Ennio Morricone – Il Gatto A Nove Code

Ennio Morricone – 'Il Gatto A Nove Code (Original Motion Picture Soundtrack)' (2000)

Nell’antichità, nove lacci di corda annodati laceravano le carni dei condannati. Quarantaquattro anni fa, nove erano le piste da seguire per risolvere il caso ordito dalle menti di Dario Argento e degli sceneggiatori Dardano Sacchetti e Luigi Cozzi. “Il Gatto A Nove Code” (1971) deve il suo titolo a una stuzzicante similitudine tra l’omonimo mezzo di tortura utilizzato durante le flagellazioni e l’intreccio delle indagini al centro del film.

Un espediente nominale già utilizzato con successo per “L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo” (1970) e ripreso, pochi mesi dopo, per “4 Mosche Di Velluto Grigio” (1971), rispettivamente prima e terza pellicola della ‘trilogia zoonomica’, apripista del corposo filone italico dei giallo-thriller ‘degli animali’, con esempi del calibro di “Una Lucertola Con La Pelle Di Donna” (1971) di Lucio Fulci o “La Tarantola Dal Ventre Nero” (1971) di Paolo Cavara, fino a “Il Gatto Dagli Occhi Di Giada” (1977) di Antonio Bido.

La seconda pellicola del regista romano ha come protagonista della sua trama Arnò, un non vedente appassionato di enigmistica che, passeggiando una sera con la nipote Lori, ascolta uno spezzone di una strana conversazione tra due individui seduti dentro un’auto parcheggiata davanti all’Istituto Terzi, che compie ricerche genetiche.

Il giorno seguente, un ricercatore, che lavora a una formula in grado di stabilire dai cromosomi il potenziale criminale di ogni essere umano, è spinto sotto un treno da un individuo affetto dalla ‘malformazione cromosomica criminale’ che lo aveva iniziato a ricattare. Arnò, con l’aiuto del giornalista Giordani, inizia così una sua personale indagine, mentre l’omicida sembra intenzionato a eliminare tutti coloro che, in qualche modo, potrebbero portare alla sua identificazione, fino a una disperata fuga sui tetti, con annessa violenta colluttazione e caduta nella tromba dell’ascensore.

Sul set del film precedente avevamo scelto una persona della troupe che interpretasse i gesti compiuti dall’assassino. noi non lo avremmo ripreso in volto e in scena sarebbero comparse solo le sue mani. Avrebbe dovuto indossare un paio di guanti in pelle nera, in modo che non fosse chiaro nemmeno il sesso, e di volta in volta colpire con il pugnale, strozzare, strappare un vestito.
Mi accorsi però che i movimento con cui fingeva di accoltellare le vittime erano sbagliati: la gestualità era goffa, incerta (…). Con foga simulai la brutalità necessaria a uccidere un essere umano. Tutti applaudirono e mi dissero quasi scherzando che avrei dovuto essere io a interpretare quella parte. Il giorno in cui lo feci sul serio davanti all’obiettivo, mi resi conto che era vero: avevo una predisposizione naturale per mimare la morte.

Per ampliare e caratterizzare ancora di più il proprio modo d’intendere il ‘cinema della paura’, il regista ricorre in primis a un’idea semplice ma d’impatto, cioè il gene che trasforma in criminali sanguinari dei comuni cittadini. La sceneggiatura è ricca di suspense e presenta dialoghi piacevoli, alcuni forse futili in apparenza, ma efficaci per i personaggi, tutti ben delineati, dalle inflessioni dialettali molto accentuate, come il barbiere siciliano, il fotografo romano, il ladro ligure, così come il vice-commissario che si perde nei racconti riguardanti le doti culinarie della moglie.

Un cenno merita anche il montaggio affidato a Franco Fraticelli, collaboratore di Dario Argento in numerose pellicole, interessante perché, in alcuni punti, anticipa con pochi fotogrammi la scena successiva conservando l’audio della precedente, una tecnica tipica di quegli anni che riporta alla mente quanto realizzato in “Easy Rider” (1969) di e con Dennis Hopper. Non mancano gli intermezzi gotici, come l’apertura della tomba di Bianca, una delle vittime dell’assassino, il cui nome era scritto in un foglietto di carta contenuto in un orologio custodito nel feretro per volontà dei genitori della defunta.

La tensione cresce anche grazie alla cura delle luci e dei particolari. Infine, ottima prova da parte del cast, con Karl Malden eccellente nella parte dell’enigmista cieco; James Franciscus nei panni del giornalista; Tino Carrarro e Catherine Spaak i coniugi Terzi; Pier Paolo Capponi il commissario Spini; Cinzia De Carolis la piccola Lori; Vittorio Congia il fotoreporter; mentre Aldo Reggiani, Horst Frank, Carlo Alighiero, Emilio Marchesini e il caratterista Tom Felleghy, sono i dottori dell’istituto Terzi.

