Deep Dish – George Is On

Deep Dish – 'George Is On' (2005)

Dalla causalità alla casualità. L’incontro fra AliDubfireShirazinia e AryaSharamTayebi, statunitensi di origini iraniane, avvenne per puro caso nel lontano 1991. All’epoca entrambi si esibivano come dj in alcuni piccoli locali e, soprattutto, presso party privati della città di Washington. Per uno strano scherzo del destino, complice un errore di booking, si trovarono davanti la consolle lo stesso giorno e alla stessa ora. Un fulmine a ciel sereno o un mixer per due. Che fare? Fu così che trascorsero la serata insieme e da qui scoprirono di avere molte cose in comune, tra cui la visione di un futuro prossimo alla fusione di più generi musicali in chiave elettronica.

È trascorso davvero tanto tempo dal nostro album precedente. Dal 1996 abbiamo iniziato a girare il mondo per i nostri spettacoli: a un certo punto sono diventati veramente troppi, ci dedicavamo soltanto a fare remix e abbiamo realizzato anche parecchi mixati. Era giunto il momento di ricordarsi che siamo innanzitutto artisti: tutto è cominciato da lì, avevamo bisogno di tornare indietro alle nostre radici. In questo album ci sono idee che avevamo messo da parte, su cui siamo ritornati, e altre che abbiamo del tutto stravolto, o portato in un’altra direzione. E altre ancora che ci sono venute all’ultimo minuto, frutto dell’ispirazione in un dato momento.

Detto, fatto. Nonostante la tarda notorietà, i Deep Dish hanno una certa carriera alle spalle, impreziosita dalla vittoria del Grammy Award nel 2002, per il remix di Thank You di Dido. Un singolo che, forse, fu utile per dimostrare la versatilità del duo oltre il dancefloor, pronto per ibridare un suono pop con quello tipicamente da club. Nel corso di tre lustri, non mancano gli esempi. È il caso dei sopracitati remix, specie per artisti di risonanza mondiale quali Madonna (Music), Planet Funk (Inside All The People), Depeche Mode (Freelove), Justin Timberlake (Like I Love You), Elisa (Come To Speak Me) e l’amico Paul Van Dyk (The Other Side).

In principio, Dubfire e Sharam erano, però, riusciti a emergere dalla scena underground a stelle e strisce con un altro remix, altrettanto di grande impatto per l’epoca: Hideaway per De Lacy. Un contributo importante per la loro ascesa è stato anche collaborare più volte con BrianBTTranseau, produttore oltremodo prolifico durante gli anni Novanta. Il marchio Deep Dish sinonimo di deep house? Non proprio. “Junk Science” (1998), il primo album del duo rilasciato via Deconstruction, era un crogiolo di generi, insomma, un presagio di quanto sarebbero stati in grado di plasmare all’interno di “George Is On” (2005), diffuso in Italia per conto della D:vision Records.

Il duo fu, senza dubbio, celebrato sulla scia del successo di un singolo stellare quale The Future Of The Future [Stay Gold], caratterizzato dalla linea vocale di Tracey Thorn, vocalist dello storico gruppo pop Everything But The Girl. “Junk Science” sottolineò a pieno il talento dei Deep Dish nel creare musica adatta sia a un ascolto pomeridiano in radio che a spazi più ampi e notturni. La pubblicazione dell’album fu l’anticamera di più compilation: “Yoshiesque” (1999), “Renaissance: Ibiza” (2000), “Global Underground #021: Moscow” (2001), “Yoshiesque Two” (2001), Global Underground #025: Toronto (2003) e “Penetrate Deeper” (2003).

Biglietti da visita di gran classe. O lavori che trasudano esperienza e versatilità. La prima maturata esibendosi ai quattro angoli del pianeta Terra, praticamente, da Tokyo a Palinuro. La seconda una dote propria di pochi e da sfruttare a pieno per solleticare l’ascoltatore. Performance top ed eclettismo in note, un mix vincente oltre il dancefloor. Il ritorno in studio, a distanza di anni, è coinciso perciò con un ulteriore avanzamento, strizzando l’occhio al pop, al rock, a suoni nuovi. Non a caso, “George Is On” annovera brani sia strumentali che cantati, rappresentando così il passaggio, forse da non sottovalutare, per una carriera alternativa. O trampolino di lancio definitivo.

