Equal Stones – Below Zero

Equal Stones – 'Below Zero' (2019)

Cinque brani per descrivere la vita in condizioni climatiche estreme. Quando la temperatura è inferiore a zero gradi. Un panorama gelido, a metà tra l’incontaminato e l’antropizzato, forse in rovina o in cambiamento, osservato da Amandus Schaap, in arte Equal Stones, è al centro di “Below Zero” (2019), un altro interessante album a cura della Glacial Movements. L’artista olandese, con una decina di pubblicazioni alle spalle tra cui spiccano “Transgression” (2014) e “Hands Of Murderer” (2015) rilasciate dalla Hidden Vibes, fa proprie certe soluzioni oscure del suo passato, avvolgendo l’ascoltatore con un’atmosfera plumbea e carica di tensioni sottese, rimarcando una volta in più la vena isolazionista che accomuna le varie release dell’etichetta italiana.

Nel corso degli anni, il percorso sonoro di Equal Stones non è stato unicamente fondato su alcune scelte stilistiche che hanno privilegiato l’adozione di sonorità ambient e drone, ma anche su una ricerca interiore, nelle profondità del subconscio. Se i cambiamenti climatici hanno alterato la fisionomia dell’estremo nord e dell’estremo sud del nostro mondo, quelli tonali di “Below Zero” sono, non a caso, paralleli a una condizione emotiva indistinguibile, laddove solitudine diviene sinonimo di desolazione e i pensieri scorrono come l’acqua nei lunghi canali che solcano la faccia inferiore delle piattaforme di ghiaccio. Dai geometrici quarantanove minuti di musica consegnati nelle mani di Alessandro Tedeschi emerge un insieme di trame dense, finanche impenetrabili.

L’astratta Presence evoca lo scioglimento del ghiaccio attraverso un artificio digitale e, nel frattempo, connota con il suo sferzante vento l’inizio di un’esplorazione che, in breve, assume connotati inquietanti. Terretorial Dominion si pone, infatti, come il trionfo del buio. Sibili e oscillazioni nel vuoto, la percezione della realtà come alterata. Mentre Howling Fjord, in contrasto con la placida immagine di copertina di Bjarne Riesto, prende il sopravvento in termini noise, è sorprendente la quiete della sua controparte minimalistica A Fire Long Extinguished, con inserti field recording, segmenti ripetuti e chitarre distorte. Fragmented Ice è, invece, la suite finale. A lenta erosione. In attesa dell’alba di un nuovo giorno, il tempo ultimo della riflessione giunge inesorabile.

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