Drexciya – Harnessed The Storm

Drexciya – 'Harnessed The Storm' (2002)

Drexciya è un duo, un luogo alieno o, semplicemente, l’ultimo enigma della techno contemporanea. Il progetto nasce all’inizio degli anni Novanta come collaborazione tra James Stinson e Gerald Donald, in orbita Underground Resistance, da cui hanno mutuato la dialettica ‘politica’, espressa attraverso un concept unico al mondo, di cui “Harnessed The Storm” (2002) rappresenta l’inizio della sua stessa fine. La loro musica rimandava a mondi acquatici e misteriosi, popolati da uomini-pesce. Il tema drexciyano risaliva alla traversata delle navi negriere colme di schiavi per far prosperare il Nuovo Mondo. Numerosi finivano in mare, perché piccoli, malati e inadatti al lavoro. Altri compivano un disperato gesto per sfuggire a una sorte già scritta al termine del viaggio. Sei milioni di individui sono scomparsi senza lasciare traccia. È come se un’intera nazione fosse stata seppellita negli abissi. Secondo la leggenda, caddero in mare anche donne incinte, accolte dagli antichi popoli di origine extraterrestre, da cui discenderebbero gli isolati Dogon del Mali, dalle avanzate conoscenze astronomiche, da secoli al corrente che Sirio ha una stella compagna che orbita attorno alla stessa, una scoperta dell’astronomo statunitense Alvan Clark avvenuta soltanto nel 1862.

Gli abitanti di un’invisibile Utopia salvarono fratelli e sorelle caduti nell’oceano Atlantico, offrendogli un’altra chance in un mondo diverso, altamente tecnologico, in cui partorirono creature anfibie. Libere, educate al jujidsu e pronte a lottare per una nuova giustizia, armate di lancia, zaino da combattimento sulle spalle, piedi palmati e tuta da sub. Il riscatto degli esclusi o dei diversi comincia qui. Il mito drexciyano, già tracciato dagli esponenti della corrente afrofuturista, è intrecciato a una cosmologia preistorica, nella quale convivono antenati terrestri e potenziali alieni. L’origine di Drexciya rimanda a una sorta di punto di non ritorno, cioè la forzata accettazione del proprio destino, un tratto comune a molti afroamericani. Aspirare a un’evoluzione è possibile, non è affatto da temere, specie se condotta nel rispetto dello stretto legame con l’Africa, la grande madre dell’umanità, e con l’acqua stessa. Una doppia placenta. Tale immaginario non è da affiancare alle visioni cosmiche in chiave jazz di Sun Ra, più grandiose e concilianti, perché intriso da sentimenti di rabbia e frustrazione, inevitabili conseguenze di anni di discriminazione, emarginazione e sfruttamento. Drexciya è, quindi, lo spazio in cui è riscritta la storia, in cui arde la futurista fiamma dell’electro.

James Stinson e Gerald Donald sono inscrivibili tra gli interpreti della seconda ondata di artisti nati e cresciuti a Detroit, affascinati dall’estetica Kraftwerk, avidi ascoltatori delle trasmissioni radio condotte da The Electrifying Mojo e, soprattutto, figli illegittimi di un’altra coppia, quella composta da Rick Davis e Juan Atkins, i Cybotron, le cui composizioni Alleys Of Your Mind e Clear avevano preconizzato la deriva electro della techno. Il sodalizio Drexciya ha lasciato ricordi indelebili tra gli appassionati, incalliti consumatori di dischi davvero unici. Singoli quali “Sea Dweller” (1992), “Aquatic Invasion” (1995) o “The Journey Home” (1995) hanno suscitato l’attenzione di molti, a lungo all’oscuro sull’identità dei due schivi musicisti. Lo pseudonimo Drexciya è diventato presto il nume tutelare di un underground incline a una certo spessore, affatto facciata ad hoc di un intento commerciale, ma espressione di una ricerca da elogiare anche sul fronte sonoro. Il rigoroso linguaggio elettronico nato dalla sofferenza ha offerto un susseguirsi di frustrate psichiche, voci arrancanti e tastiere febbrili. Un approccio brutale, mitigato soltanto da una vena melodica strisciante, destinata a trovare maggiori aperture nell’opera solista di James Stinson.

