Escape From Columbus

FBK

Una formula a rovescio. Caduta e ascesa di un produttore di talento da Columbus, Ohio. Il suo nome è Kevin Kennedy, un vero appassionato di musica. All’inizio degli anni Novanta era solito produrre brani che le etichette di allora finivano per ignorare, ma gli stessi sono stati riscoperti da una nuova generazione di ascoltatori. Cruciale per la sua seconda parte di carriera la chance concessagli da Arne Weinberg, il boss della diametric., label che ha rilasciato due lavori dell’artista statunitense, ora alle prese anche la sua propria Absoloop. Nel corso dell’intervista, FBK spiega i motivi per cui è stato costretto a prendersi una lunga pausa e svela il modo in cui riesce a catturare quel feeling dark all’interno delle sue vibranti tracce.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Non riesco a ricordare un momento in cui non abbia ascoltato la musica. Era una presenza costante a casa e mia madre era interessata a ogni genere, dalla disco al country. Ero figlio unico, quindi, anche la radio mi faceva compagnia. Ho iniziato a suonare uno strumento quando avevo otto o nove anni. Verso i quattordici o giù di lì, ho seguito sul palco gli amici Eric Weaver e Dante Carfagna, che erano membri del gruppo rap Poets Of Heresy. Avevo già cantato e suonato in formazioni punk ma, intorno al 1990, tutto cambiò e mi resi conto che la musica avrebbe avuto un ruolo nella mia vita. Amo ciò che creo, ne posso essere persino perseguitato.

Hai uno o più dischi che ritieni necessari da avere?

Ce ne sono tanti. Per chi è interessato ai remix, trovo che sia una buona idea ascoltare i Neu!, che sono senza dubbio i padrini di tale arte. Credo anche che chiunque ami la musica elettronica ricaverebbe grandi benefici dall’ascoltare dischi come “E2-E4″ (1984) di Manuel Göttsching, “I Want More” dei Can (1976), “Chase (Theme From Midnight Express Soundtrack)” (1978) di Giorgio Moroder, e “Radioactivity” (1975) dei Kraftwerk. Da ascoltare tutto, dall’inizio alla fine.

Dalle tue parole emerge l’immagine di un avido ‘consumatore’ di musica.

Lo sono. Mi perso più dischi di quanto riesca a contare, ma ho già accumulato buona parte dei miei preferiti. Continuo a ricercarne sempre altri. È affascinante pensare che l’uomo abbia fatto ricorso al 12” per quasi un secolo, eppure sono ormai nati nuovi modi per ascoltare musica. Personalmente, non potrei vivere senza i miei cari Technics SL-1200MK2s e una pila di dischi nuovi. Questa è la mia vita.

Quali artisti ti hanno influenzato in passato? Quali ti influenzano oggi?

Cerco di essere breve: Niccolò Paganini, Jimi Hendrix, James Brown, Slayer, David Bowie e altri. Qualsiasi cosa che abbia mai ascoltato mi ha un po’ influenzato, in positivo o negativo. Tra i contemporanei stimo Jeff Mills e Robert Hood solo per citarne alcuni.

Hai già citato i Kraftwerk. Perché sono così speciali per le nuove generazioni?

Sono un ottimo punto di partenza e di convergenza per tutto ciò che è venuto prima di loro e, allo stesso tempo, per tutti coloro che sono venuti dopo di loro. Credo che, fondamentalmente, la ragione per cui hanno ispirato così tanti artisti giace nel fatto che quando, all’inizio, la loro musica ha cominciato a riscuotere successo, non c’erano molte persone in grado di replicarla. Il loro sound elettronico era completo. Si utilizzavano sintetizzatori anche nella musica rock, ma non allo stesso modo. Il mio album preferito dei Kraftwerk è, però, “Computer World” (1981). Mi piace molto anche “Tour De France Soundtrack” (2003), a causa della sua grande energia, accumulata durante gli anni trascorsi dal precedente lavoro, non considerando la raccolta “The Mix” (1990).

Da produttore interessato all’electro, che ricordi hai, invece, di James Stinson?

