Energy And Determination Conquer All Things

Manuel Di Martino

Persistere significa continuare con ostinazione in un atteggiamento. Si può perseverare in un proposito, in un errore e, come nel caso di Manuel Di Martino, in musica. Non a caso, la sua etichetta ha adottato un nome quale Persistence proprio per rimarcare la dedizione di sempre e l’impegno concreto a una causa musicale, fondata su un altro sentimento, la passione. Impetuosa come la dimensione sonora della techno. Una solida cultura in note, legata a doppio filo a una certa abilità sia con il giradischi che con altri macchinari, il segreto della sua affermazione. E le sorprese non sono ancora finite.

È stato tuo padre a servirti un hobby su un piatto d’argento. Condividere la sua collezione di dischi con te un’occasione per andare oltre l’ascolto.

Con alcuni amici, in maniera amatoriale, papà si divertiva nel far girare dischi prima di me. Erano anni molto diversi, ci si ritrovava a eventi privati in appartamenti o ville. Il passaggio successivo è stato ritrovarsi una radio locale. Selezionare musica di tutti i tipi era una piacevole abitudine. A casa di mio nonno m’imbattevo non solo nella sua collezione, ma anche nel giradischi di mio padre, con annesse cuffie e impianto audio. Ero piccolo, osservavo tutto ciò dal divano. Qualche anno dopo, ho cominciato a sviluppare un certo interesse per questi vinili, ho iniziato ad ascoltarli e, sull’onda della passione, lo stesso papà mi ha raccontato un po’ di aneddoti e storie musicali.

All’interno della sua collezione, c’era davvero di tutto, da sconosciuti dischi punk a quelli soul di Barry White, senza dimenticare gli altri di Goblin, Mike Oldfield, Pink Floyd, il mio gruppo preferito, Rockets, The Alan Parsons Project. In effetti, ho assorbito di più il rock progressivo e ‘introverso’. Intorno ai quattordici anni ho avvertito anche l’esigenza di suonare quei dischi. Acquistare nuove apparecchiature era una spesa importante. Papà era pronto a fare un sacrificio, ma non aveva compreso se questo mio interesse poteva trasformarsi in altro. Nel frattempo, coltivavo, con successo, la mia passione per il calcio. Fu così che cominciai a risparmiare qualcosa, lavorando come cameriere, e riuscii ad acquistare una coppia di giradischi, di lettori cd e un piccolo mixer.

Che cosa cercavi o t’incuriosiva di più mentre rovistavi tra le varie copertine?

Mi piaceva osservare ogni dettaglio delle stesse ma, a prescindere da forme e colori, ascoltavo davvero di tutto. Ed è un’abitudine che conservo anche oggi. Ci sono oggetti che, in principio, possono non attrarmi o piacermi esteticamente e, in maniera affatto sorprendente, finiscono per colpirmi da un punto di vista musicale. Viceversa, è giusto riscontrare che alcune copertine davvero eccezionali siano l’involucro di lavori, spesso, non all’altezza delle stesse. C’è da aggiungere, inoltre, che gli artwork dei dischi di decadi fa erano abbastanza iconici e di facile fruizione, il consumatore medio poteva intuire rapidamente che cosa avrebbe ascoltato subito dopo. Ad esempio, la copertina di un disco dei Rockets lasciava presagire sonorità di stampo robotico, mentre quella con Barry White in primo piano scongiura l’esposizione a potenti riff di chitarra.

Che cosa ha di speciale One Of These Days dei Pink Floyd? È la tua traccia preferita?

Sì, certo. Ho persino il logo di “The Dark Side Of The Moon” (1973) tatuato sul corpo. One Of These Days ha qualcosa di speciale, così come tutti gli altri brani dei Pink Floyd, perché sigla di Dribbling su Rai Due. Una musica che, inconsciamente, ricordavo di aver già ascoltato non solo davanti la televisione. Ne ebbi piena coscienza il giorno in cui entrai nella stanza dove mio padre era alle prese con un dvd della band, intenta a suonare proprio One Of These Days. Ne fui catturato e decisi di andare a fondo, cercandone il titolo. La sua particolarità giace, forse, in quella suspense iniziale, che ha un seguito più aggressivo, con i vari strumenti protagonisti a turno. L’accordo di basso è micidiale, impossibile non esserne colpiti. Dal vivo, poi, tra giochi di luci, laser, immagini proiettate alle spalle dei musicisti, una traccia del genere è ancora più bella e godibile.

Non c’è solo il rock nel tuo background. East Coast o West Coast rap?