Una volta rilasciata la seminale compilation “The Quest” (1997), l’esperienza Drexciya ha conosciuto un primo rallentamento, complice sia la malattia cardiaca di quest’ultimo, destinata ad aggravarsi, che la volontà di Gerald Donald di percorrere una propria via, ancora in bilico tra l’impenetrabile e l’indecifrabile, con la complicità di svariati alias, Arpanet, Heinrich Mueller o Japanese Telecom, e la militanza in compagini quali Dopplereffekt, Zerkalo o le più recenti NRSB-11 e Zwischenwelt. La ‘resistenza’ andava, però, condotta fino in fondo, addirittura a costo della propria vita. James Stinson firmò il primo album Drexciya, quel “Neptune’s Lair” (1999) al culmine della sfida tra uomini e macchine, e lanciò una sorta di epopea techno, costituita da sette ‘storms’. Sette lavori a tema che costituiscono un complesso puzzle di emozioni e pensieri. Sette personali vie di fuga dalla realtà di tutti i giorni tra l’allucinante e il funereo. Sette differenti modi con cui indagare i propri limiti o ragionare sul proprio agire, con la consapevolezza che la morte può sopraggiungere da un momento all’altro, come ultimo atto dell’evoluzione. L’electro diventava un punto di partenza per manifestare rabbia e repressione o la cornice ideale per narrare vicende distopiche.

Le sette ‘tempeste’ sono state composte nell’arco di un anno e affidate a diverse etichette, inconsapevoli del rompicapo finale, complicato anche dalla presenza di una sorta di extra, “Grava 4” (2002), stampato senza indugi dalla Clone. “Harnessed The Storm” è, invece, sia il secondo album griffato Drexciya che la prima ‘tempesta’, utile per cominciare a far luce sul lascito in note di colui che viveva esistenze parallele: camionista di giorno, musicista di notte. Il lavoro pubblicato dalla Tresor non è, però, il primo in ordine cronologico. Alcuni mesi prima “Lifestyles Of The Laptop Café” (2001) e “The Opening Of The Celebral Gate” (2001) erano già stati immessi sul mercato dalla Warp Records e dalla Supremat ma, agli albori della comunicazione globale, e in assenza di informazioni concrete, salvo alcune interviste, era impossibile collegare monicker quali The Other People Place e Transllusion allo stesso James Stinson e alla sua vasta discografia. La prematura scomparsa dell’artista avvenuta il 3 settembre 2002 fa emergere i primi dettagli sulla sua vera identità. Un momento spartiacque per la comunità techno ma, nell’arco di due mesi, altre due ‘tempeste’ sono pubblicate dalla Tresor e dalla Rephlex, da sempre interessate ai Drexciya.

L’etichetta tedesca e quella inglese stampano rispettivamente “The Cosmic Memoirs Of The Late Great Rupert J. Rosinthrope” (2002) e “L.I.F.E.” (2002), acronimo decrittato tra le note di copertina come life is fast ending. Uno struggente epitaffio discografico. Le due nuove release complicano la serie, introducendo il soprannome Shifted Phases e recuperando il precedente Transllusion. Non sono da meno neppure “Hypothetical Situations” (2003) e “Mice Or Cyborg” (2003). La prima è rilasciata dalla Kombination Research a nome Abstract Thought è, in realtà, l’unica ‘tempesta’ in cui dovrebbe figurare Gerald Donald tra i crediti. La seconda è pubblicata dalla Clone e riporta l’ennesimo alias sui generis, Lab Rat XL. L’ordine cronologico delle uscite non è, però, il criterio da adottare per comprenderne sia la portata che le tematiche. La sequenze delle ‘tempeste’ prende il via, come anticipato, con “Harnessed The Storm” a cui seguono “The Opening Of The Cerebral Gate”, “Lifestyles Of The Laptop Café”, “Hypothetical Situations”, “Mice Or Cyborgs”, “L.I.F.E.” e “The Cosmic Memoirs Of The Late Great Rupert J. Rosinthrope”. “Grava 4” è, invece, l’esclusa di lusso ma, paradossalmente, delinea la conclusione ‘interstellare’ dell’intera vicenda drexciyana.

