Drexciyan Feeling

Federico Leocata

Nell’indifferenza generale dell’industria musicale italiana, etichette come la belga WéMè Records o l’olandese Frustrated Funk non se lo sono lasciato scappare per nulla al mondo. Federico Leocata è un artista completo, la cui maturazione non è ancora giunta al termine. Influenzato dall’opera del sodalizio Drexciya, ne ha fatto propri gli stilemi, senza rinunciare alla sua componente visionaria, canalizzata tra artwork e video di cui si è reso produttore. Nel corso dell’intervista, il produttore di Catania ripercorre le tappe della sua carriera, svelando anche alcune curiosità discografiche.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica?

Non riesco a ricordare quale è stato il momento in cui ho deciso di avvicinarmi alla musica elettronica, sono sempre stato attratto da tutte le forme d’arte e ho iniziato una mia personale ricerca una decina di anni fa sia in ambito visivo che sonoro, e da lì in poi ho iniziato un processo di evoluzione artistica e interiore che credo sia fondamentale in qualsiasi essere umano: le direzioni sono molte e, forse, tutte indispensabili.

Quando ti sei reso conto che potevi trasformarti in produttore? Tra l’altro, i tuoi interessi ti hanno spinto a scandagliare anche la filmografia di un regista quale Stanley Kubrick. Ti piacerebbe realizzare colonne sonore in futuro?

Le direzioni che vengono poste dinnanzi a un essere umano sono molte e, per fortuna, non si escludono a vicenda. Ho sempre preso seriamente tutto quello che la vita mi ha offerto finora, senza escludere nulla, con buona dose d’istinto e sfruttando tutte le opportunità che ho avuto. Mi piacerebbe molto musicare una pellicola, adoro la sinergia tra musica e immagini. Attualmente, sono impegnato nella lavorando di una soundtrack per un film erotico incentrato sulla fisica quantistica.

In che modo le pendici dell’Etna e la Sicilia hanno influenzato la tua visionarietà?

La mia ricerca è incentrata sull’inconscio, quindi, i luoghi contano davvero poco. Qualsiasi tipo di ‘evoluzione’ e di ‘rivoluzione’ parte sempre da ciò che è dentro di noi, è un’esperienza intima, tanto soggettiva quanto collettiva: dentro di noi abbiamo un intero universo, basta solo scavare per tirarlo fuori.

Sei stato influenzato da una vasta gamma di artisti collocabili tra electro e techno: quali sono quelli che ti hanno influenzato in passato?

I lavori dei Kraftwerk, di Heinrich Müller e James Stinson hanno rivestito un ruolo centrale nella mia formazione, ma altrettanto indispensabili sono state le atmosfere cupe dei Goblin, il minimalismo di Erik Satie e le colonne sonore di Angelo Badalamenti.

Che ricordi hai dell’opera di quel James Stinson scomparso dieci anni fa?

I lavori di James Stinson sono quanto di più poetico e mitico possa esistere nella musica elettronica. È incredibile pensare come quest’uomo abbia voluto a tutti i costi lasciare un suo testamento spirituale sapendo di dover morire. “Life is fast ending – So live!”.

Un ruolo rilevante per la tua carriera l’ha avuto anche un personaggio come Heinrich Müller. Come sei entrato in contatto con lui e la WéMè Records che ha pubblicato il tuo primo 12” intitolato “Perfido Incanto” (2010)?

Contattai Heinrich Müller nel 2009 durante il periodo più brutto della mia vita. Parlammo a lungo e una sera decisi di inviargli dei miei brani. Il giorno dopo controllai la mia mail e, oltre i complimenti, mi chiese il permesso di poter inviarli a etichette a lui vicine. A farsi viva fu poi la WéMè Records. È stato un evento che mi ha segnato.

La scelta del tedesco per i titoli di tre delle sue quattro tracce sembra non essere casuale. Oltre un tributo al progetto Dopplereffekt, incuriosisce la sola Lascia Ch’Io Pianga. Che cosa si cela dietro il melanconico titolo?

Avevo inizialmente l’idea di realizzare una cover dell’omonima opera di Georg Friedrich Händel. Iniziai a comporre, ma la struttura che misi a punto era del tutto diversa. Il brano è, in buona sostanza, una mia interpretazione dell’aria tratta dal “Rinaldo” (circa 1711) e credo che si integri benissimo con il konzept di “Perfido Incanto”.

Il passo successivo è stato “Phantasmo Obscuro” (2012), frutto di un’ovvia maturazione avvenuta in un biennio, stavolta su Frustrated Funk. Il sound è più ponderato ed elegante. Da dove nasce l’ispirazione per un brano come Satori?

“Phantasmo Obscuro” è un lavoro molto più intimista rispetto a “Perfido Incanto”. Ogni singolo ha un suo ‘konzept’ che si ricollega sempre alla mia ricerca, e fortunatamente ognuno può interpretarlo a suo modo. Ho letto, proprio a proposito di “Phantasmo Obscuro”, e con mio grande stupore, di cuoio in fiamme e stanze di tortura, ossia quanto di più distante ci sia dalla mia visione.

Trascorsi due anni dalla tua prima release, sei soddisfatto o sorpreso di così tante positive recensioni a riguardo? E, soprattutto, quanto sei ambizioso?

Sono soddisfatto e sorpreso. Le reazioni positive non fanno che stimolarmi per andare più in profondità, l’evoluzione non ha mai fine. Non ho alcun tipo di ambizione, vado avanti seguendo sempre il mio istinto e cercando, poco alla volta, di evolvermi.

Quale posizioni prendi nella solita disputa tra analogico e digitale?

Credo che il risultato sia più importante dei mezzi. Ho un buon rapporto con il digitale, la tecnologia avanza in continuazione e certi pregiudizi sono ormai anacronistici.

Ti senti pronto per un qualche tipo di esperienza live?

Ho già avuto modo di esibirmi sia in Belgio che nella mia Catania. Sono assolutamente pronto, credo che suonare dal vivo sia un’esperienza unica e, inoltre, mi permette di poter coniugare il suono alle immagini e, quindi, di potermi esprimere al meglio.

Che cosa hai in programma per il futuro?

Non ho idea di quale direzione potrei prendere. Ho sperimentato in prima persona che non bisogna imporsi dei limiti o degli scopi da raggiungere, sono semmai le direzioni che cercano te e non il contrario. Non so quale evoluzione potrà compiere il mercato musicale odierno, spero solo che avverrà e che, in seguito, non si parlerà d’involuzione.

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