West Coast! Ho qualche difficoltà ad ascoltare brani di The Notorious B.I.G., il sound dell’East Coast non mi piace in toto, mi ritrovo di più in quello West Coast e non intendo ‘tradirlo’. E, inoltre, mi sento altrettanto vicino a gruppi campani come 13 Bastardi o La Famiglia, mentre prendo un po’ le distanze dagli stessi 99 Posse, senza nascondere che alcuni brani li conosca a memoria al punto da poterli cantare, ma preferisco musica che non abbia un contorno politico. Un concetto che potrei estendere anche ad altri generi e stili, rischiando di entrare in contraddizione con me stesso perché, ad esempio, adoro un gruppo altrettanto politicizzato come gli storici Rage Against The Machine.

Ritornando al tema West Coast, ho apprezzato artisti del calibro di 2Pac, Dr. Dre, Snoop Dogg. In più, è scontato citare l’importanza di Eminem, la cui carriera l’ho ‘vissuta’ in prima persona. Un attimo dopo, ecco che i miei ascolti si collegano al dancefloor, ammirando, ad esempio, DJ Deeon. Tra le righe, questa mia passione per il rap mi ha, poi, aperto le porte ad altri generi. Mi piacciono anche interpreti italiani old school come Neffa o Sacre Scuole, senza dimenticare i primi album realizzati da Fabri Fibra.

Quando, invece, il passaggio alla musica elettronica e dietro la console?

È avvenuto durante i primi anni del nuovo secolo, quando ho acquistato la prima attrezzatura, frequentando, nel frattempo, l’Iroko e l’Old River Park e ascoltando le registrazioni in mp3 delle serate organizzate dagli storici promoter Angels Of Love. All’inizio, mi ero avvicinato di più all’house a stelle e strisce, ammiravo dj quali Danny Tenaglia e Tony Humphries, che alla techno, ma la stessa corrente napoletana, con alfieri quali Danilo Vigorito, Gaetano Parisio, Marco Carola o Rino Cerrone, mi ha spinto verso le produzioni di Dave Clarke, Jeff Mills, Miss Kittin e Technasia.

Non ho mai messo le mani avanti, ho sempre voluto prendere parte a qualsiasi evento. A tutto ciò, da adolescente, aggiungiamo anche le volte in cui il sottoscritto ha selezionato musica per altri. La prima è stata indimenticabile, all’interno del garage di un amico, con biglietti stampati in modo domestico e prezzo d’ingresso irrisorio. Lo spazio era enorme, il palco piccolo. L’affluenza fu buona, anche se l’età media era molto bassa. Ebbi modo di far divertire il pubblico durante l’intera serata, iniziata in orari da dopocena, fino al prevedibile arrivo delle forze dell’ordine, che ne imposero l’immediata chiusura.

In un simile contesto, è necessario, però, inserire un’altra figura importante: Raffaele Attanasio è quel ‘fratello’ non ancora accreditato sul tuo stato di famiglia.

Sì, lui è diventato centrale in anni successivi. Innanzitutto, l’ho conosciuto perché era, in primis, amico di mio fratello, più grande di me. Il nostro incontro avvenne proprio in un locale dove mi esibii prima di alcuni ragazzi del posto. Raffaele Attanasio era magro, sbarbato, con un cappellino in testa. Mi fece i complimenti, tra i dischi selezionati quella sera c’era anche uno dei suoi a nome Monque. Cominciammo a parlare ed entrammo subito in sintonia. Le nostre conversazioni continuarono in seguito, al punto da mettere quasi la musica quasi in secondo piano. Anche oggi è così. Ci frequentiamo, forse, più per motivi di svago, tra una birra e una partita di calcetto. Il che, potenzialmente, migliora anche la nostra coesione in studio, fondata sull’amicizia di tutti i giorni.

Quali segreti hai rubato all’uomo dietro “Der Himmel Über Berlin” (2012)?

Raffaele Attanasio ha cominciato a produrre tracce anche prima quel fortunato 12”, sono ascrivibile tra i testimoni della sua evoluzione stilistica e, a dirla tutta, ciò che gli ho sottratto è stato il software con cui fare musica. È, però, importante precisare che non me ne ha mai illustrato le immediate funzioni. Mi ha lasciato davvero libero di sbagliare. In fin dei conti, il suo ‘insegnamento’ è stato questo. Avrebbe potuto spiegarmi ogni singolo aspetto nel dettaglio, ma imparare ciò da solo è stato, di sicuro, più formativo. Una volta creata una mia identità in note, ho cominciato a rubare con gli occhi.