L’altra innovazione introdotta dal regista, suo futuro marchio di fabbrica, è la soggettiva attraverso gli occhi, di solito accompagnata anche da un sound ad hoc. È un accorgimento che fa sì che lo spettatore si trovi catapultato nel delirante mondo del killer, costretto a identificarsi con un personaggio di cui non conosce nulla, il che suscita un senso di straniamento. Dario Argento, poi, è abile nel mostrare sempre meno del suo assassino, una figura vestita di nero, ricorrendo all’inserimento del dettaglio della sua pupilla dilatata, nell’atto di spiare la vittima, per arricchire un clima morboso, dominato da un’altra partitura audace di Ennio Morricone.

Il maestro è autore anche delle musiche de “L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo” e “4 Mosche Di Velluto Grigio”, per una collaborazione con il regista, interrotta a causa di un’incomprensione con suo padre Salvatore Argento, che riprenderà molti anni dopo per “La Sindrome Di Stendhal” (1996) e “Il Fantasma Dell’Opera” (1998). Per la colonna sonora de “Il Gatto A Nove Code”, il compositore ricorre ancora a soluzioni moderne, come nel primo fortunato capitolo della ‘trilogia zoonomica’.

Da un punto di vista stilistico, si tratta di una decina di tracce simili alle precedenti, sebbene ora contraddistinte da un crescente incedere dell’elemento percussivo e da un lento abbandono della tecnica aleatoria, a favore di una più congrua organizzazione delle varie dissonanze. Se la prima soundtrack si era rivelata ostica, anche se sovrapponibile alle immagini della pellicola, qui Ennio Morricone si spinge oltre, realizzando una vera e propria sonorizzazione avanguardistica, le cui linee guida sono costituite in gran parte da poche, essenziali e grottesche linee di basso.

Del resto, sono gli anni più fecondi per il Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza e per i gialli e thriller ‘all’italiana’, se non ‘alla Dario Argento’, specie se a basso budget, che hanno finito per rivelarsi un ottimo terreno su cui espandere una ricerca musicale quasi senza confini. Agli ingressi improvvisi e alle derive ritmiche dello score de “L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo”, partitura che riflette psicosi sonore nel tessuto filmico, si sostituisce, quindi, la compattezza di un approccio basato non più su singoli frammenti, ma sulla continuità di distorsioni ed evocazioni, fiati scordati e lamenti per dar luogo a un sentore di angoscia sottopelle.

Come molte altre colonne sonore di quel periodo, “Il Gatto A Nove Code (Original Motion Picture Soundtrack)” (2000) ha dovuto attendere parecchi anni prima di essere stampato in cd su Point Records e GDM, prima della ristampa in vinile dell’AMS. In apertura dell’edizione cd della Dagored, la delicatezza allo stato puro di Ninna Nanna In Blu (Titoli), una cantilena creata per commentare il rapporto affettuoso che lega il protagonista Arnò alla nipotina Lori. Attimi di relax prima di 1970, atipica suite di otto minuti, dove il basso elettrico, il flauto e la voce di Edda Dell’Orso s’insinuano poco a volta, generando un effetto assolutamente ipnotico.

Dalle dissonanze in serie di Sottintesi al concentrato di paranoia pura di Parabola Del Paradosso: brani di breve durata per rimarcare i momenti più inquietanti della pellicola, tra gli omicidi del folle e i suoi movimenti sulle scene. Se Paranoia Prima, presa in prestito da Quentin Tarantino in “Grindhouse” (2007), cristallizza il tempo con una manciata di accordi di chitarra e sinfonie di flauto, oltre alcuni rumori di sottofondo, Paranoia Seconda incute più timore, con movimenti di basso e batteria.

In scia Dissociazione e Dissociazione Seconda, che riprendono in parte lo schema delle due precedenti tracce: minimale la prima, più ritmata la seconda per accompagnare i pericoli e rischi vissuti dai personaggi. Seppur ridotta all’essenziale, Passeggiata Notturna (Movie Version) è superba, specie se ascoltata nella sequenza al cimitero. Simile Metafora Finale, ma con nuovi brusii associati alla sensuale voce di Edda Dell’Orso. Notevole Placcaggio: buon ritmo di basso e batteria, con urla disumane e tromba dissonante, per culminare in un delirio di archi spezzettato da pause sospese.

Il tema è particolarmente adeguato a commento della sequenza finale in cui l’assassino, ormai braccato, tenta la fuga disperata sul tetto del palazzo. Infine, Passeggiata Notturna (Original Single Version) e tre bonus track precedentemente non rilasciate: Placcaggio (Alternate Version), Il Gatto A Nove Code (Movie Takes Suite) e la stridente Ninna Nanna In Blu (Movie Takes Variations). Per rimarcare il carattere schizofrenico della pellicola, il brano d’apertura, con cambi di tempo e ritmo improvvisi, offre così una conclusione tra sospiri e tonfi, urla lancinanti e distorsioni. Climax ansiogeno e punto di partenza per la nuovissima generazione di compositori dell’epoca e per chiunque si avvicini al periodo d’oro della colonna sonora bianca, rossa e… Morricone.

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