Giovanni Tommaso – Vivere A: Tokio Città Del Paradiso

Giovanni Tommaso – 'Vivere A Tokio- Città Del Paradiso' (2015)

Il viaggio nel passato futuro riparte dal presente. La ristampa di “Vivere A: Tokio Città Del Paradiso (Colonna Sonora Originale)” (2015), a cura di Giovanni Tommaso, colma un vuoto negli scaffali dei collezionisti. L’album, una delle gemme perdute dei gloriosi anni Settanta, è ora parte dell’interessante catalogo della Sonor Music Editions di Lorenzo Fabrizi, giovane e iperattiva etichetta di stanza a Roma. Una ventina di repress di assoluto spessore alle spalle, tra cui la soundtrack di “Lo Chiamavano Trinità” (2014) e “I Due Volti Della Paura” (2015) di Franco Micalizzi, senza dimenticare quella de “L’Uomo Dagli Occhi Di Ghiaccio” (2014) di Peppino De Luca con I Marc 4.

Dischi accomunati da una patina di polvere, ma ricchi di aneddoti. È il caso della sonorizzazione “Vivere A: Tokio Città Del Paradiso”, pubblicata dalla RCA Original Cast (1972) con un sorprendente errore in copertina: il titolo della documentario, a cura di Corrado Augias e inserito nella serie “Vivere A…” comprendente altri episodi, era “Vivere A: Tokio Città Del Paradosso”. La capitale giapponese, tra mirabili progressi sul fronte tecnologico e improbabili contraddizioni agli occhi degli europei di otto lustri fa, è raccontata in note da uno dei migliori bassisti del panorama contemporaneo e italiano: Giovanni Tommaso. Tra chitarre, sassofoni e sintetizzatori, è stato leader e mente dei Perigeo, band incline alla commistione di elementi jazz e prog.

Dal conservatorio di Bologna alle navi da crociera, l’artista toscano ha fatto della musica una professione esercitata, ad esempio, nei locali di New York all’inizio degli anni Sessanta e, successivamente, come arrangiatore, esecutore e produttore, per la RCA Italiana, partecipando a numerose incisioni per cantanti del calibro di Mina, Gianni Morandi e Rino Gaetano. Oltre il Quintetto Di Lucca, o il trio con Amedeo Tommasi e Gegè Munari, Giovanni Tommaso fonda i sopracitati Perigeo. Il quintetto, in vita sino al 1977 e risorto come New Perigeo nel 1981, ha realizzato con sette album tra le più belle pagine della storia della fusion in Italia. Ciò nonostante, durante il medesimo periodo, il bassista non ha rinunciato ad altre esperienze.

Quando il produttore mi chiese di scrivere la musica della colonna sonora per il documentario, mi mostrò prima di tutto le riprese e, poi, discutemmo della partitura. Mi lasciò ampio margine di creatività perché, allora, avevo già abbastanza esperienza in merito alla composizione di tracce per librerie musicali e aveva fiducia nelle mie abilità. Dopodiché vidi il documentario diverse volte per appuntarmi le pause e meditare sullo stile da adottare. Pensai si scrivere musica ‘urbana’ sull’onda del jazz-rock che poi avrei codificato con i Perigeo.
Ho cercato, però, di aggiungervi alcuni elementi tipici della musica melodica/armonica giapponese e credo che abbiano funzionato bene. Il produttore fu molto soddisfatto e voleva pubblicare un disco. Era un documentario unico, a basso budget, perciò decisi di rilasciarlo con un quartetto, che includeva l’amico Antonello Vannucchi all’organo (in alcuni brani lo suonai io), con il quale mi ero esibito nel Quintetto Di Lucca, Silvano Chimenti alla chitarra, Gegè Munari alla batteria e me medesimo al basso.

La colonna sonora, su licenza GDM e quasi impossibile da trovare nella sua versione originale in vinile, tratteggia così una placida immagine sonora della capitale del Sol Levante, un’area metropolitana abitata da oltre dieci milioni di persone, cresciuta a dismisura dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, delle cui devastazioni non restano più tracce. La città, sede delle Olimpiadi del 1964, fu ricostruita con un sistema ferroviario e metropolitano all’avanguardia a cui si aggiunse, nel pieno di un nuovo sviluppo edilizio, anche l’aeroporto internazionale Narita. Le telecamere del documentario di Corrado Augias si sono soffermate, tuttavia, anche su altri buffi dettagli, affatto sfuggiti all’occhio attento di Giovanni Tommaso.

Ricordo che furono tre sequenze in particolare a sorprendermi. La prima era stata girata durante una domenica mattina d’estate all’interno di una piscina pubblica: stava letteralmente scoppiando per le persone presenti in acqua, che erano incapaci di muoversi. Mi chiedevo perché si erano sistemate proprio in quel modo, senza nuotare, neppure rinfrescandosi.
La seconda fu girata all’interno di uno stravagante hotel che poteva ospitare un enorme numero di ospiti: non si trattava di camere, ma di loculi! Erano leggermente più grandi di bare e venivano calati giù dal muro. Era possibile rimanere lì per una notte o anche solo per poche ore pagando una cifra base proprio come quella di un comune parcheggio di auto.
La terza è stata folle e squallida perché mi è sembrata il simbolo dell’anti-socializzazione, dell’incomunicabilità e della solitudine. Si trattava di sedersi davanti a un monitor con una telecamera fissa su di sé una collegati con altri utenti: era possibile raggiungere l’orgasmo tramite sensori a bassa tensione collegati ai genitali pronti a vibrare in base allo sguardo.

Sul lato A, l’apertura è affidata alla semplicità di Vivere A Tokio, un concentrato di relax in chiave jazz replicato in Rituale N. 1, con una melodia più sospesa. Gli omaggi dell’artista alla serena quiete nipponica rispondono ai nomi di Geisha ’71 e Yamanaka Lake, utili a celebrare le intrattenitrici locali, da non confondere con prostitute, e il lago alle pendici dello struggente monte Fuji. Se con Sopraelevata N. 1 subentrano ritmi più rock oriented e una ventata di romanticismo, il lato B riserva, invece, due dei primi esperimenti pre-Perigeo: con i loro riff e un’eleganza inconfondibile, Square Dance In Tokio e Green Kimono rappresentano puri esempi del rinomato prog tricolore ancora oggi, ‘paradossalmente’, tanto amato e venduto in Giappone. Nel mezzo, la breve Rituale N. 2 riprende la traccia originaria, dilatandone i toni, mentre Underground Number Seven fa il pieno di percussioni. Segue la delicata Cherry Blossoms, che rimanda ai fiori di ciliegio, tra i simboli della città al pari del gabbiano e dell’antichissimo albero ginkgo biloba. Da preservare. Come ristampe di una simile caratura.

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