Ho fatto tesoro dei nostri incontri in studio, perché lui è un vero musicista, con dieci anni di studi alle spalle. È, infatti, in grado di suonare pianoforte, chitarra e batteria. Ha un passo diverso. Eppure, a scanso di equivoci e pettegolezzi, non mi ha mai aiutato ‘sul serio’. Il sottoscritto è alle prese con una materia prima più sofisticata dagli immediati rimandi Detroit techno. In assoluta onestà, sono influenzato da sonorità molto varie e ogni mio lavoro ne ha fatte emergere alcune. Il prossimo, in edizione limitata a cura della Rave Sport Activity, rilancerà un lato più acid ed electro del mio background.

Hai uno o più dischi fondamentali per un tuo dj-set?

Sono diversi i titoli ricorrenti durante i dj-set. Un classico come “Blue Monday” (1983) dei New Order è fra questi. Ho la prima stampa del 12”, a cui sono molto affezionato.

In un presente dominato da personaggi discutibili, pronti a occupare gli spazi utili, una vera cultura musicale può fare la differenza sul lungo periodo?

Non ho nulla contro le nuove leve, ma si ritrovano catapultate dalla stanzetta, in cui hanno realizzato un singolo con un loop, a condividere la console con un nome internazionale. Troppe le tappe bruciate in pochi istanti. Troppa l’enfasi alimentata dai social network. Organizzatori e promoter selezionano sempre di più artisti che hanno solo una certa quantità di click e visualizzazioni, incapaci di gestire la tensione di derivante da un evento. Nel mio piccolo, ho accumulato esperienza come ‘warm-upper’ altrui, anticipando, ad esempio, i dj-set di Jeff Mills e Robert Hood. È un incarico importante che è affidato, spesso, a personaggi non all’altezza. Ecco perché la cultura musicale conta tantissimo. Chi ha un minimo acume riesce a distinguersi. Dopodiché, tra quest’ultimi, c’è da suddividerli in due gruppi: quelli che hanno ‘studiato’ con YouTube come supporto e coloro i quali, da veri estimatori, sono partiti da lontano, cavalcando per primi una retromania dilagante, dal funk alla techno anni Novanta.

A tal proposito, dove ti collochi nell’eterna diatriba tra analogico e digitale?

Nel mezzo, perché un sapiente uso di entrambi origina buoni prodotti. Acquistare sin da subito uno o più macchinari costosi non è da tutti. Un giovane produttore decide di spendere il proprio denaro, innanzitutto, per un computer, su cui installa gli opportuni software. In buona sostanza, il digitale offre molteplici chance. Di sicuro, il sound che emerge da determinate produzioni non è così caldo come quello derivante da sintetizzatori vintage. L’importante è saper padroneggiare entrambi al meglio delle proprie possibilità. Il digitale, ad esempio, consente d’inserire facilmente elementi diversi in un unico contesto. È, però, la resa finale del brano a fare davvero la differenza.

A partire da questi presupposti, fatico a comprendere il perché una frangia di artisti e ascoltatori conservatori chiedano ancora oggi la chiusura dei negozi virtuali. Le grandi etichette non scommettono sui giovani di talento, preferiscono puntare su artisti di maggiore fama che gli garantiscono incassi sicuri, costringendo gli altri a pagarsi in proprio i loro primi vinili, tra spese di stampa, mastering, grafica, distribuzione ed eventuale promozione. Nella migliore delle ipotesi, a fatica, questi recupereranno in parte l’investimento iniziale. Occasionali i margini di guadagno. A questo punto, se la musica è valida, sarà ascoltata lo stesso in streaming, senza intoppi e, magari, qualcuno finirà per acquistarla, ad esempio, su una piattaforma come Bandcamp.

Il vinile stampato è, dunque, un traguardo, un vezzo o un biglietto da visita?

Sì, è sia un traguardo che un vezzo e persino un biglietto da visita. Il ‘problema’ è che la maggioranza dei dj di prima fascia, i cui nomi affollano le locandine dei grandi festival internazionali, non sono interessati al vinile in generale, non lo utilizzano durante i loro dj-set, preferiscono essere omaggiati con una manciata di mp3. Una circostanza che mi fu confermata da un noto dj, a cui regali alcune mie release quando condividemmo una console. Mi ringraziò per il pensiero, era curioso di ascoltare questi dischi una volta tornato a casa, ma insistette affinché gli inviassi il promo digitale. I vinili sono utili per altre circostanze, ma non è solo faticoso o seccante portarli in giro per il mondo.

