Futuro Antico – Futuro Antico

Futuro Antico – 'Futuro Antico' (2014)

L’antitesi secondo Riccardo Sinigaglia e Walter Maioli è iscritta soltanto in un nickname oggi suggestivo, Futuro Antico, già utilizzato come nome sia di un triplo progetto di Angelo Branduardi che di altrettante tre composizioni del percussionista Andrea Centazzo, senza tralasciare l’esistenza di una band statunitense, Ancient Future, nata in scia all’esperienza degli Aktuala, un gruppo chiave per la world music made in Italy. L’omonimo album “Futuro Antico” (2014), ristampato in vinile dalla Black Sweat Records a distanza di trentaquattro anni dalla sua prima release in cassetta, affonda le sue radici in un passato tanto mitico quanto spirituale, dove il concetto di tempo sfuma.

L’avanguardia musicale è proiettata nei giorni che verranno ma, inevitabilmente, sembra essere già iscritta nel passato. I due musicisti avevano alle spalle un notevole background di conoscenze e competenze, con esperienze e ricerche tra tecnologia di nuova generazione e strumenti etnici da ogni parte del mondo. “Futuro Antico” è da considerare come l’anello di congiunzione tra le macchine e la natura, con lo zampino dell’uomo, pronto a filtrare suoni artificiali o vibrazionali. Una loro interpretazione in una chiave terza stimola l’immaginazione dell’ascoltatore e, parimenti, favorisce l’immediata presa di contatto con l’altra voce dei popoli che lo hanno preceduto.

La musica è un grande esperanto ma, forse, il vero linguaggio universale è costituito da suoni archetipi. La nenia persa nel vento di Ao – Ao un incipit dovuto. Walter Maioli, già negli Aktuala con Lino Capra Vaccina, suona il ney, un flauto semitraverso a imboccatura aperta in osso, canna o legno, conosciuto già dagli antichi egizi e adoperato in numerosi brani di musica sacra turco-ottomana. A Riccardo Sinigaglia il compito di accompagnarlo concentrandosi su organo elettrico, Fender Rhodes, Moog, EMS Synthi AKS e registratore Revox. Il suo contributo si palesa con maggior vigore in Schirak, divenendo incalzante nella seconda parte di una traccia straordinaria.

La portata onirica s’interrompe, temporaneamente, con Uata Aka, la rivincita degli elementi percussivi. La frastagliata title-track si pone, invece, come autentico manifesto sonoro del duo. Un osso di aquila dell’Himalaya, recuperato da Walter Maioli durante i suoi viaggi in Asia, è utilizzato come megafono per la voce, come tromba e come fischio. Il flauto doppio tibetano del Ladak e il rombo volante sono, poi, sovrapposti ai suoni di sintetizzatori e bicchieri con acqua elaborati con il nastro magnetico, prerogativa di Riccardo Sinigaglia. Una straordinaria alchimia per una beatitudine in note. Ai limiti dell’alienante. È musica non riconducibile a un determinato luogo.

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