Giulio Aldinucci – Spazio Sacro

Giulio Aldinucci – 'Spazio Sacro' (2015)

Che cos’è il sacro? Un elemento della struttura della coscienza. Un’esperienza legata allo sforzo compiuto dal singolo uomo per costruire un mondo che abbia un significato. Con un’ermeneutica propria, finanche il suono, come quello scolpito nelle sette tracce del nuovo album di Giulio Aldinucci, “Spazio Sacro” (2015), su Time Released Sound. Un gradito ritorno dopo l’ottima prova di “Aer” (2014), con il senese, parte attiva del collettivo Archivio Italiano Paesaggi Sonori (AIPS), alle prese con un viaggio in note e tra le immagini che compongono il suo più profondo essere.

I field recording di questo lavoro registrano suoni che sento anche dentro di me. provengono da luoghi che, in primis,risuonano nella mia memoria. Il punto di partenza è stato una riflessione su come elementi associati al concetto di ‘sacro’ modellino temporaneamente o meno lo spazio acustico. È una riflessione che porto avanti da molto tempo, ma qui ha costituito solo un input di base, poiché la musica è stata composta in un costante e profondo dialogo con le mie radici: il paesaggio sonoro si è fatto ‘spazio sacro’ intimo, interiore.

L’adolescenza, la Toscana, riti religiosi. Giulio Aldinucci è ripartito da ciò che è stato in prima persona, da ciò che è geograficamente prossimo e, infine, da ciò è spiritualità manifestata attraverso eventi e gesti singoli o collettivi. Il risultato che ne deriva è un patchwork di suoni rielaborati e stratificati, tra ambient e drone, aperture grandiose, modulazioni organiche, risonanze varie e frammenti sonori raccolti. “Spazio Sacro” si pone, però, anche come architettura di ricordi mai sopiti e legati da un elemento mistico.

Il titolo non cela riferimenti geografici specifici, ma i luoghi della mia infanzia sono presenti in modo vivido, luoghi in cui i riti intorno ai quali la comunità si raccoglieva ne scandivano la vita durante l’anno. Ho voluto lasciare il titolo in italiano per associarlo al mio vissuto. ‘Spazio’ perché questa parola è collegata ad un’idea fisica di luogo, o il punto di partenza, e al tempo stesso di immensità, impossibile da misurare anche quando diventa spazio interiore, cioè il punto di arrivo. ‘Sacro’ è semiosi, cioè dare significato al mondo.

Suoni, luci, colori. E ancora chiese e santuari dalle atmosfere rarefatte. Da un punto di vista meramente organizzativo, e non poetico, Giulio Aldinucci sembra avvicinarsi così all’opera di uno dei migliori interpreti della scena sperimentare italiana, il filosofo e compositore Pietro Riparbelli. L’artista toscano è impegnato da oltre cinque anni in un’indagine acustica di colossali luoghi di preghiera e raccoglimento tra Italia ed Europa, con particolare attenzione alla dimensione trascendentale/simbolica degli stessi, raccolta all’interno di un catalogo di sonorità altrettanto sacre.

Il suo progetto è fantastico e sono felice di aver contribuito con due mie registrazioni, a Siena e a Sofia in Bulgaria. Sono anche convinto che meriti una maggiore visibilità, ma per “Spazio Sacro” non mi sono ispirato alla serie di ‘Cathedrals’. Negli ultimi anni mi sono reso conto, non senza dolore, che molti miei ricordi erano del tutto, o quasi, svaniti. Fra quelli ancora vividi ci sono i suoni, le luci delle candele e gli odori delle processioni. Dopodiché, chiese di campagna, addobbate a festa o ridotte a ruderi, visitate durante le escursioni domenicali.

Un canneto, impronte nell’acqua, il canto delle cicale. Altri rumori difficili da definire e un’improvvisa elevazione verso l’alto. The Hermit è un’apertura d’impatto, con un’ulteriore ripartenza a metà traccia, quando il drone fa da padrone. Il suono delle campane segna la cadenzata interruzione del flusso sonoro. Nuovi brusii ed evocazioni mistiche sopraggiungono in Ricordo, dalla intricata texture. Alla fresca penombra da raccoglimento estivo si sovrappongono ostinate cicale per una delicata conclusione. Con Sator, si solleva una nube di particelle di suono. Confusa, senza continuità.

Lo schema compositivo di Giulio Aldinucci prevede, però, forti ed emotivi crescendo, infatti, a metà traccia si surriscalda, o meglio si spiritualizza, l’atmosfera. L’aria è più tersa. Segue Come Un Immenso Specchio D’Inverno, che regala rarefatti attimi di beatitudine acquatica, ma dispendia anche voci e parole umane, grilli di notte, rifrazioni soniche dell’ordinario quotidiano messe a confronto. The Liquid Room, poi, squarcia con fasci di luce e cori rimodulati ogni residuo di tenebra. Come un mantra al Sole, il sali e scendi tonale costituisce l’ottimo preludio alla mai sopita potenza di Mountain.

È l’apice dell’album. Peregrinazione dell’anima, flashback dello spirito. Un amen al termine della preghiera. I campanacci di ovini al pascolo. Cinguettii ravvicinati e nenia di cristalli. Emozioni in serie registrate da un soundscaper innamorato della propria terra. In conclusione, i legni e le pietre di Camino. Un ultimo coro, malinconico e spettrale, pone un immaginario punto allo stream of consciousness dell’artista toscano, tra gli alfieri di una nicchia tricolore da celebrare per i continui passi avanti sulla via dell’originalità, della passione, delle soluzioni trovate e della resa uditiva.

Più il mio archivio di field recording aumentava e più sentivo il bisogno di trasformarli, manipolarli per farli orbitare in questa dimensione. Per indole tendo a non essere mai soddisfatto appieno di ciò che realizzo, la mia arte cambia insieme a me e, appena conclusa una composizione, cerco di guardare avanti. L’etichetta Time Released Sound è stata una casa perfetta per questo album, non solo per ragioni di estetica musicale, ma anche per il lavoro sul packaging che la contraddistingue da tempo. Sono felice di aver incontrato persone eccezionali con cui collaborare e che mi hanno dato fiducia.

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