Depeche Mode – Ultra

Depeche Mode – 'Ultra' (1997)

Overdose da successo. I Depeche Mode lo intuirono intorno alla metà degli anni Novanta: il Devotional Tour, pari a quindici mesi ininterrotti di concerti nel mondo, non fecero altro che disintegrare ogni residuo equilibrio rimasto tra i membri della band che, più o meno all’improvviso, piombò nella più nera delle crisi. Alla conclusione del ciclo di performance, il batterista Alan Wilder decise di lasciare i suoi ventennali compagni di viaggio, a fronte di una molteplicità di circostanze, divenute oramai insostenibili, determinatesi all’interno del gruppo.

Dave Gahan, eccentrico e implacabile trascinatore delle folle, letteralmente, ‘dipende’ dell’eroina. In occasione di ogni concerto, un attimo prima di salire sul palco, Martin Gore, spirito creativo della band e autore dei testi, “necessita” di alcool al fine di placare una delle sue numerose crisi di panico: unico rimedio per ricordare la sconfinata successione di note da suonare. Andrew Fletcher, ‘ago della bilancia’ delle bizzarre stravaganze di Dave Gahan e Martin Gore, è affetto da un forte esaurimento nervoso che sembrava non avere alcun tipo di rimedio.

Salvo l’isolamento. Al termine di ogni show, i quattro viaggiavano separatamente per raggiungere la prossima città da sedurre per una manciata di ore a notte. Dave Gahan, fra tutti, divenne sempre più intrattabile, in preda a continui sbalzi d’umore, che lo spinsero a urlare “Kurt mi ha fregato l’idea” alla notizia del suicidio del leader dei Nirvana, Kurt Cobain. Ventiquattro mesi dopo il tragico evento, il cantante dei Depeche Mode si avvicinò anch’egli al punto di non ritorno. Era il 28 maggio 1996. Clinicamente morto per tre lunghi minuti all’interno di un lussuoso hotel.

Tra un tentativo di disintossicazione e l’altro, si era trasferito a Los Angeles dopo la fine del suo secondo matrimonio. E fu consapevole vittima di un’overdose da eroina. Una volta dimesso dall’ospedale, fu arrestato per tentato suicidio, poiché è considerato un reato in California, e fu costretto, sempre per legge, a disintossicarsi sul serio, con controlli medici continui. Una costrizione che gli permise, paradossalmente, di ‘ricominciare’ a vivere per l’ennesima volta, rigettando, per sua stessa ammissione, le malsane ‘vecchie abitudini’, ora tenute saggiamente alla larga.

Ultra” (1997), il nono album dell’ex quartetto di Basildon, è figlio di una crisi collettiva, esasperata dalla vicenda personale di Dave Gahan. Linfa vitale tanto paradossale quanto inattesa. Una volta toccato il fondo, a un passo dall’oblio, la risalita è stata lenta, ma soddisfacente: le copie vendute del disco su Mute sono state milioni. Una seconda giovinezza, tutta da scoprire, con Alan Wilder ormai lontano, dedicatosi al progetto Recoil. E un lavoro che non tradì le attese, per una carriera in ascesa dopo i fasti di “Violator” (1990) e la svolta rock di “Songs Of Faith And Devotion” (1993).

Forte di una rinnovata volontà, il neonato trio, una condizione già vissuta all’epoca di “A Broken Frame” (1982), ripartì dalle chitarre, ma decise anche di ricorrere all’ausilio di apparecchiature elettroniche. “Ultra” venne salutato dai fan come un ritorno al passato, come spesso avviene in occasione di lavori di artisti fermi da tempo, ma qui di ‘vecchio’ c’era soltanto la forma-canzone avvolgente. La band aveva una certa urgenza di tornare a raccontare le sue storie con toni più sobri e placidi, quasi romantici. Ne derivò un album dai toni cupi, meditativo, volto all’essenziale.

I nuovi testi di Martin Gore si coniugano a un sound ruvido, maturo, lontano dal pop degli esordi. Chi si aspettava un ritorno sul mercato anonimo finì per sbagliarsi di grosso. Barrel Of A Gun, opener e primo singolo estratto, dissolse ogni residuo dubbio sulle capacità comunicativa ed emotiva di “Ultra”, a partire dal suo attacco: “do you mean this horny creep?”. Forse le prime parole pronunciate da Dave Gahan al risveglio dal coma, pronto persino a sdrammatizzare l’episodio in un videoclip in bianco e nero girato dal fotografo e regista olandese Anton Corbijn.

Un brano claustrofobico. Dall’umore nero. Rosso è, invece, il colore espresso da The Love Thieves, quello dell’amore, dilaniato dal malumore e dal clima di sfiducia proprio del prossimo, da sempre in cerca di un conforto. Anche Home, terzo singolo estratto, espone l’ascoltatore a un’altra spirale di sentimenti. Una melodia sofferta. Affascinante, struggente, persino timida. Come la voce di Martin Gore, pronta a spingersi all’improvviso verso il blu, come nel videoclip girato da Steve Green. Se tutto, sentimenti inclusi, è già decretato da un’entità superiore, non resta che avere pazienza.

I’ll be fine. I’ll be waiting patiently. Till you see the signs. And come running to my open arms. When will you realise? Do we have to wait till our worlds collide? Open up your eyes. You can’t turn back the tide.

Un concetto ben espresso nella seguente e ritmata It’s No Good, nonché secondo singolo estratto, un concentrato di ironia e vanità, apparenza e narcisismo, vacuità delle cose ed amara retorica del loro andazzo. Il video dello stesso Anton Corbijn, kitch come non mai, ricalca simili umori, con i tre Depeche Mode che fingono di essere l’ammiccante gruppo protagonista di una sera allo sgangherato Ultra Hotel, tra un bicchiere di troppo e ballerine d’altri tempi. Uselink, brevissimo interludio strumentale, introduce allo spleen di Useless, quarto e ultimo singolo estratto da “Ultra”.

All my useless advice. All my hanging around. All your cutting down to size. All my bringing you down. All your stupid ideals. You’ve got your head in the clouds. You should see how it feels. With your feet on the ground.

Un aspro brano rock per un esame di coscienza, forse, dedicato a una donna, ultima protagonista dell’arido videoclip ancora di Anton Corbijn. Inutili le convinzioni che maturano all’interno dell’uomo che ripone in ciò che lo circonda. Una voce riecheggia sorda e strozzata nella mente. È il messaggio in assenza di orologi che scandiscono il rallentare del tempo. Spazio, poi, alla nostalgica Sister Of Night, fondata sull’opposizione tra la voce di Dave Gahan e gli sdolcinati inserti elettronici. Una canzone sul senso d’abbandono nel mondo, quel comune sentire di non farcela.

Il nuovo interludio, Jazz Thieves, alla stregua di un abbraccio. Vago, rapido, evanescente. Freestate scorre quieta, ma non disdegna di proseguire il conciliabolo inconscio, tra scoramenti e riscatti emotivi. In The Bottom Life ritorna protagonista la voce di Martin Gore. Un brano solido che rimanda al reiterarsi di alcune circostanze quotidiane. Tocca all’organica Insight gettare l’ultimo sguardo entro l’anima più intima dei Depeche Mode. Alla traccia bonus, Junior Painkiller, il compito di chiudere in bellezza l’uniforme “Ultra”. La luce in fondo a un lungo tunnel.

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