Fascinated By The Essential

Roberto Bosco

Creatività è inventare qualcosa, assumersi dei rischi, fare errori e, soprattutto, divertirsi. Un simile assunto è alla base della carriera di Roberto Bosco, un dj e produttore che, sin da giovanissimo, ha scelto la musica come via di fuga dalla vita quotidiana.

L’ultima release in ordine di tempo è “Dual Craters” (2017), il primo album a nome Ichinen a cura della Last Drop Records, l’etichetta che hai fondato con Kiny. Un album a quattro mani tra ambient, dub, glitch e techno. Un buon modo per ripartire dopo gli ultimi mesi a corrente alternata, durante i quali ti sei dedicato ad altri progetti.

La nostra collaborazione è antecedente alla creazione di Last Drop Records, lavoravamo da tempo a questa uscita. In termini musicali, però, non avevamo definito alcun progetto. Una volta in studio, tutto è stato spontaneo. Difficile rinchiudere un album dai connotati sci-fi come “Dual Craters” all’interno di uno solo genere. Il titolo rimanda al nostro essere un duo. Registrare musica con Kiny mi ha permesso di scoprire un altro del mio essere produttore, raramente avvicinatosi a sonorità ambient.

Dieci anni fa le tue prime tracce in vinile furono impresse tra i solchi di “Close Your Eyes EP” (2008), pubblicato dalla celebre Night Vision, l’etichetta di Orlando Voorn.

Un debutto non da tutti. Erano altri tempi, contattai Orlando Voorn tramite MySpace. Gli inviai alcuni miei brani e lui ne fu entusiasta. Mi propose, inoltre, di remixare la storica Game One di Infiniti, meglio noto come Juan Atkins, artista in orbita Night Vision. La sua intenzione era rilanciare l’etichetta al meglio. È stato sia un grande onore che, forse, un po’ una vera sorpresa per me. Il contatto on-line è stato fondamentale. La comunità virtuale MySpace funzionava bene, era incentrata davvero sulla musica, offriva una cornice simil blog, su misura per ciascun utente e, soprattutto, badava molto al sodo e poco a quegli aspetti superflui che imperversano, ad esempio, su Facebook. Numerosi musicisti hanno ‘approfittato’ delle interazioni che offriva la piattaforma. Un modello che andrebbe ‘riciclato’, contrastando la povertà grafica di Soundcloud. L’interfaccia era intuitiva, il player una risorsa. Ho scoperto tanta buona musica semplicemente navigando tra le pagine personali. Insomma, dieci anni dopo, ringrazio ancora il leggendario Orlando Voorn per aver creduto in me, un dj e produttore italiano, giovane e sconosciuto alle masse, che si affacciava sul mondo della musica via MySpace.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la techno made in Detroit?

È stato successivo a un primo approccio con la techno made in Great Britain. Mia sorella era rientrata da Londra con una valigia piena di dischi in voga alla fine degli anni Novanta. Ho imparato a mixare con quei vinili. In seguito, mi sono avvicinato ad altre sonorità sia grazie alle notizie che leggevo in rete che ad alcuni eventi organizzati a Napoli. Mi affascinava molto il retroterra melodico tipico della techno di Detroit. Il passo successivo è stato fare musica sul serio, emergendo da un contesto locale, in provincia di Salerno, dove ero quasi l’unico ad ascoltare determinati generi musicali. Non nascondo che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, il mio dj preferito è stato Dave Clarke. Ho preso spunto dai dj-set, trovavo le sue produzioni tanto semplici quanto efficaci. Quando le ascolto, trasmettono ancora una certa energia.

Hai uno o più dischi che ritieni siano necessari da ascoltare per comprendere il tuo percorso artistico? Quali artisti di generi diversi ti hanno influenzato?

In verità, sono stati alcuni dischi di amici a influenzarmi in misura maggiore. Ad esempio, ero solito confrontarmi con Claudio Mate, mi piaceva molto il suo approccio alla materia musicale. C’è una sua traccia ancora oggi unreleased che mi ha davvero illuminato. Anche il 12” di D.A.V.E. The Drummer intitolato “Hydraulix 2” (1999) è tra quelli che ricordo con piacere. Il brano senza titolo sul lato A contiene un sample di Little Game firmata The Doors. Fui catturato dalla voce di Jim Morrison, al punto da utilizzarla anche io. La inserii a metà di Close Your Eyes, la title-track dell’omonimo 12”.

