Free From Compositional Schemes

Massimo Amato

Assorbire sonorità altre, prendere fiato e respirare a fondo. Contare fino a tre e, infine, esprimere ciò che si ha dentro. Un gesto ripetuto più volte da Massimo Amato e dal pool di musicisti che lo ha circondato nell’ultimo proficuo biennio. “La Centrale Elettrica” (2015) e “In The Mood” (2017) non sono accomunati soltanto dal fascino irresistibile per terre assai lontane, ma una sintonia di movimenti non codificati, parole non dette, pensieri comuni e, soprattutto, note di una rara bellezza. Due album incantevoli, entrambi stampati dall’Affordable Inner Space, tra ambient, krautrock e psichedelia. Se la Cina è vicina, l’India è già dentro il produttore già noto come Mono-Drone.

Ascoltare “In The Mood” stimola forme di meditazione, in linea con alcune tradizioni orientali. Com’è iniziato il tuo rapporto con tali culture sonore?

Ho avuto modo di approfondire le tematiche modali della musica orientale andando ‘a bottega’ presso il negozio di strumenti etnici Tar Music Shop, ormai chiuso. Nello stesso locale si tenevano concerti suonati da alcuni grandi maestri della musica classica indiana. In occasione degli eventi, dei quali sono stato tecnico del suono, ho avuto modo di comprendere appieno la portata del termine ‘improvvisazione’ e di come questa possa condurti sulla strada della santità, ovviamente, in senso musicale.

Un titolo come “In The Mood” si presta facilmente a varie interpretazioni, specie se relazionate ai nomi e alle caratteristiche proprie delle singole tracce, tra piogge sulla Nomentana e notti insonni. Qual è, invece, il tuo umore oggi?

La traduzione letterale di ‘in the mood’ è ‘in vena’ e rappresentava il mio stato d’animo quando ho cominciato a comporre le tracce per il seguito de “La Centrale Elettrica”. Mi sentivo pronto a fare di più e meglio, invogliato dai riscontri e dall’accoglienza riservata all’album precedente. Dopodiché, tutto è venuto in modo spontaneo e ciò accade soltanto se sei ‘in the mood’. Oggi? Splende un fantastico sole, lo stesso che riscalda il cuore e schiarisce la mente. E sono felicissimo di rispondere a queste domande.

Chi o che cosa ti ha ispirato in misura maggiore durante la composizione dell’album?

Durante le sessioni di registrazione con il bassista Flavio Barbaro e il chitarrista Dinraj ascoltavamo quasi esclusivamente musica southern soul, in primis Isaac Hayes e tutta la gang di una storica etichetta quale la Stax Records. Ascolti del genere hanno, di sicuro, ispirato le parti ritmiche, in particolare i fraseggi di chitarra, e quelle più melodiche dell’album. L’idea di inserire le percussioni, suonate da Sandro Foà, è venuta successivamente per sottolineare proprio le medesime ritmiche delle tracce.

Quale centralità hanno avuto strumenti come harmonium e santoor?

Sono strumenti che ormai fanno parte della mia vita quotidiana. Suono l’harmonium indiano da oltre quindici anni e il santoor persiano da circa un biennio. Non li uso per comporre. Sono i miei fedelissimi nei concerti e non potrei farne a meno.

La musica che hai realizzato rivela, dunque, un valore più soggettivo?

La musica rivela un valore soggettivo. Non ho studiato musica e ciò mi tiene libero dagli schemi compositivi tradizionali che, spesso, ingabbiano l’artista. Ovviamente, non mi ritengo un ottimo esecutore e neppure un virtuoso, ma cerco di compensare tali mancanze con l’emotività e la ricerca sul suono. I virtuosi, è possibile intuirlo dall’ascolto di “In The Mood”, sono i miei collaboratori, tutti musicisti di esperienza pluri-decennale.

Il nuovo disco, così come il precedente, riporta il tuo nome, ma c’è un bel lavoro di squadra alle spalle di entrambe. Che cosa hai imparato da queste esperienze?

Ho imparato che da solo posso fare tanto, ma non posso fare tutto. Inoltre, il bel lavoro di squadra nasce da una comune visione della musica e da schemi di vita condivisi.

È doveroso rimarcare l’apporto di ognuno dei musicisti che hanno collaborato con te. In che modo è stato possibile sviluppare una tale coesione di intenti?