Non sono mai stato in grado di conoscerlo personalmente, ma amo la musica che ha creato! È stato parecchio difficile accettare la sua morte, avvenuta circa due settimane dopo il mio compleanno. Ho apprezzato “Elecktroworld” (1995), l’album a nome Elecktroids, ne acquistai una copia solo per cercare di capire ciò che veniva detto in Midnight Drive. Ho sempre ripetuto a me stesso che gli avrei sottoposto questa domanda se avessi avuto modo di incontrarlo. Purtroppo, non lo saprò mai.

Hai iniziato la tua carriera nel 1997, ma dopo alcuni 12” ti sei preso una bella pausa. Che cosa è successo? Che cosa hai fatto durante quel lungo tempo?

Risposta breve: ne succedono di cose nella vita. Risposta lunga: inizialmente avevo cominciato a produrre sonorità dance verso il 1994, con la mia prima uscita pubblicata appena due anni dopo. Ne parlavo spesso con Daniel Bell, che aveva avviato la 7th City Distribution, e gli avevo chiesto se ci fosse stata la possibilità di aprire un’etichetta. Ero in estasi, così come s’era avverato il mio sogno di pubblicare un disco con il mio nome. Non appena completammo tutti i dettagli, il mercato implose. La 7th City Distribution cessò le operazioni, così come altre distribuzioni. Cominciai a inviare demo, dai trenta ai settantacinque all’anno tra il 1998 e il 2001, ed ebbi diversi rifiuti.

Eppure non ho mai smesso di fare musica. Solo che non ho avuto la possibilità di osservare i miei prodotti sul mercato. Sarei voluto rimanere in contatto con il mio buon amico Anthony Shakir, che è stato come un fratello maggiore per me, ma mi sono ritrovato per ben due volte senza casa, ho perso quasi tutta la mia attrezzatura con un trasferimento da un altro Stato per ritornare in Ohio e l’unica cosa che ha alimentato la mia voglia di andare avanti è che mi è sempre piaciuto il processo creativo. Per qualche anno non ho inviato eventuali demo. Dopodiché, ho iniziato a parlare con altra gente tramite social network. E qualcosa è cambiato.

Hai atre diversi alias, FBK, Powerhouse e Sleep Engineer, con cui hai firmato un paio di release. A che cosa si riferiscono questi strani soprannomi?

Powerhouse si riferisce ai miei giorni in cui ero il frontman dei Poets Of Heresy, la band in cui ho suonato le tastiere e, talvolta, la chitarra. Il lato più arrabbiato di me. Sleep Engineer è saltato fuori perché avevo realizzato il 12” per la Xplor Music di Derrick Thompson e quest’ultimo voleva un monicker esclusivo. Il mio derivava dalle lotte in strada. FBK è l’alias che ho scelto per distinguere me stesso da tutti gli altri Kevin, ben sette, tra dj e produttori nell’area di Columbus. Questo nomignolo ha attecchito e, se si guardano i delay e i sintetizzatori d’epoca, a volte è possibile ritrovare tale sigla.

“The Escapist Expert” (2010) e “Antithesis EP” (2012), entrambe su diametric., sono state due release importanti per tornare agli onori della cronaca.

La prima uscita è stata una vera sorpresa. Ero abbastanza emozionato quando ho suonato il vinile per la prima volta. La seconda è stata altrettanto eccitante. È davvero difficile riflettere su ciò che hanno realmente significato per me, penso che Arne Weinberg mi abbia permesso di essere quello che realmente sono come artista, uno che non si sforza di lavorare, ma continua a farlo. Forse un punto di partenza? Non lo so, faccio ciò che provo in quel momento. Le tracce delle due release sono parte di un processo creativo durato diversi anni, anche una decina.

Che cosa hai provato a inviare quelle tracce ad Arne Weinberg?

Inviargli brani è stato, in un certo senso, facile, perché non sapevo ciò che facevo in quel momento. Nutrivo grande rispetto per la sua abilità e mi piaceva il suo modo di fare: ne abbiamo parlato da amici prima di discutere di dischi. Mi piacerebbe avere il tempo per collaborare con lui su una traccia, anche solo per osservare il suo agire in studio.

