Ennio Morricone – 4 Mosche Di Velluto Grigio

Ennio Morricone – '4 Mosche Di Velluto Grigio (Original Motion Picture Soundtrack)' (2007)

Per le musiche valutai la possibilità di avvalermi dei Deep Purple ma, alla fine, ebbi ancora una volta al mio fianco Ennio Morricone. Una volta Terminata la lavorazione, però, mio padre salvatore non era soddisfatto della colonna sonora: litigò a tal punto con il suo caro amico che, prima che collaborassi di nuovo con il compositore trascorsero ben venticinque anni.

Dario Argento e il rock. Una storia di approcci, rifiuti e scommesse vinte, come il futuro lancio dei Goblin, giovanissima band autrice di parte delle musiche di “Profondo Rosso” (1975) e, nonostante i richiami del genitore-produttore, una soundtrack eclettica come quella per “4 Mosche Di Velluto Grigio” (1971). Il regista ha sempre manifestato una particolare sensibilità musicale, perché un delitto è fatto anche di suoni: dal silenzio che lo precede alle note della paura tra sospiri, jazz e dissonanze.

Gli spartiti di Ennio Morricone, colmi di avanguardia, sono stati i primi a travolgere gli spettatori accorsi nei cinema per la ‘trilogia degli animali’. Film che hanno impresso un’altra direzione al giallo-thriller all’italiana, originando anche un breve, ma intenso, filone di titoli simili. “4 Mosche Di Velluto Grigio”, terzo episodio dopo “L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo” (1970) e “Il Gatto A Nove Code” (1971), è da molti considerato il più autobiografico, anche per una somiglianza tra Dario Argento e l’attore Michael Brendon, che interpreta il ruolo del protagonista, Roberto, batterista perseguitato da un individuo che lo pedina dappertutto. La pellicola arricchisce di ulteriori aspetti, finora inediti, il cinema del regista, a cominciare proprio dalla figura del protagonista, non più testimone oculare coinvolto suo malgrado in un’indagine, bensì personaggio al centro di un ricatto.

Una sera, Roberto lo sorprende in un teatro abbandonato, dove avviene una colluttazione che provoca accidentalmente la morte dell’individuo misterioso. Nello stesso istante, qualcuno con il volto coperto da una maschera scatta delle fotografie. Il musicista torna a casa sconvolto, ma decide di non dire nulla alla moglie, interpretata da Mismy Farmer, poi in “Concorde Affaire ’79” (1979). Ha inizio una persecuzione nei suoi confronti, tra lettere minatorie, visite notturne e altre minacce. Nel frattempo, la sua domestica muore dopo aver scoperto l’identità del persecutore.

Inoltre, il suo pedinatore è vivo, perché colpito con un pugnale-oggetto di scena. La sua è stata una falsa morte, architettata ad hoc. L’uomo, inizialmente d’accordo con il persecutore, decide però di rompere con lui e viene strozzato con un filo di ferro. Roberto è, invece, in crisi con la moglie, oltre che affetto anche da un incubo ricorrente: una decapitazione. Vittima un individuo, di cui ignora l’identità, colpito da un boia armato di scimitarra in un’affollata piazza in Arabia Saudita. In realtà, la moschea che fa da sfondo è quella di Qayrawan in Tunisia, omaggio al Paese che il regista visitò nel 1970. Addormentatosi in spiaggia, il regista ebbe un incubo e, quando si svegliò, si rese conto che poteva essere la sceneggiatura del suo primo lavoro.

Sempre più impaurito, Roberto allaccia una relazione con la cugina della consorte, Dalia, e ingaggia un investigatore privato, Gianni Arrosio, con alle spalle soltanto casi non risolti. Quando sarà vicino a svelare l’identità dell’assassino, perderà la vita, complice un’iniezione micidiale al torace dopo essere stato stordito da una bastonata sulla fronte. Infine, il persecutore accoltellerà anche Dalia. La polizia, incapace di identificare il colpevole, decide di ricorrere alla tecnologia: esaminando la retina della vittima è possibile ricavare l’ultima immagine impressa su di essa prima della morte e, si spera, il volto del killer. Il tentativo, tecnicamente riuscito, offre l’immagine di quattro mosche, sfocate e sgranate che, poste l’una dietro l’altra, formano una specie di arco.