Tutti i musicisti che hanno collaborato a “In The Mood” sono amici: prima di ogni sessione di prova o di registrazione ci siamo ritrovati intorno al tavolo di casa mia per condividere cibo e pensieri in egual misura. Un istante dopo sono venuti i suoni e ormai siamo abituati a volare altissimo. Inoltre, con molti di loro suono dal vivo e ciò contribuisce ad aumentare la coesione. Sottolineo il fatto che tutte le parti suonate dai miei collaboratori sono frutto del loro estro e della loro creatività, in assenza di vincoli compositivi. Di solito, compongo la base della traccia e la sottopongo ai musicisti, rimarcando qual è il ‘mood’ a cui tendere. Le mie istruzioni finiscono qui.

Un brano può dirsi completo quando?

Un brano è completo quando il cuore batte forte, le note delle scale sono tutte al posto giusto e il suono fluisce come acqua da una fonte. Simili sensazioni le provo in fase di mixing. Se alla fine del missaggio stesso mi viene da sorridere, allora ci siamo.

Durante le fasi di scrittura e di registrazione domestica, sei stato influenzato dal luogo in cui vivi o da ciò che è possibile osservare dalla tua finestra?

Vivo contemplando il mondo e tutto ciò, spesso, si traduce nel guardare fuori dalla finestra. A questa abitudine bisogna aggiungere il fatto che la mia casa è anche il nostro studio di registrazione, frequentato dai soggetti più disparati.

Qual è l’elemento di discontinuità con “La Centrale Elettrica”?

Un album quale “La Centrale Elettrica” è frutto di svariati anni di lavoro, svolti sostanzialmente in proprio. Le tracce di “In The Mood” sono state, invece, composte e suonate in un arco temporale brevissimo e l’apporto degli altri musicisti è stato davvero determinante. Soltanto due tracce le ho suonate da solo.

Che importanza hanno per te verbi quali ‘improvvisare’ e ‘sperimentare’?

L’improvvisazione conduce alla santità, ma può portare anche all’inferno. La sperimentazione credo che non esista nella realtà e sia il semplice atteggiamento di una piccola casta di musicisti che si ritengono sperimentatori. C’è da riflettere semmai su quanto fosse sperimentale Johann Sebastian Bach nel momento in cui compose la sua prima fuga. Non divido i suoni tra quelli più o meno sperimentali, bensì tra quelli che fanno vibrare le corde della tua coscienza e quelli che restano fuori da te.

Che cos’altro è cambiato dal tuo “All Inclusive” (2005) come Mono-Drone?

Ho acquisito tanta coscienza dei miei mezzi. Ho imparato a suonare un po di più. Ho il controllo quasi su ogni cosa mentre, in precedenza, in occasione dei miei primi lavori la componente casuale aveva assunto maggiore rilevanza.

In che modo descriveresti l’evoluzione del tuo sound?

Preferisco affidare questa risposta a critici ed esegeti.

L’Affordable Inner Space ha stampato i primi due album del tuo nuovo corso. Com’è nata questa relazione? Sei stato tu a sottoporre “In The Mood” a Ivo D’Antoni e soci?

Lo staff della Affordable Inner Space ha partecipato a un concerto tenutosi al museo della Centrale Montemartini qualche anno fa. In quell’occasione, con Dinraj, aprivamo l’evento per il mio mentore Gigi Masin. Alla fine del concerto, un losco figuro con la barba, Ivo D’Antoni, mi ha avvicinato dicendomi che era intenzionato a stampare un disco. Ed ecco com’è nato “La Centrale Elettrica”. “In The Mood” è stato il seguito naturale del rapporto iniziato in quell’occasione.

La copertina è in continuità con le precedenti. Un’immagine semplice ed evocativa.

Si, quelli di Affordable Inner Space ci prendono sempre. Piace a tutti, ma proprio tutti!

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho una ventina di inediti pronti per essere pubblicati e tanto altro materiale da ristampare. Spero nell’interesse di qualcuno che voglia produrre queste tracce. Al momento, non son previsti altri lavori in gruppo e le collaborazioni saranno assolutamente mirate. Naturalmente, ci saranno vari concerti e spero di potermi esibire spesso, offrendo al pubblico le mie differenti esperienze sonore.

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