Frenetic Rhythms, Standstill Periods

Ennio Mazzon

Field recording, sonorità digitali e frammenti analogici. Da anni, la costruzione del suono di Ennio Mazzon si fonda sulla ricerca di soluzioni mai convenzionali, fino alla costruzione di software con cui arricchirlo o rielaborarlo. Ispiratosi a Tim Hecker, il produttore veneto è anche manager dell’eterogenea Ripples Recordings, la stessa che ha rilasciato il suo debutto in cd, “In An Undertone At A Loose End” (2009). Il primo lavoro è stato seguito dagli album “Azure Allochiria” (2010) su Triple Bath e “Xuan” (2013) su Nephogram Editions, affiancati da alcune collaborazioni con Gianluca Favaron come Zbeen. Sincronizzare suoni e immagini un obiettivo costante. L’intervista approfondisce vari temi, dagli esordi ai supporti, dalle predilezioni ai sogni.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Un episodio è, sicuramente, legato al mio interesse per i linguaggi di programmazione. Quando ho iniziato, durante i miei studi di ingegneria, ho capito che questi linguaggi potevano essere impiegati in ambiti diversi, musica compresa. La curiosità mi ha spinto ad approfondire l’utilizzo di particolari software. Questo era il mio ambito di riferimento. A partire da Pure Data e altri simili, ho familiarizzato con un tipo di approccio alla musica che è assai astratto, ma consente al sottoscritto di esprimere al massimo i miei interessi in ambito sonoro. Il mio interesse verso la costruzione di strumenti digitali è stata la scintilla che mi ha portato a sviluppare un mio linguaggio personale.

C’è un artista che ti ha accompagnato durante questa fase tra studio e musica?

Sì, Tim Hecker. Ho ascoltato diversi suoi lavori e la sua musica mi ha un po’ aperto la mente e mi ha permesso di fare mie alcune sfumature che, magari, con ascolti precedenti erano passate in secondo piano. Manipolare digitalmente dei suoni è stata una diretta conseguenza di ascolti che partono dall’opera del musicista canadese e che, poi, si sono evoluti in altri modi. Lui è stato uno dei miei punti di riferimento.

Il tuo nome è legato anche all’esperienza dell’Archivio Italiano Paesaggi Sonori (AIPS). Il tuo stile sembra essere un po’ diverso da quel concept. Quanta musica d’ambiente riesce, invece, a incorporare all’interno della tua produzione?

Ho utilizzato, spesso, field recording. Alcuni miei passati lavori erano incentrati su registrazione d’ambiente poco processate. Sono state importanti a livello concettuale, specie come approccio sonoro. Negli ultimi album, ho escluso grosse porzioni di field recording, utilizzandone alcune come suono grezzo su cui costruire altre strutture.

In che modo t’influenza il posto in cui vivi o ciò che ti circonda?

M’influenza molto, in quanto la capacità di comporre un determinato brano o l’abilità nell’utilizzare i linguaggi di programmazione, tale da far sì che costruisca un software ad hoc, sono aspetti legati alla quotidianità. Mi riferisco, ad esempio, a ritmi frenetici che si mischiano a periodi di stasi, entrambi rintracciabili all’interno della mia discografia.

Cioè rumori.

È importante cogliere il rumore come distinto elemento sonoro, affatto di disturbo. Uno dei primi scogli che ho dovuto affrontare è stato proprio capire come incorporare un certo rumore alla mia musica non solo come ‘materia prima’.

I tuo blocchi compositivi sono strutturati attraverso complesse sequenze matematiche processate da strumenti digitali. Quale posizione prendi nell’eterna disputa che li contrapponi a quelli analogici?

Tutto il mio lavoro nasce in digitale, si sviluppa in digitale, muore in digitale. Quel poco di analogico che posso riscontrare in ciò che faccio è legato al mondo dei field recording, cioè una raccolta di suoni ambientali o atmosfere. La diatriba tra analogico e digitale non finirà mai. Preferisco non prendere una posizione troppo rigida al riguardo.

Nell’ultimo periodo, la tendenza dominante è quella che restituisce importanza all’analogico, paragonandolo alla freddezza del digitale. C’è questa sorta di contrasto sottolineato da molti punti di vista. Tale contrasto non è degno di nota. Ciò che conta davvero è sempre il risultato finale, vale a dire ciò che esce fuori dalla registrazione.

Il processo compositivo dovrebbe essere slegato da quelli che sono i mezzi. Mi rendo conto che, in relazione al mio agire, non potrei rinunciare al digitale, tra computer e strumenti virtuali. Il mio interesse è una sequenza di uno e di zero. Non mi piace criticare a tipologie di lavoro o gli strumenti altrui. Cerco solo di analizzare il risultato sonoro.

Sei soddisfatto del tuo sound?

Sì, anche sorpreso. Non mi definire un musicista, non ho cultura musicale approfondita. Ho cominciato come chitarrista, suonando la chitarra elettrica, ma sono sempre stato un autodidatta. L’approccio alla musica è stato poco teorico. In tal senso, le mie conoscenze restano limitate. Sono, però, sorpreso dall’aver creato lavori complessi perché, alla base, non mi sono mosso su veri e propri territori musicali: è pura sperimentazione sonora di matrice scientifica. E spero di continuare così per molto tempo.

“Xuan” è stato il tuo ultimo lavoro. Che cosa hai in programma per il futuro?

Ho messo da parte un gran quantitativo di materiale su cui, adesso, provo a fare un po’ di ordine e di chiarezza. Parte di esso è stato utilizzato per una serie di improvvisazioni, tra cui il live a Terracava – Echi E Visioni Degli Abissi. In questi mesi, sono alle prese con un’opera di rifinitura ed eventuale costruzione di ciò che sarà un nuovo album. La mia metodologia di lavoro prevede la registrazione di improvvisazioni e una fase successiva di composizione. Più avanti, proverò a strutturare le ultime e sulle base di queste creare veri e propri brani. Il materiale c’è, le idee ci sono, mancano alcuni tecnicismi e formalità.

E, contemporaneamente, c’è da gestire l’etichetta Ripples Recordings.

Ho limitato le release nel tempo. Mi auguro di poter continuare a proporre artisti e dischi nuovi. Sono contento di come si è strutturato il catalogo. Nell’ultimo periodo, ho proposto degli artisti abbastanza sconosciuti, piuttosto underground anche per chi fa parte di questa nicchia, ma il mio interesse va anche verso persone nuove che si dedicano a tipi di lavoro non tanto pubblicizzati o realizzati in solitudine artistica. Non ambisco a uscite importanti, ciò che ho a cuore è la costruzione di un percorso per la label attraverso canali alternativi. Né ora né in futuro cercherò di pubblicare album di artisti già conosciuti. Preferisco scoprirne di nuovi, sostenendoli con la mia attività.

Da pubblicare anche in vinile?

Lo escludo a priori. L’unica vera scelta stilistica della mia etichetta è la stampa in cd o file digitale. Non voglio dare pareri in merito a un’altra diatriba contemporanea. Cd e file digitale sono gli strumenti migliori per distribuire la musica, per una questione di semplicità, di portabilità e per un certo approccio all’ascolto. Mi reputo un artista che si muove in campo sperimentale: il mio prodotto è tanto fisico quanto digitale.

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