Si tratta del medaglione al collo della moglie del protagonista, che aveva sposato Roberto solo per poter ordire un complesso piano di vendetta verso di lui, che somigliava come una goccia d’acqua al suo padre che l’aveva maltrattata, perché sognava un erede maschio. Una volta in fuga, Nina si schianterà contro un camion e ne rimarrà decapitata. Ecco svelato il protagonista dell’incubo. L’inserimento dell’elemento di science-fiction – complice un soggetto scritto a sei mani tra Dario Argento, il fido Luigi Cozzi e Mario Foglietti – una gradita novità per andare oltre gli stilemi classici tratteggiati con i precedenti film, con un assassino ulteriormente indefinito, rapportato alle sole immagini di armi e non di mani che commettono gli omicidi accompagnati, sul piano sonoro, da una sapiente miscela di brani sperimentali.

La soundtrack di “4 Mosche Di Velluto Grigio” appare, dunque, in scia ai precedenti due capitoli della trilogia zoonomica, con blues e free jazz alternati a melodie dai ritmi forti, carillon spezzati da archi, fiati e vocalizzi femminili o infantili, ma Ennio Morricone ‘accontenta’ anche la richiesta del regista di brani rock. In 4 Mosche Di Velluto Grigio (Titoli), s’intrecciano infatti chitarre, organo Hammond, rullate di batteria e fughe di basso elettrico, nelle cui improvvise pause emerge il ‘rumore di fondo’ del sintetizzatore. È il brano lanciato che la band di Roberto suona durante i titoli di testa.

In Come Un Madrigale (Versione Singolo) si rincorrono, invece, voci che intonano un canto malinconico e nostalgico, carico di pathos, su un ritmo simile a un battito cardiaco e una linea discendente del sintetizzatore, alternato a brevi interventi di archi. Una delle composizioni più ispirate del maestro sottolinea così la scena finale, girata al rallentatore, mediante un’apparecchiatura particolare, introvabile in Italia, in grado di garantire un effetto ralenti. 4 Mosche Di Velluto Grigio (Suite) inizia con uno strano “hallelujah” a cui seguono una prima parte – suddivisa tra una sequenza di note di piano, i vocalizzi di Edda Dell’Orso e un sghembo valzer – e una seconda, elegante, in bilico tra echi jazz e rock convinto, dove tutti gli strumenti dialogano tra di loro, senza disdegnare alcuni interessanti assoli, generando un’atmosfera distesa.

Segue 4 Mosche Di Velluto Grigio (Suite II), che si pone come diretta e inquietante controparte alla precedente spensieratezza: con metodica lentezza, si rincorrono archi, pianoforte, voci, percussioni e basso sull’ansimante voce del killer. Analogo discorso vale per 4 Mosche Di Velluto Grigio (Suite III), guidato dalle tessiture del basso e dalle evoluzioni dei sintetizzatori. Attimi di tensione scanditi anche da percussioni e svariati rumori di fondo, in connessione con le idee e i virtuosismi del Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza, per caratterizzare i momenti di attesa nell’ombra del killer. Dopodiché, 4 Mosche Di Velluto Grigio (Suite IV) offre inizialmente una rivisitazione del tema di Come Un Madrigale (Versione Singolo) prima di implodere in un delirante crescendo di strumenti a coda e a corda.

Infine, il gran finale con l’orecchiabile 4 Mosche Di Velluto Grigio (Shake), per un ritorno a sonorità rock, con raffinati e veloci fraseggi di piano, chitarra e voce. La seconda edizione in cd della Cinevox, con mastering di Claudio Fuiano, completa lo score di “4 Mosche Di Velluto Grigio” (2006) di tre bonus track, mai rilasciate. La prima, 4 Mosche Di Velluto Grigio (Suite V), segue il ‘consueto’ schema free jazz, dominato in apertura dalla maggiore presenza di percussioni, per poi rimescolare addendi sonori. Il risultato è abbastanza simile ai precedenti, con dissonanze a piede libero, ma dal diverso incedere.

Con la seconda, 4 Mosche Di Velluto Grigio (Titoli – Versione Alternativa), la scrittura di Ennio Morricone si esalta, aggiungendo più groove e vocalizzi. Chiusura affidata a Come Un Madrigale (Versione Alternativa): dolce, fanciullesca, sognante. L’ennesima dimostrazione dell’assoluta versatilità del maestro autore di una una ‘musica gestuale’ registrata, in questo caso, sotto la direzione di Bruno Nicolai e con l’eccellente partecipazione de I Cantori Moderni Di Alessandroni.

Scrivevo strutture per strumenti che venivano eseguite soltanto a gesti dal direttore d’orchestra. Ho iniziato ad applicare questa scrittura, che a me piace chiamare ‘multipla’, durante i primi tre film diretti da Dario Argento e ho continuato anche in seguito. Ho scritto in tutto venticinque multiple che, da “L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo” in poi, sono diventate sempre più complicate.

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