Ci sono altri artisti con cui ti piacerebbe collaborare?

Tanti! La mia attuale collaborazione con James Johnson, o Plural, nell’ambito del progetto The Fallen, mi ha dato grandi gioie. Le nostre esibizioni dal vivo mi hanno emozionato: sono state alcuni delle più divertenti che abbia mai provato in pubblico.

In che modo riesci a fare tuo il lato oscuro della musica?

Vivo in un’assai nuvolosa e coperta città. È stato facile per me percepire il malumore che deriva dalla mancanza dell’esposizione al Sole. Dal punto di vista dell’attrezzatura, uso qualsiasi cosa su cui possa mettere le mani: macchine a nastro, cellulari, cartucce del Game Boy come il programma Nanoloop di Oliver Witchow, field recording e via dicendo. Insomma, se riesco a trovare un modo per incorporare tutto questo all’interno della mia musica, lo faccio. Ricorro anche a software come Ableton Live, Cubase, FL Studio o tutto ciò che possa trovare la propria strada su disco rigido.

In che modo vivere a Columbus ha influenzato la tua visione musicale?

Vivere in una città che è stata una vera e propria metropoli musicale negli anni Novanta mi ha dato la spinta per andare avanti. Dopodiché, le distanze si colmano rapidamente, perché Detroit dista soltanto tre ore da Columbus. Sono stato ‘educato’ alla techno da Daniel Bell, che mi ha preso per un po’ sotto la sua ala, da Anthony Shakir, che mi ha tenuto molto più in considerazione di ciò di cui ero a conoscenza, e da Claude Young, che è stato dalla mia parte sin dal primo giorno. Tutto ciò mi ha influenzato, in particolare il ritorno in città. Columbus è un luogo che ora posso chiamare casa, un luogo in cui sfuggire alla noia, ma amo anche quello in cui non ho ancora suonato.

Dopo la lunga pausa, ti aspettavi così tante recensioni positive su di te?

Non mi aspettavo che qualcuno ricordasse i miei lavori precedenti. È stato uno shock quando Marcel Dettman mi ha rivelato che aveva suonato il mio 12” su Frictional Recordings sin da quando era stato pubblicato. Sono andato fuori di testa quando Arne Weinberg mi ha detto che sapeva chi ero prima. Credo di essere fortunato: c’è qualcuno ha seguito la mia musica e lo testimonia oggi, cercandomi e complimentandosi con me. È sorprendente il potere della musica. Non si è mai a conoscenza di ciò che potrebbe accadere. Ho una qualche ambizione, ma sono abbastanza pazzo da perseguire i miei sogni. E non importa quanto tempo sarà necessario per fare ciò.

Lo scorso anno hai avviato la tua etichetta Absoloop. Perché ha deciso di rilasciare mp3? Che cosa ne pensi della situazione del mercato musicale?

Ho avviato Absoloop con un amico, DJ Daleford Chad, principalmente come una valvola di sfogo, utile per rilasciare il più possibile la mia musica, destinata in seguito a essere stampata in vinile, per cui incrocio le dita che arrivi presto quel momento. Non voglio essere l’unico a godere della mia musica, non voglio che rimanga all’interno di un disco rigido. Per questo motivo, la via digitale può essere un’occasione per diffonderla. L’industria tradizionale è in crisi. Non mi piace la musica ‘di sottofondo’, ci sono troppe persone che seguono formule precise, mentre quella ‘commerciale’ è solo business. Sono, però, felice che sia ritornato il vinile. Mi piace essere coinvolto in questo mondo.

Che cosa hai in programma per il futuro?

Ho alcune release interessanti in programma, ma non posso svelarle al pubblico. Arne Weinberg mi ha chiesto altre tracce, in realtà le ha già. Insomma, quando vuole, tocca a lui. Ciò che so è che la prossima release di John Shima su diametric. sarà fantastica.

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