Giulio Aldinucci and The Star Pillow – Hidden

Giulio Aldinucci and The Star Pillow – 'Hidden' (2018)

I sintetizzatori di Giulio Aldinucci, la chitarra elettrica di The Star Pillow e un bosco senza nome e senza età. La copertina di un disco non è soltanto la mera estensione del packaging, è spesso anche un sentiero da seguire, disseminato di note, spunti, idee e altri indizi creativi. Nel caso di “Hidden” (2018), una release a quattro mani pubblicata dalla Midira Records, l’immagine del verde chiaro della natura è riflessa nell’acqua stagnante di un fiume che separa due sponde, una manciata di pietre e innumerevoli alberi dai tronchi sottili, la cui quasi impenetrabile visione d’insieme cela o, forse, rivela il significato ultimo dell’album e, in parallelo, esalta un titolo semplice, diretto ma dall’alto potenziale immaginativo. Ciò che è nascosto è, spesso, segreto, introvabile, così come appartato e intimo. Un raggio di luce filtra tra la vegetazione in lontananza.

Il punto di partenza è interrogarsi su ciò che è occultato oltre il suo confine. Il percorso ‘mistico’ dei due sound artist, entrambi molto attivi negli ultimi anni, è suddiviso in quattro tappe, o tracce, il cui minimo comune denominatore è il sottile ricorso a field recording difficili da identificare, ricollocati all’interno di un contesto terzo, armonico, organico e finanche accattivante, in linea con una densa successione strati sonori associati a stati d’animo a tratti sia tumultuosi che improntati alla riflessione. L’inizio è sorprendente: To Be Invisible è dominato da un coro che eleva in pochi secondi “Hidden” verso l’alto. Il fascino del sacro è, però, altrettanto presto declinato in chiave drone. Vibrazioni minacciose impongono uno stop tra i rami spessi di una foresta affatto deserta. I ventisette minuti di Hypothesis For And End sono sufficienti allo scopo.

Un titolo che rende al meglio l’atmosfera dominante all’interno della granitica suite. Psicotropa, opprimente, con registrazioni dal vivo che, lentamente, cedono il passo al ribollire di suoni indefiniti che, una volta addensati, tra corde tese, lievi variazioni di frequenza, reiterate sovrapposizioni e accurate transizioni di particelle sonore, creano una sorta di muro ai limiti del perforabile. È il solo abbassamento di volume che lo dissolve al suo culmine. La stupore non si esaurisce al netto di una gradazione ascendente: Third Space garantisce più di un colpo al cerchio e di uno alla botte. Non ci sono vie di fuga. Un vortice travolge l’ascoltatore. La più fredda Getting Cold offre un riparo al termine del rigore della tempesta, rinnovata cifra stilistica, rimescolamento delle carte o risultato finale delle ricerche musicali condotte da un sorprendente duo.

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