito di un colloquio di lavoro con Cassidy (Julia Blake), la direttrice, Kathie (Susan Penhaligon) è assunta come nuova infermiera di Patrick. Il dottor Roget (Robert Helpmann) le rivela che è tenuto in vita soltanto a fini scientifici. All’insaputa del personale sanitario, Patrick ha notevoli poteri psicocinetici: dimostra la sua abilità spostando oggetti in presenza di Cassidy e tentando di annegare Brian (Bruce Barry), un medico che flirta con Kathie durante una festa in piscina. Quando Kathie cerca di scrivere un promemoria, Patrici comanda la sua mano e le fa scrivere il suo nome. Il giovane iniziare a comunicare con Kathie tramite sputi, ma rimane in silenzio quando Cassidy è con lui. Patrick cerca di nuovo d’interagire con Kathie, mostrandole quali parti del suo corpo percepisce.

L’infermo ha un’erezione mentre lei raggiunge i genitali. Cassidy ammonisce Kathie e la consiglia di evitare di congetturare sulla sua coscienza mentre si prende cura di lui. Una notte, Patrick si ‘serve’ di Kathie per farle scrivere un messaggio osceno e minaccioso e assume il controllo della macchina da scrivere per sottoporle un’equazione algebrica che lei non è, però, in grado di risolvere. Dopo che il dottor Roget ha sottoposto Patrick a una terapia elettroconvulsiva, il giovane ricorre ancora alla macchina da scrivere per avvertire l’infermiera: è consapevole che qualcuno intende attentare alla sua vita. Patrick causa, allora, un blackout, fulminando Cassidy nel seminterrato e attaccando il medico quando tenta di iniettargli cloruro di potassio. Quando Kathie affronta Patrick, il giovane salta dal letto e si schianta contro un armadio. Il dottor Roget presume sia un ultimo riflesso motorio. Kathie abbandona la stanza, ma gli occhi di Patrick sono aperti.

Descrizione

Il film giusto al momento giusto per influenzare la cinematografia horror. “Patrick” (1978) è un piccolo classico del filone, una sorta di ‘variazione’ sui temi di “Carrie – Lo Sguardo Di Satana” (1976) di Brian De Palma e de “Il Tocco Della Medusa” (1978) di Jack Gold, priva di spargimenti di sangue, a favore di una migliore caratterizzazione dei personaggi. Il lungometraggio è risultato, non a caso, vincitore del Festival di Avoriaz e il regista Richard Franklin è stato insignito della medaglia d’oro al Festival di Sitges. Nonostante il carattere da opera di seconda mano, il volto del protagonista, disteso a letto, intubato e intento a fissare il vuoto con i suoi gelidi occhi azzurri, seppur in grado di mettere in funzione qualsiasi tipo di apparecchiatura dentro e fuori la clinica privata, è entrata nell’immaginario comune, così come il colpo di scena finale. L’accurata sceneggiatura firmata Everett De Roche offre, inoltre, vari spunti d’approfondimento.

Patrick ha assassinato la madre per edipica gelosia, è un essere umano disturbato, pericoloso, ma, divenuto inespressiva cavia per i suoi poteri psicocinetici, è in lotta contro medici e infermieri privi di pietà e di scrupoli. L’ambiguità morale dei personaggi è una costante del lungometraggio e, forse, inquieta più dell’aspetta soprannaturale. Le conversazioni tra gli stessi e le strane situazioni offerte allo spettatore sono altresì oggetto di differenti riflessioni, perché ciò che è mostrato, spesso, è dotato di un importante sottotesto. Centrale in “Patrick” è il problema ‘etico’ legato al tenere in vita un uomo che ha compiuto un omicidio ora è privo dei cinque sensi: è così messa in discussione anche l’esistenza di un essere superiore che permette ai mortali di ridursi a vegetali, mantenuti in vita da macchinari. L’insolito e realistico horror trasforma la stanza numero quindici, un luogo potenzialmente sicuro, in un autentico inferno.

La suddetta ambiguità connota, in parte, anche il personaggio di Kathie. Infermiera, separata dal marito, affascinata da un ricco neurochirurgo e affezionata allo strano Patrick. Una donna con evidenti problemi con gli uomini e con il sesso. Il legame che sviluppa con il paziente, per ovvie esigenze di copione, la conduce nei guai. Complessi, nevrosi, paure. Patrick è, paradossalmente, inoffensivo con lei, si comporta come bambino dispettoso e uccide per difendersi. Un tratto comune con la sceneggiatura di Piero Regnoli per l’apocrifo seguito “Patrick Vive Ancora” (1980), diretto da Mario Landi, in bilico tra l’erotico e l’orrore, realizzato a tempo record dal produttore Gabriele Crisanti, con Gianni Dei nei panni dell’omonimo protagonista, ricoverato in coma irreversibile presso una struttura privata a seguito di un incidente e accudito da Carmen Russo. Un guazzabuglio di sangue e sesso, humor involontario e pessima recitazione.