Orlando Voorn non è stato il solo a offrirti una chance. Anche Len Faki, Shlomi Aber e, soprattutto, François Kevorkian hanno accolto con piacere le tue creazioni, basti pensare alle successive release su Figure SPC, Be As One Imprint e Wave Music.

All’epoca, non mi resi pienamente conto di ciò. Con l’aiuto di una terza persona, inviai i miei brani a Len Faki e Shlomi Aber, mentre fu proprio François Kevorkian a contattarmi dopo la release su Night Vision. Avevo da poco effettuato l’iscrizione a Facebook e ricevetti un suo breve messaggio. Inizialmente, complice anche la mia giovane età, ebbi l’impressione che si trattasse di uno scherzo. Dopodiché, nello specifico, mi scrisse che aveva ascoltato il mio primo disco ed era rimasto colpito da Sequencia, ultima traccia di “Close Your Eyes EP”. “Much love and respect”. In seguito, ci scambiammo nuovi messaggi finché non c’incontrammo di persona sabato 25 luglio 2009. Ero ad Ascea, in vacanza, e lui pronto a occupare la consolle della famosa discoteca Il Ciclope di Marina di Camerota. In precedenza, gli avevo già inviato brani, ma durante quella notte, trascorsa alle sue spalle, mi chiese di pubblicare qualcosa di mio, il futuro “My Universe” (2010). Un’emozione difficile da dimenticare. Il lato comico della vicenda fu che François Kevorkian m’inserì persino nella sua lista omaggi e, paradossalmente, continuavo a dubitare che fosse tutto vero. Una volta all’ingresso, la mia voce era bassa, tremante, la cassiera quasi non riuscì a distinguere le mie parole.

François Kevorkian è, forse, l’altro artista che ammiri e a cui t’ispiri di più fra tutti.

Sì, lo stimo moltissimo. Il modo in cui utilizzava parecchio riverbero e delay, prolungando entrambi durante i suoi dj-set, mi ha colpito e, non a caso, ho adottato un atteggiamento simile per le tracce di “My Universe”. Probabilmente, con il senno di poi, non sono stato in grado di vivere al meglio i trascorsi con François Kevorkian. Nel 2010, m’invitò a Miami, ebbi modo di suonare prima di lui e Radio Slave, fu un’annata fantastica, con altre date in giro per l’Europa. Lui si prodigava con consigli vari in termini di produzione, di cui faccio ancora tesoro, ma era faticoso comprenderli a pieno. Il mio inglese non era così fluente. Gli sarebbe piaciuto, di sicuro, più di un successore di “My Universe”. Il sottoscritto era, però, troppo preso dall’inviare tracce a destra e a manca, non cavalcando quest’onda e, addirittura, tralasciando l’essere parte della sua ex agenzia di booking. Ho sempre anteposto l’amicizia al business. François Kevorkian mi aveva preso davvero sotto la sua ala, inserì anche miei brani in alcune compilation. Non ho capito quale potenzialità avesse intravisto in me. Di sicuro, a mente fredda, avrei dovuto lasciar perdere tutto e dedicarmi solo ai 12” per Wave Music. Il ‘problema’ è che tutto è accaduto troppo in fretta. Avevo ventitré anni. C’è da mangiarsi le mani.

Sei stato tu a proporti agli editori o hai ricevuto richieste di materiali da terzi?

Di solito, specie in anni più recenti, è difficile che qualcuno risponda, non importa se in modo positivo o negativo, dopo l’invio di qualche traccia. Nei casi in cui ho ricevuto richieste specifiche, mi sono subito rimboccato le maniche. Non ho idea che cosa abbia determinato l’attuale situazione di stallo, ma non sono così interessato nello scoprirlo, preferisco continuare a fare musica. E, soprattutto, godermela al meglio.

Un altro momento clou è stato, forse, la coppia di release su Applied Rhythmc Technology (ART), ennesima etichetta di un certo rilievo in ambito techno.

“State Of Mind Part 1” (2013) e “State Of Mind Part 2” (2013) è come se fossero due parti di un unico album. Avevo conosciuto il proprietario dell’etichetta, Kirk Degiorgio, ad Avellino, dov’era per motivi personali e, grazie ai buoni uffici di Claudio Mate, organizzammo una cena. Dopo quel piacevole momento trascorso insieme, i nostri contatti aumentarono. Nel 2011, a un party The Circle in quel di Salerno, organizzato dal sottoscritto, dal solito Claudio Mate e Orlando Longobardi, oggi mente del festival Unibeat. L’artista inglese era l’autore della seconda release della nostra etichetta, la Flying Donkey Music, di cui celebrammo l’uscita. Un paio di anni dopo ero, invece, a Berlino e mi contattò per alcuni brani. Gliene inviai sei o sette e, qualche giorno dopo, mi confermò il suo gradimento. Mi ero trasferito nella capitale tedesca da pochi mesi ma, in maniera abbastanza sorprendente, non mi ero esibito granché in loco: avevo ricevuto più richieste di dj-set da parte di promoter italiani. Una situazione insolita, perché, prima di allora, c’era stata qualche difficoltà nel calendarizzare date sul territorio nostrano. Fu così che rientrai, ad esempio, per una serata The Frag in quel di Padova.

