Giulio Aldinucci – Goccia

Giulio Aldinucci – 'Goccia' (2016)

Un cielo senza nuvole. Una collina brulla. Alcuni cervi. Un’instantanea ai limiti del bianco e nero. Il contrasto cromatico non è l’unico parametro da utilizzare per valutare l’intensità delle sei tracce di “Goccia” (2016). L’iconica copertina del nuovo lavoro di Giulio Aldinucci rimanda ad alcune immagini racchiuse nell’etereo background dell’artista toscano, solito fare affidamento non solo su particolari field recording ma, soprattutto, su ricordi di attimi trascorsi nei luoghi dell’anima.

Il continuo mix di suoni e sensazioni è ciò che rende speciali le sue release, in bilico tra soundscape ed elettronica. “Goccia” è da interpretare come ennesima tappa di un percorso o, forse, di un crescendo compositivo avviato già alcuni anni fa, con i convincenti “Aer” (2014) e “Spazio Sacro” (2015), due album di alta qualità sonora. L’ennesimo è pubblicato dalla Home Normal di Ian Hawgood e si pone, inoltre, come diretto seguito di precedente illustre, “Tarsia” (2012).

Quest’ultimo era stato rilasciato dalla Nomadic Kids Republic, sorella gemella dell’etichetta anglo-giapponese. Le creazioni di Giulio Aldinucci non hanno mai smesso di sorprendere per il loro essere vorticose, quasi magiche, capaci di condurre per mano l’ascoltatore in un altrove geografico senza nome ma, paradossalmente, esistente. Suoni che giungono dal profondo. Suoni che si connotano di timori e paure. Suoni propri di moltitudini non silenziose o di una vita solitaria.

Le cicale e il drone. Il ronzio di una mosca e le note di un pianoforte. I brividi si susseguono lungo la schiena. Concentrarsi, chiudere gli occhi e ascoltare The Rule Of Forgetting è un’esperienza emotivamente coinvolgente. Il respiro della natura è affiancato dagli artefici del produttore toscano. La voce di Nadia Bredice, echi ancestrali. Quando subentra Immobile, Blu, l’immaginaria colonnina di mercurio sale. Anche il barometro delle emozioni segna un’inattesa alta pressione.

Alcuni raggi di luce rallegrano l’atmosfera. Innocua la manciata di rumori di fondo. La tregua è, però, tanto struggente quanto breve. Nonostante l’introduzione mite, quasi acquosa, i continui rintocchi di Los Ojos De sono forieri di alcune tensioni sottese. Il pattern ritmico è fondato su varie frequenze e altre pulsazioni. Mistica Rondine. Un canto religioso perso nel vento. Da pelle d’oca. Un elemento atmosferico da associare al freddo, così come Apart. Una digressione precisa e compatta.

Qualche secondo di pausa tra un brano e l’altro lo stratagemma per catturare l’attenzione altrui in un istante. Nobile, però, il motivo di tale artificio. La conclusione di “Goccia”, un album evocativo come pochi, è affidata all’intima Candles (Tuscany, Spring). Un titolo che, se tradotto, contiene alcune parole chiave dell’intera opera di Giulio Aldinucci. Da ascoltare acutamente al culmine dell’attesa. Agrodolce il ritorno alle origini tra minuziose saturazioni e sussulti ambientali.

Le sei tracce dell’album cristallizzano momenti disparati attraverso frammenti granulari o inserti melodici e, nel frattempo, liberano nell’aria una sorta di materia prima dai contorni mai davvero definiti. Sufficiente per essere custodita con cura e tramandata ai posteri. Come avanguardia bucolica o profana. Di sicuro, autentica nelle intenzioni ultime. Al pari della ricerca di pace interiore che, di continuo, è suggerita tra le sue piega. Lunga vita alla vera personalizzazione di ogni sperimentazione.

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