Musica

Stroncato dalla critica nella terra dei canguri, ma distribuito in tutto il mondo in versioni che si differenziano per il minutaggio e i tagli, “Patrick” ottenne un notevole successo per un lungometraggio a basso budget e persino il primo posto nelle classifiche settimanali degli incassi in Italia anche grazie al commento dei Goblin, il cui logo era evidenziato nei flani pubblicitari, in sostituzione di quelle del compositore Brian May, da non confondere con il chitarrista dei Queen, in seguito autore della colonna sonora di “Interceptor” (1979) di George Miller, primo capitolo della saga dell’eroe Mad Max. La pratica di cambiare le musiche o d’intervenire sul montaggio di una pellicola straniera per adattarla al mercato interno, sebbene poco corretta, era diffusa all’estero, specie negli Stati Uniti dove, per esempio, lo stesso “Patrick” fu riddoppiato. Sono parimenti numerosi i film italiani, specie in ambito horror, che hanno subito manipolazioni.

Una sorta toccata, a sorpresa, al dramma “Amo Non Amo” (1979) di Armenia Balducci. La colonna sonora dei Goblin fu rimpiazzata da quella di Burt Bacharach, già vincitore del premio Oscar per quella di “Butch Cassidy” (1970). E, anche nel caso dell’opera di Richard Franklin, il produttore Luigi De Laurentiis, acquisiti i diritti per l’Italia, giudicò inadeguata e poco efficace i brani di Brian May, interpellando i Goblin sulla possibilità di crearne appositamente dei nuovi. Per l’esecuzione delle numerose parti di tastiera, una costante delle precedenti partiture dei capolavori di Dario Argento quali “Profondo Rosso” (1975) e “Suspiria” (1977), Agostino Marangolo, Fabio Pignatelli e Carlo Pennisi si affidano al ‘rientrante’ Maurizio Guarini, il cui nome non appare nei crediti, a differenza di quelli degli ex membri della band Claudio Simonetti e Massimo Morante, perché l’album pubblicato dalla Cinevox contiene anche tracce già edite come Snip Snap e Yell.

La prima, di matrice funk, introdotta dal clavinet, dotata di un bel giro di basso, supportata dalle percussioni e dal pianoforte elettrico, firmata da Claudio Simonetti, Fabio Pignatelli e Massimo Morante e pubblicata all’interno dell’album cult “Roller” (1976). La seconda, fondata su basso, batteria, mellotron e sintetizzatori, a cura di Fabio Pignatelli e Agostino Marangolo, con il probabile contributo di Antonio Marangolo ai fiati, sigla del ciclo di thriller televisivi “Sette Storie Per Non Dormire” (1978), in onda su Rai Due. Film senza alcun legame fra loro, scelti nell’ambito della produzione statunitense da Vieri Razzini, autore del giallo “Terapia Mortale” (1972) e ispiratore del soggetto di “Sette Note In Nero” (1977) di Lucio Fulci. La prima stampa dell’album non contiene, però, tutta la musica creata per le sequenze di “Patrick”: l’edizione cd (2001), una release Cinevox, racchiude altri dieci brani, tra frammenti e alternate track.

La tracklist della ristampa AMS in vinile di “Patrick (Colonna Sonora Originale Del Film)” (2012) è introdotta dal ‘ciclico’ tema Patrick in calibrato crescendo. Pause e riprese. Basso e charleston. Sintetizzatori sibilanti e suggestivi accordi di chitarra elettrica, mutuati dalla precedente Voyager degli Alan Parsons Project, una delle tracce dell’acclamato “Pyramid” (1978), altrettanto recuperato trent’anni dopo in Pillow Talk dal duo Quiet Village per il loro omonimo album d’esordio (2008). Tastiere simil ‘carillon’, supportate dal basso slappato, sono centrali nel corso di Transmute. Sporadiche linee elettroniche ne costituiscono lo sfondo. Tratti in comune con Visioni, dolcissima melodia per spinetta con entrate di grancassa e timpani. Bagliori Di Luce offre, invece, all’ascoltatore due minuti e mezzo di autentica suspense di note. Un motivo cupo, scandito dai ripetuti interventi del basso, adagiato su un ‘tappeto’ di sintetizzatori.

Dopo aver ridefinto il proprio stile, in concomitanza con i primi cambi di formazione, il quartetto introietta così le malsane atmosfere della pellicola, espresse anche in Metamorfosi e Metamorfosi 2° Parte. Un dittico inquietante. Vorticosi effetti di sintetizzatori, giro di basso in thumbing e arpeggio di chitarra elettrica. Sonorità eteree, fredde, tecnologiche e, soprattutto, sospese, proprio come lo status del personaggio dell’opera, prigioniero in una sorta di limbo tra la vita e la morte. Mentre Vibrazioni riprende il main theme, con intermezzo di chitarra elettrica, la stessa è la protagonista dell’arrembante Follie. Ipnotico l’arpeggio suffragato dai timpani e dal basso. Gli stacchi tipici della band costituiscono la cesura ideale tra una ripetizione e l’altra dello stesso. La colonna sonora di “Patrick” appare, dunque, assolutamente funzionale e al servizio del film in cui, ennesimo paradosso, presenta versioni con arrangiamenti meno completi.

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