In che modo è cambiata la musica elettronica rispetto a due lustri fa?

C’è stata una sorta d’involuzione generale e, in parallelo, è cresciuto l’interesse nei confronti dell’ambient. Oggigiorno è più diffusa su larga scala, non è più così di nicchia. Anche il continuo ritornare indietro nel tempo non giova all’intero movimento. È come se si fosse esaurita quella spinta futuristica che, praticamente, da sempre è uno dei tratti distintivi dello stesso. Basti pensare che Jeff Mills ha pubblicato un album seminale quale “Metropolis” (2000) meno di vent’anni fa ed è ancora di un’attualità stringente. Ho qualche difficoltà nell’approcciarmi ai nuovi suoni, specie in ambito techno. Non è una questione di rumore o di velocità, ma di stile. Naturalmente, a scanso di equivoci, è possibile imbattersi lo stesso in ottimi materiali, forse, da ricercare un po’ più a fondo.

Che posizione hai assunto durante lo scontro tra fan dell’analogico e del digitale?

In assoluta onestà, la maggioranza dei miei lavori sono stati realizzati in digitale. E, malgrado ciò, mi hanno spesso chiesto quali apparecchiature utilizzassi per aver ottenuto certi suoni. Il che significava che erano prodotti validi, pur in assenza di supporti analogici. L’importante è padroneggiare al meglio uno o più mezzi, non importa quali. Il ritorno dell’analogico non è, però, da sottovalutare. Anche io ho acquistato apparecchiature e mi sono avvicinato a un altro tipo di produzione. Nonostante ciò, la migliore macchina resta il computer, perché è senza limiti. L’unione di digitale e analogico è, di sicuro, prossima alla perfezione. L’importante è raggiungere un equilibrio.

Una traccia è completa quando?

Al momento, complice una maggiore esperienza, cerco di lavorare più per sottrazione che per addizione. Ero solito aggiungere, forse, troppi suoni in un solo brano. Preferisco selezionarne di meno e concentrarmi sul risultato finale, un mood che ho adottato, ad esempio, con l’alias Woods. In buona sostanza, cerco di fare mio quel minimalismo in musica proprio di decadi fa. Mi affascina l’essenziale. E, parafrasando un pensiero di Jeff Mills, alle prese con progetti molto minimalistici diffusi dalla sua label Something In The Sky, non è detto che la techno sia destinata a far ballare il pubblico.

La tua discografia ha una certa profondità. Quanto tempo dedichi a ogni 12”? Quali differenze sonore può cogliere un ascoltatore all’interno della stessa?

Anni fa, dedicavo poco tempo a ciascun brano. Non avevo particolari pensieri: prevaleva un approccio istintivo, diretto e, forse, più incline a un divertimento personale. Per fortuna, i miei lavori piacevano così com’erano e, con grande tranquillità, mi limitavo a dare il via libera per la loro pubblicazione. Oggigiorno, invece, sono più riflessivo. Un ascoltatore terzo potrebbe riscontrare proprio questo mio lento cambiamento in termini di scultura del suono. Non sono lo stesso produttore di dieci anni fa. I miei gusti sono, ovviamente, cambiati. Anche l’umore influisce molto sul prodotto finale. E, in maniera sorprendente, questa attitudine tende quasi a penalizzarmi sul mercato. Come se non avessi un’identità precisa. Oltre la techno, ho avuto modo di flirtare con l’house e, di recente, mi sono avvicinato all’ambient. Non mi piace ‘fossilizzarmi’ su un solo genere.

La musica ha, dunque, un valore soggettivo anche per Introspective?

