Dark Tranquillity – Projector

Dark Tranquillity ‎– 'Projector' (1999)

Alla fine del secolo scorso, il death metal ha iniziato una veloce evoluzione inglobando elementi di progressive metal e sonorità anni Settanta. Nel variegato panorama nordico, gli svedesi Dark Tranquillity sono stati tra i capostipiti di questa nuova tendenza. Il loro album di debutto è stato “Skydancer” (1993), tanto violento quanto impressionante per l’attenzione dedicata alla componente melodica. Il successivo “The Gallery” (1995) evidenziò un perfezionamento dello stile espresso dalla giovane band. Il dittico composto dall’EP “Of Chaos And Eternal Night” (1997) e dall’album “The Mind’s I” (1997) mise in risalto un sound ancora più compatto, ma forse ormai reiterato e ciò lasciava presagire che i Dark Tranquillity si sarebbero orientati su percorsi stilistici finanche diversi, in modo da non smarrire la qualità che aveva contraddistinto i loro lavori. Fu così che, congedatisi dall’etichetta Osmose e complice un miglioramento nel songwriting, emerse “Projector” (1999), primo album pubblicato per la Century Media, sotto la direzione artistica di Fredrik Nordström, e una delle opere, a posteriori, forse sottovalutate, perché introduceva novità coraggiose in termini sonori, con elementi gothic e tastieristici suggeriti dal tastierista Martin Brändström, e le clean vocal di Mikael Stanne che, pur non abbandonando il growl, sono una sorta di ‘svolta’.

Il risultato finale è sorprendente. Le canzoni, tutte di media lunghezza, sono dieci e in ciascuna di esse viene dato largo spazio a una componente introspettiva, rappresentata da una certa malinconica melodia, con arpeggi di chitarra non distorta, cori atmosferici e suadenti, oltre alle già citate tastiere. “Projector” è stato, dunque, fondato sulla contrapposizione tra i passaggi veloci e aggressivi che hanno costituito il trademark della band a stacchi cadenzati e raffinati. Gli effetti creati dall’impiego dell’elettronica, così come la varietà di assoli all’interno di ogni traccia, hanno reso l’album più ricco nei contenuti. Il livello delle canzoni è notevole. Il pianoforte introduce FreeCard. Non appena si dissolve l’introduzione melodica, i temi delle chitarre distorte prendono corpo, sui quali si aggiungono dapprima la batteria di Anders Jivarp e poi il rauco growl alternato a vocalizzi più limpidi, per un brano dall’impatto immediato. Un abrasivo riff iniziale dischiude la più espressiva ThereIn, che si sviluppa in scia al contrasto di velocità, al ritornello dove il cantato è accompagnato da suggestivi arpeggi, con l’intento di far trasparire uno strisciante senso di sconforto e di disperazione. UnDo Control è, invece, un brano death metal inframmezzato da inserti vocali femminili. L’opportuno cambio di registro suggerisce dolcezza, ma non esclude un’inquietudine di fondo.

La stessa contraddistingue il mood della ballata Auctioned, in cui è il coro a generare sempre nuove emozioni, pronto a stagliarsi sul mesto pianoforte, largamente sfruttato in “Projector”. Anche l’introduzione acustica di To A Bitter Halt si sfalda con l’onda d’urto delle potenti e travolgenti chitarre di Martin Hendriksson e Niklas Sundin, tra i punti forti del quintetto svedese, con ampi rimandi al sound del recente passato. La sesta traccia, The Sun Fired Blanks, è l’ennesima testimonianza del ‘tradizionale’ dinamismo: cantato completamente in growl, batteria onnipresente e trascinanti riff. La settima, la sofferta ballata Nether Novas, offre notevoli cambi di ritmo, rappresentando al meglio il nuovo corso dei Dark Tranquillity. Oltre l’atipico e straniante intermezzo acustico Day To End, i muscoli di Dobermann, supportata da un poderoso growl old style e impreziosita da un picco scream. La conclusione di “Projector” è affidata alla non meno ruvida On Your Time. La batteria garantisce una certa intensità che, una volta affiancata ai riff, è destinata a non calare mai di tono. L’audace esperimento dei Dark Tranquillity può dirsi riuscito. L’album consegna ai posteri emozioni in aperto contrasto, con l’ascoltatore destinato a perdersi di continuo in atmosfere plumbee, in bilico tra growl, clean vocal e accattivanti refrain. In anticipo sui prodotti coevi offerti dalla scena scandinava.

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