Conforce – Escapism

Conforce – 'Escapism' (2011)

Terschelling, Paesi Bassi. Dalle terre semi-incontaminate di un isolotto abitato di circa cinquemila anime, parte l’avventura dell’intraprendente Conforce, pseudonimo di Boris Bunnik, alla volta di Amsterdam in cerca di una label. Superato a pieni voti l’esordio su Meanwhile con “Machine Conspiracy” (2009), l’artista è stato accolto all’interno della grande famiglia Delsin. Un’occasione da non lasciarsi scappare.

Occorre, però, ricordare che negli scorsi anni il produttore non era rimasto fermo, riversando la sua creatività ricorrendo ai soprannomi Versalife e Vernon Felicity. Alias che hanno favorito la scissione della sua personalità artistica in più identità, riconoscibili per le soluzioni sonore adottate. A partire da tali progetti si sono innervati i presupposti per la realizzazione di un secondo e più corposo album.

Da qui l’evasione dalla realtà di “Escapism” (2011), la cui conturbante ricerca ritmica, in bilico tra suoni per spazi chiusi e aperti, vede Shadows Of The Invisible innestarsi sul binario della techno caratterizzata da solidi groove, mentre Aquinas Control si assesta, invece, su quello caratterizzato da ovattati battiti scomposti.

In scia, la minimalistica Elude colpisce per i toni acidi e oscuri. La diversità delle tracce non si esaurisce qui: dall’andamento androide di Timelapse si passa a Diversion, in continuo crescendo, e a Revolt DX, portentosa marcia analogica, che sembra voler quasi anticipare alcune sonorità dei recenti lavori di Claro Intelecto. Prima della chiusura, spazio alla title-track, tra echi dub e pulsioni tribali, e a Ominous, cioè l’ennesima, e forse equilibrata, prova di forza espressa in quattro quarti.

Le produzioni di Conforce assumono così un piglio sempre più audace. Nonostante la giovane età, l’olandese continua a stupire per una ibrida visione della techno di matrice europea, riletta con spontaneità. Un dettaglio che gli consente di non formalizzarsi su taluni beat e lo avvicina ideologicamente alle prime generazioni d’oltreoceano.

Se nelle tessiture del precedente album si ritrovavano anche intrecci psichedelici, che ne rimarcavano il calore e la profondità, i nuovi otto brani, talvolta freddi, si connotano forse per una minore poetica, ma portano in dote un maggiore spessore. Inequivocabile risultato di un processo di maturazione che continua senza sosta al culmine di un’annata da incorniciare sia per Conforce che per la Delsin.

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