Dietro quel nickname c’è una lunga storia. Uno degli ospiti del ciclo di eventi The Circle a Salerno fu Chez Damier. Da quell’occasione, è nata una bella amicizia tra noi. Ci siamo scambiati molti messaggi, ci siamo visti sia su Skype che dal vivo. Mentre ero nel pieno delle produzioni techno per etichette quali Figure, Minimalsoul e Snapshot Records, s’interessò ad alcuni miei brani dai rimandi house. Fu così che decisi di scegliere un alter ego, Introspective, da abbinare a eventuali sonorità altre. L’intenzione di Chez Damier era pubblicare un vero e proprio album ma, per vari motivi, ciò non è stato possibile. Quelle tracce non sono rimaste nel cassetto. Una piccola parte è stata rilasciata in vinile. Balance Music finalizzò sia l’uscita del 12” split “When The Rain Comes Down” (2014), con vocalizzi di Jenifa Mayanja, dopo aver già incluso la sola The Way I Feel When I Think Of You all’interno della compilation “Chez Damier Presents… Purpose By Design” (2013), sempre in vinile, contenente anche brani di Miruga, Brawther e GSM. È toccato, poi, a me pubblicare le restanti tracce all’interno di un cd, intitolato “Selected Works From 2007-2013” (2017), rendendole disponibili anche per il download.

Che cosa significa ‘sperimentare’?

Significa provare qualche nuova soluzione sonora. Mi annoio subito e ho bisogno di nuovi stimoli. L’importante è essere coerenti. Non si tratta di modificare il mio stile. Ad esempio, una volta adottato il nickname Woods, che volutamente richiama il mio cognome, l’obiettivo era rilassarmi io per primo, sperimentando qualcosa di diverso dal solito, un viatico in note dopo un periodo un po’ buio, dove avevo riscontrato una certa difficoltà ad avvicinarmi o, semplicemente, ad ascoltare brani troppo ‘adrenalinici’.

A questo punto, è più importante ciò che prova l’ascoltatore in termini di emozioni o quanto un artista comunica attraverso una sua opera o performance?

Entrambi dovrebbero divertirsi in modo paritario. L’importante è godersi la musica, quel momento specifico. Quando mi appresto a esibirmi come dj, salvo qualche disco iniziale utile per scaricare i primi quindici minuti d’ansia, tendo a improvvisare. Non ho alcuna scaletta, mi adatto alle esigenze del dancefloor. Osservo con attenzione, e, poi, cerco nella valigetta ciò che può essere opportuno per questa o quella atmosfera.

Hai riscontrato differenze in termini di pubblico all’estero?

Sì, c’era gente che ascoltava con attenzione la musica che avevo selezionato. A volte, ciò non è accaduto di fronte a un pubblico italiano. Naturalmente, ci sono serate e serate.

Nel frattempo, hai avviato l’etichetta Last Drop Records, una valvola di sfogo, e lanciato il monicker Ichinen per le produzioni con Kiny, un termine che si riferisce al concetto di ‘determinazione’ proprio della religione buddista.

Mi è piaciuto subito un alias quale Ichinen, propostomi da Kiny. Il concetto alla base della nostra collaborazione è, dunque, essere determinati in ciò che facciamo. Senza compromessi. Le nostre prime release incarnano a pieno questo nostro sentore comune. Last Drop Records è una cornice utile per le produzioni, ma non garantisce un particolare ritorno monetario. Non è facile affermarsi facendo leva su sonorità ai limiti della techno. I dischi sono stampati in un numero limitato di copie, distribuiti abbastanza bene ma, a prescindere da queste condizioni, è arduo riuscire a venderle tutte.

Il segreto del vostro successo di coppia giace nell’equilibrio?

Sì, perché siamo due persone diverse, anche caratterialmente. La nostra collaborazione fa, soprattutto, leva sui nostri background. Kiny è più orientato su sonorità industrial e noise, generi distanti dal dancefloor. Il sottoscritto incarna, invece, l’anima più techno.

Insomma, fare musica non è soltanto un hobby, giusto?

No, è qualcosa in più. Probabilmente, in passato, ho commesso l’errore di fare solo musica, senza impegnarmi abbastanza nel trovare un vero lavoro. Non si può andare avanti confidando che il prossimo disco garantirà chissà quale benessere economico.

Quanto sei ancora ambizioso un decennio dopo il tuo esordio?

Non ho particolari ambizioni, mi piacerebbe ricevere qualche attenzione in più e, naturalmente, avere la chance di esibirmi tra dj-set e performance live, su cui ho cominciato a lavorare con Kiny. Un mio limite è, però, la timidezza che, se associata anche a una scarsa vena promozionale, penalizza, qualsiasi sviluppo futuro.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho alcune release in programma per l’anno in corso. Sono in attesa di conferme.

→ English version available on Last Drop Records’ website.

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