Se “Harnessed The Storm” racconta la cacciata dei drexciyani dal loro paradiso subacqueo, “The Opening Of The Cerebral Gate” suggerisce la riscoperta de sé attraverso l’esplorazione mentale, mentre con la divagazione lunare “Lifestyles Of The Laptop Café” si affronta l’inedito tema dell’amore. “Hypothetical Situations” è, invece, uno spaccato di electro mutante e un nuovo aggancio in termini di astrazione del pensiero, se associato al nickname del progetto, Abstract Thought. “Mice Or Cyborgs” propone sei prove per superare la paura della morte e “L.I.F.E.”, su tutti, costituisce il definitivo testamento di James Stinson, consapevole del continuo aggravarsi delle sue condizioni di salute, con brani simbolici quali Memories Of Me e I’m Going Home. Infine, il lamento di “The Cosmic Memoirs Of The Late Great Rupert J. Rosinthrope”, settimo e ultimo sigillo di un act visionario. Nel complesso, è “Harnessed The Storm” a rivelare la maggior parte di indizi sul mondo sotterraneo di James Stinson dopo gli otto 12” condivisi con Gerald Donald e, allo stesso tempo, appare l’album più bilanciato nei toni, con un’apertura mozzafiato, una parte centrale tanto interessante quanto riflessiva e una conclusione di una rara bellezza, se non commovente.

Under Sea Disturbances il miglior incipit per inaugurare la serie di ‘tempeste’. Gli inquietanti tuoni suggeriscono l’inizio di un cambiamento nel placido universo sommerso. Le ritmiche scandite dal rullante della Roland TR-808, una serie scale sonore, il basso marziale. I suoni sono nitidi. I brividi sulla pelle tanti. L’alba meccanica su un mondo perduto pronto a essere devastato dall’onda lunga di Digital Tsunami, un crescendo di bleep frenetici e voci oscure. L’utopico paradiso è celebrato con la timida Soul Of The Sea. Oltre i consueti rigurgiti sonici, la traccia si fa portatrice di un più introverso messaggio. Uno degli obiettivi di James Stinson è conciso con il restituire una buona dose di ‘soul’ alla musica elettronica. Quest’ultima parola, come ricordato dall’archeologo John Philip Cohane nel suo libro “The Key” (1968), affonda le proprie origini etimologiche nel termine ‘saiwala’, la cui radice è la medesima di ‘sea’. Le connessioni tra l’anima e il mare sarebbero, dunque, tanto remote quanto intime. Song Of The Green Whale il diretto seguito del precedente brano, composto per rimarcare un evento epocale per i drexciyani. L’atmosfera è più vivace e meno sommessa. La struttura grezza ma convincente, derivante da più registrazioni dal vivo.

Obliqua e minacciosa Dr. Blowfins’ Black Storm Stabilizing Spheres, che introduce un personaggio centrale in “Grava 4”, lo scienziato che, tramite la musica delle sfere, localizza il pianeta Drexciya, in vista di un ritorno dei drexciyani nello spazio dopo il maremoto. Un elemento che sembrerebbe recuperare al contrario la teoria degli ‘antichi astronauti’, alieni atterrati in Africa, fautori dell’evoluzione dell’uomo e, in seguito, rifugiatisi nelle profondità abissali. Spigolosa The Plankton Organization, il cui nome rimanda a una società non collocabile nell’immaginario dell’artista statunitense. Ellittica Mission To Ociya Syndor And Back, che fa riferimento a un altro pianeta della galassia stinsoniana, Ociya Syndor, non distante dal pianeta Drexciya. Alla criptica Aquatic Cataclysm è, poi, contrapposta la ‘classica’ Lake Haze, un concentrato di colpi ben assestati. Con Birth Of New Life cala il sipario su “Harnessed The Storm”, uno dei dischi più importanti della scena electro. È la più grande conclusione mai partorita nella sua breve storia. O la luce in fondo a un tunnel che collega due mondi. La vita e la morte.

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