Quattordici tracce, caratterizzate da suoni potenti e ben calibrati, in grado di spostarsi ben al di là delle critiche volte a minare l’impensata staticità della dance ai limiti del mainstream. La prima parte dell’album è la più vicina al nuovo corso del duo, con la sognante apertura di Floating e l’incalzante Sacramento, terzo singolo estratto, con voce di Richard Morel, già collaboratore di Dubfire e Sharam in passato, a cui si mescola un ipnotico groove. È il preludio a quanto accadrà a breve, così come nel video, laddove una semplice, di per sé anche banale, automobile che letteralmente ‘trasporta’ autostoppisti senza frontiere verso una nuova dimensione di festa.

Perciò, a catturare maggiormente l’attenzione è il primo singolo estratto, addirittura un anno prima dalla pubblicazione di “George Is On”, cioè Flashdance. Folgorante hit estiva e dimostrazione di una certa voglia di tornare indietro nel tempo. “Flashdance è stata una cosa divertente, fatta in un momento in cui tutti guardavano alle sonorità progressive. Avevamo la sensazione che nessuno pensasse più al lato divertente della musica. Ovviamente anche per noi la musica è una cosa seria, ma ci deve sempre essere una certa dose di divertimento. Con questo brano pensiamo di aver centrato l’obiettivo, pur proponendo qualcosa di un po’ diverso da tutto il resto”.

Una sapiente dichiarazione d’intenti. Naturalmente, la traccia si fonda sulla nota He’s A Dream di Shandi, tratta dalla colonna sonora di un film cult degli anni Ottanta: “Flashdance” (1983). Oltre le chitarre, la sensuale voce di Anousheh Khalili, adatta per quanto concerne l’opera, o il tributo, dei Deep Dish. Segue l’accattivante dub di Swallow Me, ma è con Awake Enough che si apre la prima, inaspettata, voragine. È la traccia su misura per sognatori incalliti e poeti notturni. Sonorità dolci, da prime luci dell’alba, suggestive quanto mai grazie anche al contributo della stessa Anousheh Khalili. In Everybody’s Wearing My Head ritorna, però, la voce del solito Richard Morel.

Un netto scossone. Il secondo singolo estratto è, invece, uno degli episodi più vibranti e romantici di “George Is On”: Say Hello, segnata dalla sempre presente Anousheh Khalili, per mettere in collegamento, così come nel video, due mondi, Occidente e Oriente, o fondere due anime attraverso un buco nel terreno. Dopodiché, in perfetta successione, la cover di Dreams dei Fleetwood Mac, diversa dal tentativo in chiave folk dalle irlandesi The Corrs in “Talk On Corner” (1998), con la splendida voce di Stevie Nicks. Pop tirato a lucido con l’aggiunta di nuovi beat. Sognare è tanto facile quanto rilassante. E si corre il rischio di essere improvvisamente svegliati.

A questo punto, l’album scivola verso sonorità club con Dub Shepherd e Sexy Ill e Bagels. Riemerge l’attitudine dj della coppia di amici ma, nel mezzo, stazionano altri due brani rilassanti: la mistica Sergio’s Theme e In Love With A Friend, cantata dallo stesso Dubfire, alle prese con un testo timido e travagliato. Infine, la leggera No Stopping For Nicotine conclude il secondo, energico e psichedelico lavoro targato Deep Dish. “George Is On” non delinea un vero e proprio stile musicale, perché le varianti adottate sono molte, quasi troppe. Tuttavia, non mancano le sorprese e le vie di fuga dalla contemporaneità urbana. Idee gradevoli per evasioni sonore senza confini.

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