Si corre anche il rischio che il meglio di una selezione, ad esempio pari a un centinaio di titoli, sia ascoltato in cinque location differenti ma, magari, vicine tra loro, raggiungibili dallo stesso pubblico. Non dimentichiamoci, inoltre, che viviamo in un’era in cui non c’è più niente da nascondere e tutto è individuabile con un paio di click. Se, poi, ti esibisci in location dove un giradischi è rotto o a mezzo servizio, al netto di imprevisti last minute, non vale la pena trasportare pesanti borse sulla schiena. Dopo svariate ore di aereo, non è il caso di compromettere il tuo dj-set. Normale fare affidamento su altri supporti.

Quanto è cambiato il ruolo del dj durante il tuo primo decennio di attività?

È cambiata, innanzitutto, l’ambizione dei giovani. Nessuno sogna una vita da astronauta, meglio trasformarsi in dj. È la nuova figura professionale a cui ambiscono, inquadrandola come una pop star, avvolta in un’aura di fama e di successo, in grado di decidere quando e come far ballare la gente. Nessuno si chiede, però, il perché si salga sul palco. È necessaria una serietà di fondo, al pari della cultura musicale. Non a caso, ribadisco, si riconoscono subito i dj appassionati da altrettanti improvvisati. Il che annulla anche l’annosa discussione tra i fan dell’analogico e quelli del digitale.

È la mancanza di coerenza che svilisce la professione?

Sì, entro certi margini. Da una parte, c’è il buon senso. Dall’altra, alcuni motivi economici. Se ti offrono una certa cifra a svariati zeri, richiedendoti uno specifico dj-set da replicare durante quattro eventi in giro per il mondo a settimana, è arduo tirarsi indietro. È il sogno di tutti. L’ottimo sarebbe raggiungere una sorta di equilibrio tra quantità e qualità, in termini d’ingaggio e musica selezionata in determinati contesti, laddove di ‘underground’ c’è rimasto davvero ben poco. Anni fa, inoltre, non circolavano così tanti soldi in questo mondo della notte. Oggigiorno, con il web onnipresente sullo sfondo, ci sono troppi interessi in gioco, foraggiati da sponsorizzazioni, che allettano gli animi.

Il web offre, però, chance niente male per chi ha voglia di affermarsi.

È un ottimo strumento, specie per i giovani che così promuovono i loro lavori attraverso i social network. È da scongiurare, però, un uso spropositato o perverso.

Il turning point della tua carriera da produttore ha una data precisa: 29 novembre 2013. Dopo alcune release in digitale, “Andromeda Ep” (2013) ti presenta a una maggiore cerchia di ascoltatori, con il remix a cura degli Scan 7.

L’Intellighenzia Electronica Records aveva da poco rilasciato, sempre in digitale, “Hymnes” (2013) del duo Rvde, con remix di Jerome Sydenham. Fu così che decisi d’inviargli qualche brano. La risposta dell’etichetta milanese fu più che positiva, ai complimenti seguì, infatti, l’idea di far remixare dal duo Scan 7 una delle tracce selezionate per il futuro “Andromeda Ep”. Il mio volto sbiancò quando mi fu comunicata questa intenzione. Non a caso, il conseguente ritorno d’immagine fu notevole.

Qual è, invece, il tuo approccio come autore di remix per terzi?

Ho remixato pochi brani, qualcuno l’ho addirittura rifiutato. Non sono mai stato travolto dalle richieste e nemmeno io, a conti fatti, sono particolarmente interessato a questo tipo di pratica. Il migliore remix realizzato è stato quello per “My Space” (2017) di Lunatik su Absolute Records. La vendita del disco è andata bene e la resa del remix oltre ogni aspettativa, perché suonato da numerosi artisti. Non me l’aspettavo e, al contempo, non ne ero neppure a conoscenza. Quando vari utenti hanno cominciato a contattarmi, chiedendomi altre informazioni, ho finalmente scoperto il tutto.

Lo stesso DVS1 mi ha ‘scoperto’ tramite quel remix. Mi chiese tracce unreleased per il cd “Fabric 96” (2017), ma non è riuscito a includerne nessuna. Nonostante ciò, ha insistito affinché continuassi a inviargli materiali che ha, regolarmente, utilizzato per i suoi dj-set, così come accaduto durante la sua recente esibizione a Napoli. Incontrato dal vivo, dopo svariati feedback positivi e altrettante conversazioni on-line, Zak Khutoretsky si è rivelato davvero caloroso. Un simile atteggiamento fa molto piacere.

La release digitale su Intellighenzia Electronica Records il preludio al primo 12”, “Raw Intentions EP” (2014), pubblicato dalla Spectral Rebel, un altro passo avanti.

