Francesco De Masi – The New York Ripper

Francesco De Masi – 'The New York Ripper' (2013)

Esasperazione visiva ai limiti dell’hard. Il pessimismo e la violenza. Un giallo crudele, o vero e proprio film di cesura tra due decenni: gli oscuri Settanta e i rampanti Ottanta. “The New York Ripper” (1982) di Lucio Fulci è un episodio quasi senza precedenti nell’arco di una lunghissima carriera dietro la cinepresa, interrottasi il 13 marzo del 1996 con la morte del regista romano. Nella Grande Mela si aggira un serial killer che uccide a colpi di rasoio donne di qualsiasi estrazione sociale. Il folle non esita neppure a sfidare la polizia, denunciando i suoi delitti imitando a telefono la voce di Paperino. Il tenente Fred Williams fatica a seguire la scia di sangue ed efferate mutilazioni. I sospetti lo conducono a Mikos Scellenda, un greco dalla mano monca di due dita.

È, invece, lo psichiatra Paul Davis a scoprire un dettaglio non indifferente sulla vita di Peter Bunch, il fidanzato di Fay Majors, scampata in precedenza alla furia dell’assassino. L’uomo ha figlia nata da un precedente matrimonio che si trova in ospedale perché affetta da una rara malattia alle ossa e riceve chiamate da un familiare che imita la voce di un noto personaggio dei cartoni animati. Una storia semplice, scritta da Gianfranco Clerici e Vincenzo Mannino con lo zampino di Dardano Sacchetti, ma tanto vibrante quanto scioccante, segnata da numerose sequenze fin troppo sopra le righe, affiancate anche da un pugno di auto-citazioni tratte dal fortunato “Zombi 2” (1979), come la mano mozzata mostrata nell’incipit o l’occhio estirpato con una lametta da barba.

Dalla deriva gore all’indole voyeur, il passo è breve: ogni omicidio è ripreso in primo piano, con dovizia di particolari. I corpi femminili sono violati, lacerati, o lentamente squarciati. L’atmosfera è morbosa, la fotografia plumbea. Lucio Fulci esprimeva in questo modo la brutalità della vita nel cuore della metropoli, mettendo in guardia gli spettatori dai suoi potenziali pericoli. L’assassino sembra mimetizzarsi tra i suoi stessi grattacieli. Rigetta l’appartenenza alla società che non si prende cura di lui, né dei deboli o dei diversi. Il male può trionfare sulla perfetta incarnazione filmica dell’edonismo degli anni ‘di plastica’. Affatto casuale che la circostanza che i vari personaggi, già carichi di un certo fardello drammatico, abbiano i rispettivi scheletri nell’armadio.

Sono tutti afflitti da problemi di natura esistenziale e sessuale. Il poliziotto frequenta una prostituta. Lo psicologo nasconde la sua omosessualità. C’è chi si abbandona al piacere perverso e chi a ogni sostanza illecita. L’anormalità si riduce a una torbida consuetudine. Un motivo in più per ritenere “The New York Ripper” un cult da rivalutare alla luce degli orrori del nuovo secolo. Così come la straordinaria colonna sonora di Francesco De Masi, una vita dedicata alla musica tra direzioni d’orchestra e collaborazioni con i conservatori di Roma e di Napoli. Scomparso nel 2005, il maestro è stato uno dei più prolifici autori per western, abile nello scegliere una strada alternativa a quella tracciata da Ennio Morricone, innovando i temi delle partiture con stilemi pop.

Trent’anni dopo la prima stampa, a cura della Beat Records Company, lo score di “The New York Ripper” (2013) è tornato a circolare in vinile grazie alla Death Waltz Recording Company. Un modo migliore per apprezzare il jazz di Francesco De Masi, scorporato stavolta dalla partitura di “Una Tomba Aperta… Una Bara Vuota” di Piero Piccioni, comprese nell’edizione cd (2002). Il lato A prende il via con il tema portante della pellicola, intitolato New York… One More Day, semplicemente indimenticabile già dopo un primo ascolto, introdotto dalla batteria e supportato subito dopo da accordi di chitarra e note di organo. Ne deriva un ritmo rock tanto sincopato quanto notturno che, nel corso di dodici tracce complessive, sarà più volte ripreso con varianti ad hoc.

Dapprima in New York… One Night, meno sospesa e arricchita da più assoli e fiati, e poi in coda, con l’omonima New York… One More Day, dal basso slappato. Phone Call è, invece, misteriosa, ma il suo incedere atmosferico conosce una netta ripartenza con chitarra elettrica, flauto, sassofono riverberato e vibrafono a seguito della piccola pausa di metà traccia. Se la cupa e tesa The Ripper appare altrettanto utile a commentare il clima fumoso della città statunitense, sorprende la tropicale Puertorico Club quale esplosione di colori e percussioni a ritmo di samba, alternate a cori e assoli di sassofono. Eppure, l’autentica gemma brilla in apertura del lato B: Fay. Un dolce e commovente crescendo di toni che, forse, vale da solo l’intero prezzo del disco.

È straordinaria la resa sonora derivante dall’incontro tra l’armonica di Franco De Gemini, soprannominato ‘harmonica man’ per le tre note contenute in “C’Era Una Volta Il West” (1968) di Ennio Morricone, e la tromba di Oscar Valdambrini. Due dei migliori musicisti allora in circolazione, spesso co-artefici dei successi altrui, suggellano così un duetto da pelle d’oca. Dopodiché, tre segmenti dissonanti. Nell’ordine, Where Is The Ripper?, con ripresa del tema principale, Suspense And Murder, carica di echi e tensioni, e Waiting For The Killer, scandita dal sassofono e da leggeri colpi di batteria. Ritorna il buio che fa smarrire, o cala il sipario ultimo. Sul cinema di Lucio Fulci e sull’opera tradizionale di Francesco De Masi, attratto dall’elettronica.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...