Futuro Antico – Dai Primitivi All’Elettronica

Futuro Antico – 'Dai Primitivi All'Elettronica' (2014)

Da duo a trio per un afflato davvero global. “Dai Primitivi All’Elettronica” (2014) è stato il secondo lavoro di Riccardo Sinigaglia e Walter Maioli, altrettanto ristampato in vinile dalla Black Sweat Records, a cui ha preso parte anche Gabin Dabiré, percussionista del Burkina Faso residente in Italia all’alba degli anni Ottanta, quelli dell’individualismo. Il progetto Futuro Antico allargava i propri orizzonti sonori, con il contributo di un musicista di sangue reale del gruppo etnico Dagari, approdato in Europa per completare i suoi studi superiori e, contemporaneamente, attratto dalla cultura ‘altra’ degli anni Settanta, la stessa che, tempo dopo, lo spingerà a soggiornare in India.

L’immediato successore di “Futuro Antico” (1980) è un disco più eterogeneo, in linea con un vasto panorama musicale. Se “lo sviluppo della tecnologia elettronica ha consentito la costruzione di dispositivi aventi le più diverse funzioni”, “la conoscenza di popoli i cui sistemi di vita e di pensiero differiscono dai modelli di provenienza ha messo in relazione universi vitali che interagiscono tra loro e si trasformano”. L’intento dei tre artisti, come riportato nel testo allegato al disco stesso, è finalizzato a promuovere lo studio e la conoscenza di entrambe le realtà attraverso l’etnomusicologia, l’elettronica, il teatro o altri sistemi audiovisivi. Senza limiti o confini di sorta.

“Dai Primitivi All’Elettronica” riparte da quella sensazione straniante, figlia legittima di una curvatura temporale al contrario. La nuova connessione fra strumenti vecchi e nuovi è suggerita, in primis, i gorgheggi della placida Eco Raga, firmata dal solo Walter Maioli, ancora alle prese con il flauto ney. La lunga Piano Synt è, invece, un’elaborazione free del genio di Riccardo Sinigaglia. Alla sua dolcezza è contrapposta l’esotica di Sinikorò Kumà, espressione dell’apporto all’opera di Gabin Dabiré, tra xilofono, fischio, tam-tam e raspa. Sintetizzatore ed echi restano sullo sfondo, per una carica emotiva dal maggiore impatto. Le sorprese, però, non finiscono di certo qui.

Le due lunghe composizioni intitolate Concrete Music – Oa Oa e Suoni Naturali – Ladak – Tagu Tamu sono le uniche ad annoverare la firma di tutti e tre i musicisti, impegnati in singoli segmenti sonori, pronti a essere sovrapposti. Nel primo caso, forieri di inquietudini ancestrali. Illusioni prodotte dall’armonica, dall’organo e dalla m’bira, un idiofono diffuso in tutta l’Africa sub-sahariana il cui principio di base è la vibrazione di lamelle metalliche posizionate su una tavoletta di legno. Nel secondo, messaggeri di matrice tribale, laddove la ripetizione minimalista di determinati suoni, con annesse modifiche, è testimone di una lenta crescita del ritmo. Evocativi i cori nel finale.

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