Giusto Pio – Motore Immobile

Giusto Pio – 'Motore Immobile' (2017)

Immaginiamo una grande ruota che gira. In mezzo a questa ruota, c’è un punto, AL centro, un punto che non ha dimensioni. tutto gira, ma il punto resta immobile.

Arrangiatore pop, collaboratore di Franco Battiato e, soprattutto, autore di uno dei dischi più singolari degli anni Settanta, “Motore Immobile” (1979). Giusto Pio ereditò la passione per la musica dal padre che si dilettava con vari strumenti, senza aver frequentato scuole regolari. Fu studente di Luigi Ferro, ultimo grande violinista della scuola veneziana del Novecento. Il diploma in violino gli aprì le porte dell’orchestra sinfonica della Rai di Milano. Nell’arco di un trentennio, ebbe modo di confrontarsi con direttori ed esecutori, maturando esperienze in ambito operistico, oltre la padronanza di un vasto repertorio musicale. L’incontro con il cantautore, a cui impartì lezioni di violino, segnò l’inizio della sua singolare attività in ambito di musica contemporanea.

Fu un avvicinamento graduale, sull’onda della curiosità, in linea con la temperie culturale dell’epoca. Gli anni Ottanta erano alle porte. Un decennio che avrebbe cambiato le sorti della musica pop a livello internazionale, con un differente Franco Battiato protagonista entro i confini patrii. “L’Era Del Cinghiale Bianco” (1979), con Giusto Pio al violino, la cesura con il suo sperimentare mistico. “Motore Immobile” (2017), ripubblicato in vinile dalla Soave, risale proprio a quel periodo, quando un’etichetta come la Cramps Records, abilmente diretta da Gianni Sassi, era al suo apogeo e, oltre il lancio degli Area, era solita accogliere ‘musiche altre’ all’interno del suo catalogo, come quelle di Claudio Rocchi o del Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza.

Fu Franco Battiato a darmi l’idea. Un giorno, mi portò un disco dove c’erano delle note lunghissime, quasi infinite, era un lavoro che mi ricordava alcune cose che facevo da ragazzo, fu quello a darmi l’input per “Motore Immobile”. Fu una ricerca sui suoni del pianoforte, nient’altro. Lo portammo da Gianni Sassi ALLA CRAMPS RECORDS e lo pubblicò. Giocai molto con i pedali tonali del pianoforte, cercando di far entrare in risonanza le note, perché talvolta – per simpatia – le note si fondono in qualcosa di maestoso, qualcosa che trascende il mero suono per entrare nella sfera della spiritualità. Franco Battiato mi portò una serie di tastiere sulle quali scrissi degli accordi lunghi e lenti che si intersecano.

Avanguardia per ‘gli arrabbiati’ di allora. Capolavoro per i collezionisti di oggi. “Motore Immobile” è abbandono interiore. Musica senza tempo. O compromessi. Fuori dai codici, ma ricca di elementi lirici. Rarefatta, sommessa, di difficile collocazione. Una sfida per i critici di decadi fa e per le masse votate a oggetti di facile consumo. L’album prodotto da Franco Battiato vendette, infatti, poche centinaia di copie. Era fondato su un vero e proprio ‘ossimoro’. Un motore, nucleo di energia, fermo. Un concetto aristotelico confluito tra le pieghe di due soli brani, uno per facciata, sublimi bordoni di organo suonati da Danilo Lorenzini e Michele Fedrigotti, autori di un parallelo capolavoro della scena minimalista tricolore, “I Fiori Del Sole” (1979), stampato dalla Cramps Records.

La voce di Martin Kleist, pseudonimo adottato da Franco Battiato, l’elemento umano che eleva la metafisica title-track. Simile a un ronzio fa breccia in un più ampio quadro di stasi. Armonica, sublime. Il già celebre cantautore sostituiva Demetrio Stratos, potenziale interprete originario, alle prese con una grave malattia che lo avrebbe condotto alla morte pochi mesi dopo, in attesa di un trapianto di midollo osseo. Il violino di Giusto Pio s’intromette, con gentilezza, quando i tasti dei due organi sovrapposti sembrano come bloccati all’unisono. Un intervento centellinato, mai invasivo, diviene l’ideale ‘prolungamento’ ai droni. Il guizzo all’ultimo minuto del lato A, invece, una sorta di scossa all’estatica composizione, altrimenti destinata a protrarsi all’infinito.

Il lato B riparte, lievemente, con Ananta, un termine sanscrito che significa ‘senza limiti’, ‘eterno’, ossia ciò che non può essere né soggetto a modifiche, né distrutto. L’approccio sonoro adottato da Giusto Pio è simile. Eleganza coniugata a semplicità. Pacata spiritualità in chiave induista. Nuovi toni sospesi, stavolta con Michele Fedrigotti al pianoforte e il solo Danilo Lorenzini all’organo. La stabilità del secondo, garantita da un solo accordo, è interrotta dalle ripetizioni di note del primo, che recupera le scale de “L’Egitto Prima Delle Sabbie” (1978), di Franco Battiato. “Motore Immobile” è stato l’originale esordio di Giusto Pio a cui non è, però, seguito un lavoro di pari valore, ma una vittoria a Sanremo nel 1981, come arrangiatore, con Per Elisa, cantata da Alice.

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