E, soprattutto, una grandissima soddisfazione, senza dimenticare il remix dello stesso Raffaele Attanasio. “Raw Intentions EP” è stato il 12” che mi ha avvicinato a sonorità acid che, in tempi più recenti, sono tornate nuovamente al centro dell’attenzione. Un mese dopo, fu pubblicata la mia Keep In Touch all’interno della compilation “Hydra” (2014) per conto della Fortezza Records, un brano in orbita house che ha avuto altrettanti buoni riscontri, suonato sia da Laurent Garnier che da Ricardo Villalobos.

Un anno dopo la nascita della Persistence, qualcosa in più di una valvola di sfogo. Investire in proprio è la soluzione più facilmente percorribile per emergere?

Non sono l’ultimo arrivato, un po’ di esperienza l’ho maturata negli anni, ho anche qualche disco in catalogo, ma è difficile che qualcuno s’incarichi di stampare le mie tracce. Gli spazi disponibili sono sempre di meno, i circuiti sono viziosi, non virtuosi. Ci sono label che nascono, crescono e muoiono nell’arco di pochi anni. E, considerato l’andamento del mercato, è un fenomeno destinato a replicarsi. È avvantaggiato, di certo, chi ha la forza economica per andare avanti da solo. Persistence è una piattaforma personale, mi permette di pubblicare le mie tracce e anche quelle altrui.

A mente fredda, ho concesso, addirittura, più spazio agli altri, ad artisti del calibro di Kaelan e Mike Storm, senza dimenticare i remix di Johannes Volk, Jeff Rushin e Mattia Trani. Mi ha, però, fatto piacere constatare che, dopo lo split con il sottoscritto in “Persistence V.A. 002” (2016), gli Hertz Collision si siano definitivamente affermati con altre release. In fin dei conti, un’etichetta indipendente non può azzardare particolari investimenti, corre il rischio di non recuperare mai il capitale investito. È necessario, inoltre, individuare alcune vie alternative da percorrere per poter raggiungere i propri traguardi e altrettanti compromessi con il prossimo. Qualunque esso sia.

Sei oltre la barricata. Come ti comporti nei confronti di chi t’invia un demo?

Mi dichiaro disponibile ad ascoltare i lavori altrui, do volentieri feedback. Insomma, mi comporto in modo educato, rispondo a chiunque m’invia un messaggio, illustrando lo stato attuale delle cose, ovvero la solita scarsità di mezzi associata al desiderio attuale di concentrarmi sulle mie produzioni. A fronte del lancio digitale della label, rassicuro, però, chi m’invia un demo: le porte non sono chiuse, in futuro tutto è possibile.

Una traccia è completa quando?

Non lo è mai del tutto. Per questo motivo, cerco di ‘ultimarle’ nel minor tempo possibile, non perché abbia particolari urgenze, ma per evitare di continuare ad aggiungere o sottrarre elementi alle stesse. Il consiglio che do al prossimo è di concentrarsi davvero su uno o più brani nel quadro, ad esempio, di una settimana. Se il tasso di soddisfazione personale è basso, allora, è meglio lasciar perdere, riponendo il progetto in un cassetto virtuale. L’orecchio è saturo a furia di ascolti di giorni e giorni. Un mese dopo, invece, il medesimo lavoro potrebbe rivelarsi, paradossalmente, in tutta la sua bellezza.

La musica realizzata ha un valore oggettivo o soggettivo?

Nonostante il mood techno, ha un valore soggettivo. Ogni brano ha una sua storia alle spalle. Ed è qualcosa che si evince anche dai loro titoli. A volte, possono sembrare banali, ironici, ma nascondono un significato più complesso. Alcune tracce sono state realizzate durante periodi no dovuti a cause esterne e quel mood, in qualche modo, è filtrato attraverso la musica. Ho l’impressione, infine, di dare il meglio quando piove e fa freddo. L’essere in qualche modo costretto a casa è una grande fonte d’ispirazione. D’estate, invece, ho come una crisi di rigetto nei confronti di computer e macchinari.

Che cosa hai in programma per il futuro?

Ho cominciato ad adoperarmi per realizzare una vera performance live. Nell’ultimo periodo, ho preparato alcune tracce che potrebbero persino restare inedite, ascoltabili soltanto dal vivo. Proverò, inoltre, a farmi avanti con un paio di etichette. Nel frattempo, la via digitale è stata aperta. La quarta release Persistence è ormai in dirittura d’arrivo, con ulteriori remixer d’eccezione. Ho voglia di fare poche cose nella giusta misura.

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